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Ma Alighieri era di destra o di sinistra? L'attualità di Dante politico è nella giustizia umana

DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 22 gennaio 2023

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Nelle scorse giornate il dibattito politico-culturale si è fermato per poco sulla domanda: Dante Alighieri era di destra o di sinistra? Ma sono termini di fine Settecento, lontani centinaia d'anni dal contesto dantesco. Ricordiamo, infatti, come nacque e restò fissata per sempre la distinzione tra destra e sinistra. Ce lo ha spiegato il politologo Piero Ignazi: "Destra e sinistra entrarono nel lessico politico all’indomani della Rivoluzione francese. Il 29 agosto 1789, il presidente dell’Assemblea Costituente chiese ai presenti di spostarsi a destra se volevano mantenere al re la prerogativa di porre il veto ai deliberati dell’Assemblea, e a sinistra se invece si rifiutavano. Questa differenziazione spaziale identificò subito i conservatori (a destra) e rinnovatori (a sinistra). Da allora quei termini hanno viaggiato nei continenti e nei secoli e, a dispetto dell’annuncio ricorrente della loro perdita di senso continuano a essere elementi centrali della definizione e della interpretazione della politica".             

 

L'attualità senza tempo di Dante politico e il suo essere punto di riferimento per tutti gli animi liberi riguarda la giustizia umana.

 

Dante Alighieri – che come priore di Firenze aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali – per ritorsione finì a sua volta sotto accusa di concussione dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. "Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto" (v. Carlo A. Brioschi, Breve storia della corruzione, ed.Tea, p. 55).

 

Solo gli immemori o i prevenuti dimenticano che in ogni epoca le accuse di immoralità diventano un brutale mezzo di eliminazione. Dante – esponente dei guelfi 'bianchi', sostenitori di una politica di pacificazione coi ghibellini antipapali – finì in esilio per tutta la vita, non accettò e rifiutò il processo, a cui si sottrasse, e venne condannato al rogo in contumacia.

 

Lui, guelfo popolare, sarà celebrato come 'ghibellin fuggiasco' nei Sepolcri foscoliani. La sentenza emessa nel 1302 dal tribunale fiorentino recitava invece ferale: "Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo, e se lo si prende, al rogo, così che muoia". La sentenza è raccolta nel Libro del Chiodo, conservato all'Archivio di Stato di Firenze. Una vicenda giudiziaria che pesa, che trova ripetuti casi simili in  epoca moderna e contemporanea e che dovrebbe far  meditare ancora ogni spirito libero.

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