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Dolomiti Pride, quando la parola 'orgoglio' non significa imporre ma sentirsi finalmente 'shippati'

Guardando con mia figlia quattordicenne una puntata di Shadowhunters al bacio di due protagonisti mi ha detto che i due si amano da tempo ma non avevano il coraggio di rendere pubblico questo loro sentimento: “papà, io li shippo un casino come coppia”. Anche grazie a lei ho capito il vero senso di Pride-orgoglio
Dal blog di Massimiliano Pilati - 19 febbraio 2018 - 16:51

Venerdì 16 febbraio ho partecipato alla conferenza stampa di presentazione del Dolomiti Pride. Sono felice che un evento tanto importante si terrà in Trentino e farò quanto mi è possibile per aiutare le amiche e gli amici della comunità Lgbt affinché il 9 giugno diventi un momento importante per la provincia. Una parola però in tutto questo, non posso negarlo, mi stride: Pride – orgoglio.

 

Orgoglio è una parola che non mi è mai piaciuta; se penso all'orgoglio mi vengono in mente parole urlate, slogan violenti, bandiere esibite con violenza. Orgoglio per me è sempre significato imporre il proprio volere su altri. Quindi seppur contento che qui a Trento si terrà il Dolomiti Pride, un qualcosa mi disturba.

 

Poi... In questi giorni mi è capitato di guardare con mia figlia quattordicenne una puntata di Shadowhunters (una serie tv suburban fantasy nata dall'adattamento di una saga letteraria che mia figlia ama). In questa puntata Alec, uno degli shadowhunters, è all'altare perché deve sposarsi ma è evidente che non è felice. Magnus Bane, sommo stregone (metà demone e metà umano) irrompe in scena e i due, che segretamente si amano, finalmente si baciano rendendo noto a tutti in maniera tanto plateale il loro amore. Chiedo un po' di spiegazioni sull'accaduto (dato che non ho visto le altre puntate della saga) a mia figlia che mi dice felicissima che i due si amano da tempo ma non avevano il coraggio di rendere pubblico questo loro sentimento: “papà, io li shippo un casino come coppia!” (“shippare una coppia”: gergo giovanile che deriva dall'abbreviazione “ship” di relationship; significa che approvi e che ti piacciono insieme).

 

 

Che c'azzecca il bacio di una serie tv con la mia avversione per il termine “pride”? Centra perché mi ha costretto a riflettere e a documentarmi un po' sulle origini dei primi gay pride, quando la comunità lgbt, stufa di vivere di nascosto i propri sentimenti, ha deciso di uscire alla luce del sole, di esibire la propria condizione. Fortunatamente dai primi motti di orgoglio gay del 1969 di New York repressi violentemente dalla polizia molte cose sono cambiate in positivo, ma molte devono ancora cambiare ed evolversi e per questo credo sia infine giusto sfilare con orgoglio.

 

Viviamo in una terra tutto sommato tollerante ma che forse resta tale solo fino a che “non vede”. La grande festa dell'orgoglio gay serve proprio per far emergere dal nascosto la vita di molti uomini e donne che vivono, amano e vogliono essere capite e accettate per quello che sono: persone. Serve perché è giusto non vergognarsi per quello che si è e anzi far vedere che si sta bene con se stessi e si è orgogliosi di se e dei propri simili.

 

Ma il pride è un messaggio molto, molto importante anche per le molte ragazze e ragazzi dei nostri paesini che si scoprono omosessuali e che fanno fatica a capire come comportarsi e come vivere al meglio la loro quotidianità senza dovere necessariamente nascondersi.

 

Per quanto riguarda il sottoscritto, grazie ad un bacio esibito con orgoglio in una serie tv per adolescenti ho quasi (quasi) fatto la pace con una parola che non mi è mai piaciuta e sono riuscito a capire meglio la profonda importanza che le amiche e gli amici gay riversano sul 9 giugno prossimo.

 

Io e la mia famiglia ci saremo!

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