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70 anni dalla dichiarazione Schuman: cosa resta del progetto europeo?

La visione di Schuman è al tempo stesso realizzata e fallita: realizzata, perché l’Europa dei piccoli passi ci ha condotto davvero molto lontano, portando l’integrazione europea a traguardi che nessuno 70 anni fa avrebbe potuto immaginare; fallita, perché l’idea che una forte integrazione economica avrebbe necessariamente condotto ad un’integrazione politica si è chiaramente dimostrata errata
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 11 maggio 2020

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Luisa Antoniolli, Andrea Fracasso, docenti della Scuola di Studi Internazionali

 

Il 9 maggio 1950, settant’anni fa, Robert Schuman, Ministro degli esteri francese, pronunciò nel Salon de l’Horloge del Quai d’Orsai, sede del Ministero, un discorso destinato a lasciare una traccia profonda sul processo di integrazione europea, tanto che questa data è diventata ufficialmente il giorno dell’Europa. La data è diventata il simbolo dell’integrazione europea perché in quel discorso si ritrova il DNA dell’attuale Unione europea, legato ad un processo di integrazione incrementale che si incardina su elementi economici, ma che ha come obiettivo finale un orizzonte molto più ambizioso di tipo politico: l’incipit della dichiarazione statuisce “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.

 

L’idea alla base di questo modello fu ad un tempo rivoluzionaria e pragmatica: rivoluzionaria, perché nelle parole di Schuman essa mirava alla costruzione di una vera e propria Federazione europea, sebbene a questo obiettivo si dovesse giungere con gradualità; pragmatica, perché essa partiva da ambiti limitati, ma di importanza strategica. Nacque così l’idea di un’”Europa dei piccoli passi”: secondo Schuman, “L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Questa posizione riecheggia anche nelle parole di un'altra personalità fondamentale della storia dell’integrazione europea, Jean Monnet: “Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale [...] gli Stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovranno riunirsi in una federazione”.

 

Perciò, la prima delle Comunità europee, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, il cui Trattato venne firmato nel 1951) aveva un ambito di applicazione relativamente limitato, ovvero, appunto, la gestione dei mercati del carbone e dell’acciaio. Si trattava, tuttavia, di una scelta cruciale: carbone ed acciaio erano le materie prime necessarie per ricostruire i paesi distrutti dal secondo conflitto mondiale, nonché per costruire armamenti. Riuscire a mettere in comune la loro gestione sotto un’istituzione indipendente (l’Alta Autorità, trasformatasi poi nell’attuale Commissione) fu l’uovo di Colombo: restringere l’ambito, ma coprire un settore talmente strategico da rendere nei fatti impossibile il riarmo e da obbligare gli Stati membri a cooperare nelle attività di ricostruzione economica.

 

Il modello, anche grazie al sostegno esterno degli Stati Uniti, ebbe successo. Dopo pochi anni (nel 1957) portò alla fondazione della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom, o CEEA), anch’essa focalizzata su una fonte energetica considerata all’epoca strategica, e soprattutto della Comunità economica europea (CEE), il cui sviluppo ci ha condotti all’odierna Unione europea, incentrata sul progetto di un mercato comune fondato su quattro libertà fondamentali, ovvero la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali. Il progetto dell’Unione europea conteneva anche gli elementi per proseguire con l’adozione di una moneta comune e l’istituzione di una banca centrale europea, un passaggio importante nell’integrazione economica e istituzionale. Nel frattempo, l’Unione si è anche allargata, accogliendo nuovi paesi, diversi sotto molti aspetti dai fondatori, ma attirati dalla promessa di sviluppo, sicurezza e pace del progetto europeo.

 

Il cammino percorso in questi settant’anni di integrazione è, guardando indietro, davvero impressionante: le Comunità europee, prima, e l’Unione europea, dopo, hanno raggiunto un livello di integrazione che non ha pari a livello mondiale, che copre ambiti ben più estesi di quelli economici, toccando settori come la tutela ambientale, i diritti fondamentali, la ricerca, la sicurezza, l’immigrazione, ecc. Lo sviluppo è stato così notevole, che studiosi e politici faticano oggi ad inquadrare la natura dell’Unione europea, con importanti ricadute politiche: non è uno Stato federale, ma è ormai qualcosa di ben diverso da un’organizzazione internazionale classica, con caratteristiche proprie di un sistema costituzionalizzato, seppure sui generis. E qui sta il problema: sappiamo dire quello che l’Unione europea non è (non è uno Stato federale, non è più una semplice organizzazione internazionale), ma non c’è consenso su quello che essa è.

 

Non si tratta di un semplice problema definitorio, ma di una questione esistenziale: il DNA del processo di integrazione europea proposto da Schuman e Monnet portava in sé gli elementi di una futura federazione europea, ma è chiaro che oggi questo fattore è scomparso dall’orizzonte. Nessuna forza politica di peso propone oggi una visione federalista, che appare a molti come un retaggio utopistico ed irrealistico del passato. Se così è, però, allora l’intero progetto vacilla, avendo perso una parte essenziale delle fondamenta che lo reggono: se non c’è all’orizzonte un’integrazione politica, forse anche il livello di integrazione economica va rivalutato, perché esso è talmente spinto da intaccare significativamente la sovranità nazionale.

Gli esempi di questa crisi esistenziale dell’UE sono molti: dalle crisi migratorie (nel 2011 dopo la primavera araba, nel 2015 e nel 2020 per i profughi siriani e afgani) alla crisi dei debiti sovrani, dalla Brexit fino all’attuale crisi sanitaria e sistemica del coronavirus, tutte mostrano che gli Stati non hanno più il pieno controllo di una serie di aspetti cruciali delle loro politiche, ma che al tempo stesso l’Unione non ha gli strumenti necessari per agire efficacemente senza la piena e leale collaborazione degli Stati membri.

 

La visione di Schuman è quindi al tempo stesso realizzata e fallita: realizzata, perché l’Europa dei piccoli passi ci ha condotto davvero molto lontano, portando l’integrazione europea a traguardi che nessuno 70 anni fa avrebbe potuto immaginare; fallita, perché l’idea che una forte integrazione economica avrebbe necessariamente condotto ad un’integrazione politica si è chiaramente dimostrata errata. Noi siamo a metà del guado, e questa è una situazione molto pericolosa, soprattutto in una situazione di crisi sistemica come quella attuale. Non possiamo pensare di proseguire con le modalità del passato, per quanto efficaci esse siano state: occorre una nuova visione di Europa, che sia condivisa non solo dalle élites politiche e tecniche, ma anche da tutti i cittadini. Una visione alta, che si fondi su un senso profondo di identità e di comunità, e che faccia proprio il motto dell’Unione, di essere “uniti nella diversità”. E’ una strada sicuramente impervia ed accidentata, ma il cammino che abbiamo alle spalle dimostra che risultati importanti, e probabilmente vitali, sono alla nostra portata.

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