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La quintessenza del buon senso potrebbe essere rappresentata dall’antica saggezza dei proverbi. Ma questi non coincidono col diritto

Breviario di politica mite/ Francesco Galgano e Il rovescio del diritto (Ed. Giuffrè, Milano): “Che si commettano tali e tanti errori giudiziari non c’è da stupirsi; come non c’è da stupirsi del tanto conclamato divorzio fra diritto e giustizia: come potrebbe essere diversamente, dal momento che la seconda si basa sul ius, mentre il primo non si sa bene su cosa si fondi?”
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Di Nicola Zoller - 25 ottobre 2021

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Francesco Galgano, insigne giurista, prima magistrato e poi avvocato, ci offre con Il rovescio del diritto una disincantata rappresentazione della umana impossibilità di esercitare una giustizia giusta. “Che si commettano tali e tanti errori giudiziari - scrive l’autore - non c’è da stupirsi affatto; come non c’è da stupirsi del tanto conclamato divorzio fra diritto e giustizia: come potrebbe essere diversamente, dal momento che la seconda si basa sul ius, mentre il primo non si sa bene su cosa si fondi?”. Magari il diritto si fondasse almeno sul buon senso. La faccenda drammatica è che il buon senso - spiega Galgano - sia proprio il rovescio del diritto.

 

La quintessenza del buon senso potrebbe essere rappresentata dall’antica saggezza dei proverbi. Ma - aggiunge il nostro giurista - non c’è un proverbio, un solo proverbio, che collimi col diritto. Segue una “esauriente dimostrazione”, dalla quale estrapoliamo a campione la seguente. Ecco il proverbio: “Dopo il mal fatto pentirsi non vale”. E invece - argomenta Galgano - “può valere, specie da quando esiste la legge sui pentiti, una notevolissima riduzione di pena, quasi l’impunità. Chi confida nei proverbi può avere l’amara sorpresa di trovarsi di fronte, in legittima libertà, un pluriomicida”.

 

Il professore Galgano scava anche nelle Sacre Scritture: “Se è vero ciò che sta scritto nella lettera di S. Paolo ai Corinzi, ossia che vediamo ogni cosa a rovescio (salvo poter vedere “faccia a faccia” il giorno del giudizio universale), dobbiamo concludere che non ciò che consideriamo diritto è il diritto, bensì il suo rovescio. Resta così ulteriormente confermato che è il buon senso il vero diritto, ma intanto (fino al giorno del giudizio universale) subiamo questa condanna: dobbiamo applicare come diritto il contrario del buon senso”.

 

E prosegue: “A questa conclusione, cui il teorico perviene con sottile speculazione, gli uomini d’affari arrivano d’istinto. E’ sempre più frequente, nei contratti, la cosiddetta clausola compromissoria, con la quale ogni possibile controversia viene rimessa al giudizio di arbitri e, il più delle volte, ad arbitri cui si chiede di decidere  non secondo il diritto, ma secondo equità. Il che val quanto dire che essi debbono decidere secondo buon senso, che abbiamo appena visto essere altro dal diritto. Qualcuno ancora ne dubita? Rifletta allora su quella giurisprudenza della Cassazione, la quale ammonisce che gli arbitri chiamati a decidere secondo equità non debbono applicare il diritto, pena la nullità del lodo. A meno che, precisa la Cassazione, gli arbitri non diano adeguata dimostrazione che, nella fattispecie concreta, l’equità per avventura coincida con il diritto. Lo dice, dunque, anche la Cassazione: una simile coincidenza non è la regola, bensì l’eccezione, ed è una eccezionale eventualità tutta da dimostrare”.

 

Quale delusione per gli italici alfieri del diritto, brandito sul finire del XX secolo per “fare giustizia”. Il diritto è il rovescio del buon senso, ma non solo, aggiungiamo noi. Il diritto - proprio perché “non si sa bene su cosa si fondi”, come ammonisce Galgano - è tirato di qua e di là da chi lo interpreta e lo applica.

 

Voltaire, parlando di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia. “E’ davvero comico - rispose il malcapitato - quindi una camera, una legge”. “Sì - disse l’avvocato - ci sono venticinque commenti diversi sulla consuetudine di Parigi...e se ci fossero 25 camere di giudici, ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse”. Questa vicenda è stata riproposta dall’ ex magistrato Ferdinando Imposimato (cfr. Giustizia, la riforma non decolla, in Avanti della domenica del 3 maggio 1998, p.1) il quale, drammaticamente, ammette: “le cose non sono affatto mutate da allora”.

 

Imposimato continua il suo ragionamento citando Cesare Beccaria: “Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite  dei miserabili essere vittime dei falsi raziocini, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice”.

 

Queste terribili parole sembrano confinate in altro tempo. Purtroppo così non è. L’arbitrio giudiziario si è - se possibile - accentuato. L’avvocato Paolo Mirandola, già presidente nazionale della Federavvocati,  in un intervento del 19 marzo 1996 (cfr. Se il p. m. fa politica, l’Italia è in ostaggio, sul quotidiano l’Adige, p.1 s.) così annotava, proprio citando l’autore del libro qui considerato: “Francesco Galgano recentemente ha scritto che se la magistratura disponesse del comando delle Forze armate avrebbe già dislocato i carri armati sui crocevia”.

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