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Dalla progressiva riduzione dell'uso dei combustibili fossili ai piani climatici, Cop 28 tra successi e lacune

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 16 dicembre 2023

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Louisa Parks e Michela Faccioli, docenti della Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento

 

Si è conclusa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la 28esima Conferenza delle Parti (Cop) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), con un giorno di ritardo rispetto al previsto. L'accordo emerso dalla riunione segna alcuni importanti passi avanti. La notizia principale è che per la prima volta una Cop ha votato a favore della progressiva riduzione dell’uso di combustibili fossili.

 

Nessuna Cop precedente aveva mai fatto una dichiarazione simile. Questa Cop ha anche compiuto importanti passi avanti nella creazione di un fondo per affrontare le spese associate a perdite e danni derivanti dal cambiamento climatico. Inoltre ha visto il completamento del primo “Global Stocktake”, una sorta di valutazione globale sui progressi fatti in materia climatica, che dovrebbe informare la preparazione di piani climatici nazionali prevista per il 2025. Questo blog fornisce una panoramica su alcuni di questi temi chiave, compresi i passi avanti che devono ancora essere compiuti.

 

La Cop - l'organismo che riunisce tutti gli Stati firmatari dell'Ufccc e una moltitudine di rappresentanti della società civile e dell'industria – ha come scopo quello di portare avanti l'obiettivo generale dell'Accordo di Parigi, adottato nel 2015, ovvero limitare l'aumento della temperatura globale dovuta ad emissioni climalteranti a 1,5 gradi centigradi.

 

Il dibattito, come sempre, è se le decisioni prese nell'incontro di quest'anno siano sufficienti per raggiungere questo obiettivo. I risultati ottenuti finora non sono, per usare un eufemismo, promettenti, secondo le ultime conclusioni dell'IPCC (il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) che raccoglie i dati più recenti sulla scienza climatica di tutto il mondo. Tuttavia, procedere a livello internazionale, coinvolgendo il maggior numero possibile di Stati, sembra ancora l'unica opzione possibile per affrontare il problema del cambiamento climatico.

 

Il divario tra la retorica dell'Unfccc e i risultati effettivi in termini di limitazione dei cambiamenti climatici è stato particolarmente evidente durante la Cop 28. Questo perché l'incontro segna la fase finale del primo “Global Stocktake”, un processo che si svolge ogni 5 anni ed ha come obiettivo la valutazione dei progressi raggiunti in materia di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, e in materia di finanziamenti per ripagare le perdite e i danni subiti a causa del cambiamento climatico.

 

Gli Stati devono indicare gli interventi che intendono intraprendere per raggiungere gli obiettivi climatici delineati nei piani nazionali quinquennali: lo “Stocktake” globale dovrebbe spingere gli stati ad azioni per il clima più ambiziose, sottolineando dove sono necessari maggiori sforzi, dove le azioni stanno funzionando e così via. Il processo per questo primo “Stocktake” è iniziato due anni fa con la raccolta e discussione di informazioni, che hanno portato alla preparazione di un rapporto tecnico. A partire da questo rapporto tecnico, la COP ha preso delle decisioni sullo “Stocktake”, che contribuiranno a guidare le Parti nell’elaborazione dei loro prossimi obiettivi climatici nazionali, da presentare nel 2025.

 

Ma cosa dice questo rapporto tecnico?

Le principali conclusioni sono che le emissioni di gas serra non sono in linea con gli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi e che senza un'azione rapida questo target sarà impossibile da raggiungere. A tal fine, il rapporto ritiene che "l'aumento delle energie rinnovabili e una transizione graduale verso l’allontanamento dai combustibili fossili sono indispensabili". L'inclusione di un impegno esplicito volto all'allontanamento graduale dai combustibili fossili è stata oggetto di un dibattito controverso alla Cop 28, così come lo è stata alla Cop 26 di Glasgow, dove fu raggiunto solo un accordo politico (il Patto per il clima di Glasgow) per la "riduzione graduale" dell'uso del carbone (uno specifico tipo di combustibile fossile).

 

Le preoccupazioni sulla possibilità che la Cop 28 rangiungesse un impegno effettivo per ridurre la dipendenza da combustibili fossili erano emerse sin dall'inizio del convegno a causa del coinvolgimento del paese ospitante della Cop (gli Emirati Arabi Uniti) nell'industria dei combustibili fossili. I timori sono poi aumentati durante la Cop sia per via delle pressioni fatte dai rappresentanti dell'industria dei combustibili fossili (presenti in numeri record a questa riunione), che per via di una notizia diffusa dal quotidiano britannico The Guardian il quale ha rivelato che il presidente della Cop avrebbe sostenuto l’inesistenza di prove scientifiche sulla necessità di eliminare i combustibili fossili.

 

Date le premesse, l'accordo finale raggiunto il 13 dicembre, ovvero "il progressivo abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l'azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere il net zero (zero emissioni)* entro il 2050, in linea con la scienza" è quindi un risultato molto positivo. È un chiaro segnale di accettazione generale della necessità di agire per costruire un'economia globale che non dipenda dai combustibili fossili, nonostante (come alcuni hanno sostenuto) i negoziati avrebbero potuto puntare più in alto. Il testo dell'accordo, infatti, fa riferimento a un progressivo “allondatamento dai” combustibili fossili, piuttosto che una “completa eliminazione”, il che non è stato percepito come un impegno sufficientemente ambizioso da tutti i partecipanti alla Cop 28.

 

Un altro importante risultato della Cop 28 di quest'anno è l'impegno a triplicare la capacità di generazione di energia rinnovabile installata nel mondo entro il 2030. L'aumento dell'uso delle energie rinnovabili è essenziale per raggiungere gli obiettivi di "net zero". Tuttavia, ciò richiede un'attenta pianificazione, poiché le fonti di energia rinnovabile possono anch’esse generare una serie di problemi ambientali. Tra questi, ad esempio, la perdita di suolo (e quindi habitat e biodiversità) per la costruzione di impianti di energia rinnovabile, o l'espansione dell'attività mineraria per la fornitura di litio per le batterie delle auto elettriche.

 

Altri punti controversi che emergono dall'accordo riguardano, ad esempio, la classificazione del gas naturale come "combustibile di transizione" invece che fossile, che suggerirebbe un basso impatto di questa fonte energetica sul clima – questione ancora non completamente risolta dalla scienza. Altrettanto controversa è la proposta di usare tecnologie di cattura e stoccaggio dei gas serra per la riduzione delle emissioni, in quanto affidarsi a queste tecnologie, la cui efficacia non è oltretutto ancora stata interamente dimostrata, può creare la falsa illusione che sia possibile lottare contro il cambiamento climatico senza il bisogno di ridurre le emissioni. I critici sottolineano invece che senza cambiamenti radicali nei nostri sistemi economici ed istituzionali, nonché nei nostri approcci alla produzione e al consumo, i problemi ambientali, che includono i cambiamenti climatici ma soprattutto la perdita di biodiversità e i conseguenti danni agli ecosistemi, non saranno risolti. Tra questi critici troviamo i rappresentanti dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (che includono Samoa, Singapore, le Maldive ecc.), la cui esistenza è messa a rischio dall’innalzamento del livello dei mari e dal cambiamento climatico. Questi paesi hanno accettato l'accordo finale raggiunto dalla Cop 28, mettendo però in risalto l’esistenza di "una serie di lacune" gravi nel testo dell’accordo.

 

Alcune di queste lacune riguardano una questione centrale: come garantire i fondi necessari per la transizione, cosa finanziare e come distribuire i fondi in modo giusto ed equo. Questa Cop ha raggiunto un accordo sulla spinosa questione dell’istituzione di fondi per finanziare (soprattutto nei paesi più vulnerabili) la ricostruzione in seguito a perdite e danni causati dal cambiamento climatico – questione affrontata alla Cop 27 in Egitto l’anno scorso, dopo molti anni di discussione. Tuttavia, permangono questioni finanziarie più generali.

 

Il “Global Stocktake” non fa riferimento agli obblighi conformi al principio, da tempo accettato, che "chi inquina paga", secondo cui le economie avanzate dovrebbero farsi carico di una parte maggiore dell'onere finanziario legato alla riduzione delle emissioni, data la loro responsabilità storica nella creazione del problema del cambiamento climatico. Inoltre, molti Stati sviluppati spesso non hanno rispettato le promesse di finanziamento per il clima, o non sono stati chiari riguardo all’ammontare che sono disposti a finanziare: le promesse di finanziamento per affrontare le perdite e i danni causati dal cambiamento climatico, ad esempio, ammontano a molto meno di quelle più ampie che potrebbero essere destinate alla ricerca tecnologica.

 

Le modalità di ripartizione dei finanziamenti e i soggetti che possono accedervi sono cruciali per garantire una transizione energetica e climatica equa soprattutto per i Paesi meno sviluppati, che hanno contribuito in misura minore al problema del cambiamento climatico, ma ai quali sarà richiesto di effettuare investimenti sostanziali in energia a basse emissioni climalteranti. Si stima che queste nazioni avranno bisogno di alcuni trilioni di dollari (l'equivalente di circa il 2% del Pil globale) all'anno per poter investire negli obiettivi climatici. Metà di queste risorse potrebbero essere mobilitate a livello interno (domestico), anche se il finanziamento di politiche climatiche non dovrebbe contribuire a peggiorare la situazione di forte debito in cui versano molti Paesi in via di sviluppo. L'altra metà dei finanziamenti necessari dovrà quindi provenire da fonti esterne. Circa il 50% dei finanziamenti esterni dovrebbe provenire dal settore pubblico di altri Paesi attraverso aiuti bilaterali e fondi delle banche internazionali per lo sviluppo. Il restante 50% dei finanziamenti esterni dovrebbe provenire dal settore privato, che storicamente ha svolto un ruolo marginale nel finanziamento delle azioni per il clima, ma che diventerà essenziale nei prossimi anni per incrementare la portata degli interventi. Questo perché, secondo le parole dell'inviato statunitense per il clima John Kerry, "nessun governo al mondo ha abbastanza risorse finanziarie per risolvere la crisi climatica". Per incoraggiare il settore privato a investire in progetti legati al clima nei Paesi in via di sviluppo sarà necessario, ad esempio, offrire alle imprese prestiti a basso tasso di interesse e opportunità di investimento sicure.

 

La Cop 28 ha chiarito che la transizione verso un sistema energetico più rispettoso degli equilibri climatici non è più in discussione: tuttavia siamo ancora lontani dal poter rispondere pienamente a domande sulle modalità, le tempistiche e le risorse di finanziamento a supporto di tale transizione. La Cop 29, che si terrà l'anno prossimo in Azerbaigian, raccoglierà il testimone, ma già si teme per i risultati delle negoziazioni poichè ad ospitarla sarà un altro Stato con interessi nell’industria dei combustibili fossili.

 

*L’obiettivo del net zero (zero emissioni) da raggiungere entro il 2050 prevede una riduzione significativa delle emissioni, e un bilanciamento tra la emissioni residue considerate inevitabili e l’assorbimento di una quantità equivalente, cosi da azzerare le emissioni nette.

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