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Elezioni presidenziali in Francia 2022: verso un nuovo sistema partitico?

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 19 aprile 2022

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Emanuele Massetti, Professore associato in Scienza Politica presso la Scuola di Studi Internazionali – Università di Trento

 

Le elezioni presidenziali francesi rappresentano un appuntamento cruciale per la politica europea dei prossimi anni. La vittoria dell’uno (Emmanuel Marcon) o dell’altra candidata (Marine Le Pen) avrà importanti ripercussioni su alcune politiche chiave, come l’economia, l’immigrazione e l’ambiente, ma anche sul futuro stesso dell’Unione europea e, forse, persino sul posizionamento strategico nei confronti di altre potenze, quali Stati Uniti e Russia. Sarebbe quindi difficile sovrastimare la posta in gioco del ballottaggio che si terrà tra pochi giorni. Tuttavia, se si vogliono analizzare continuità e cambiamenti nel sistema partitico francese, occorre guardare ai risultati del primo turno (ed alle legislative di giugno). È qui, infatti, che tutte forze politiche hanno la possibilità di presentare le proprie proposte e gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza relativamente svincolata da considerazioni strategiche. Di conseguenza, il responso del primo turno permette di azzardare letture sulle dinamiche più profonde della politica francese.

 

Da questo punto di vista, il risultato più eclatante è una conferma del maggiore appeal elettorale dei “nuovi” partiti – En Marche (EM), Rassemblement National (RN) e La France Insoumise (FI) – rispetto ai partiti mainstream della Quinta Repubblica: quello gollista/repubblicano e quello socialista. Queste due forze politiche tradizionali escono dalle elezioni del 10 aprile agonizzanti, se non defunte. I gollisti/repubblicani stanno vivendo la loro prima sfida di carattere esistenziale, mentre per i socialisti si tratta di una amarissima conferma, addirittura peggiorativa, rispetto al risultato già drammatico del 2017. Tra l’altro il non raggiungimento della soglia minima del 5%, taglia questi partiti fuori dalla distribuzione dei rimborsi elettorali, aggiungendo problemi organizzativi alla debacle elettorale. In sintesi, la sostanziale continuità dei risultati del primo turno di quest’anno con quelli del primo turno del 2017 induce a pensare che il sistema partitico è stabilmente mutato.

 

Dopo tre decenni di competizione bipolare tra destra e sinistra (dagli anni ’70 agli anni ’90), in cui i gollisti/repubblicani e i socialisti dominavano i rispettivi campi, le presidenziali del 2002 fornirono il primo vero shock elettorale, con l’accesso del candidato dell’allora Front National (FN), Jean-Marie Le Pen, al secondo turno, a spese del candidato socialista. Nelle successive presidenziali del 2007 e 2012, la sfida presidenziale sembrò rientrare nella tradizionale dinamica bipolare, con i candidati dei partiti mainstream che riuscirono entrambi ad accedere al secondo turno. Tuttavia, già in quelle elezioni sia era palesato il consolidamento della sfida della destra populista del FN e la potenziale vulnerabilità dei partiti tradizionali rispetto ad un’offerta centrista; che nel 2007 si era manifestata con la candidatura di Francois Bayrou, dell’Union pour la Democratie Francaise (UDF).

 

Dieci anni dopo, le forze mainstream si sono trovate esposte ad una nuova e più potente sfida centrista, questa volta portata da Emmanuel Macron (EM), e ad un duplice attacco populista, sia da destra (FN-RN) sia da sinistra (FI). Mentre i gollisti/repubblicani hanno retto all’urto nel 2017, il primo turno del 10 aprile 2022 sembra consegnarli alla storia, insieme agli ex rivali socialisti. Per capire cosa è successo al sistema partitico francese, vale la pena adottare uno sguardo sia di lungo periodo sia in prospettiva comparata. Da un punto di vista di lungo periodo, il dato più importante, che spiega come entrambe le forze politiche tradizionali siano cadute preda della proposta centrista di Macron (e prima ancora di Bayrou), è il graduale processo di convergenza che li ha visti protagonisti negli ultimi quarant’anni. In realtà, è difficile dire se l’indebolimento elettorale delle forze tradizionali sia dovuto alla convergenza di per sé o, piuttosto, al fatto che questa sia avvenuta intorno ad un approccio macroeconomico che non è in grado di garantire sviluppo, prospettive e mobilità sociale a fasce sempre più estese della società francese.

 

Senza inoltrarsi in disquisizioni di economia politica, è abbastanza evidente che i processi di globalizzazione ed integrazione europea abbiano contribuito a spostare le preferenze dei due partiti dominanti dall’economia mista all’espansione del mercato, e dalle politiche di piena occupazione alle politiche di controllo dell’inflazione. I gollisti/repubblicani hanno iniziato questo percorso già con la presidenza di Giscard d’Estaing (1974-1981); mentre i socialisti, dopo una storica vittoria ottenuta (con Mitterand) nelle presidenziali del 1981 con un programma marcatamente di sinistra, operarono una giravolta negli anni successivi - con la soppressione della scala mobile (1982) e la cosiddetta “svolta del rigore” (1983). In tal modo si posero anch’essi in una posizione coerente con il nuovo sistema monetario europeo, entrato in vigore nel 1979 e dominato dai dettami ordo-liberisti di stampo tedesco, a cominciare dalla moderazione salariale e da una politica monetaria restrittiva. Le numerose co-abitazioni (presidente socialista e primo ministro gollista o viceversa) degli anni ’80 e ’90, così come i compromessi tra PPE e PSE (di cui sono rispettivamente membri) nella governance dell’Unione europea (Ue), favorirono ulteriormente la convergenza. La rivolta di una parte dei socialisti francesi contro la direttiva Bolkestein e, in parallelo, contro la costituzione della Ue (2003-2006) rappresentò l’ultima istanza di parziale divergenza tra i due partiti mainstream.

 

Dal 2008, anno in cui Jean-Luc Melenchon lasciò il partito socialista, le due forze politiche tradizionali sono diventate talmente sovrapponibili da essere pronte ad una sintesi. Lo strepitoso successo di Macron, sia nel primo turno del 2017 sia in quello di quest’anno, è dovuto principalmente a questa quarantennale convergenza di socialisti e gollisti/repubblicani introno alle politiche della Ue. Certamente Macron non poteva raccogliere tutto il sostegno che avevano avuto i due partiti mainstream in passato. Una parte importante se ne è andato alle proposte populiste di destra e di sinistra, che si sono consolidate per le loro posizioni ben riconoscibili su immigrazione (FN-RN), austerità (FI e FN-RN) e Unione europea (FN-RN e FI). Ci troviamo, dunque, di fronte ad un sistema partitico di tipo tripolare, in cui la comune linea politica europeista dei socialisti e dei gollisti/repubblicani viene ora portata avanti dal partito di Macron, mentre la destra e la sinistra sono ormai dominate da forze populiste, che sfidano in vario modo il mainstream della Ue.

 

Da un punto di vista comparato, vale la pena notare che sostituzioni parziali o (pressoché) totali dei sistemi partitici sono già avvenute in diversi altri paesi dell’Europa occidentale, quasi sempre a causa dell’emergere di partiti populisti, soprattutto di destra dalla fine degli anni ’80; poi sia di destra che di sinistra dopo la crisi economica del 2008/2009. In Grecia, dopo un periodo di profondi sconvolgimenti, la struttura del sistema partitico sembra essere tornata sostanzialmente la stessa; ma con attori parzialmente diversi, dal momento che Syriza ha ormai sostituito il partito socialista greco quale maggiore forza di sinistra. In Spagna, i due partiti tradizionali (PP e PSOE) sono anch’essi sotto un attacco multiplo. Così come in Francia, alla sfida centista di Ciudadanos si somma quella populista a tenaglia, da sinistra (Podemos) e da destra (Vox). A differenza della Francia, in Spagna, i partiti mainstream sembrano aver retto l’urto, mantenendo (sinora) il primato nei rispettivi campi.

 

Lo stesso è avvenuto nel Regno Unito, dove il sistema elettorale maggioritario secco ha preservato il ruolo dominante dei due partiti tradizionali, laburista e conservatore, che sono però stati catturati dal populismo di sinistra e di destra dall’interno (con le rispettive leadership di Jeremy Corbyn e di Boris Johnson). In fine, in Italia, come è noto, non ci siamo fatti mancare nulla. Un sistema partitico completamente collassato nel biennio 1992/1994, gli eredi delle due forze antagoniste della prima repubblica (PCI e DC) che si fondono in un nuovo partito (PD), populismi di tutti i tipi (destra, sinistra centro, regionalisti e nazionalisti), inclusa una maggioranza di governo totalmente populista (2018-19), oltre a governi tecnici con maggioranze da unità nazionale (2011-13 e 2021-…). Non va poi dimenticato il tentativo (fallito) di Renzi di unire o assorbire le due forze mainstream della seconda repubblica (PD e Forza Italia): una mossa molto simile a quella compiuta (con successo) poco dopo da Macron. Non a caso, il politico toscano era popolarissimo in Francia in quel periodo, soprattutto tra quei settori dell’opinione pubblica che poi appoggeranno l’ascesa di Macron.

 

Le trasformazioni dei sistemi partitici nazionali seguono quindi sviluppi peculiari, plasmati dagli assetti istituzionali e dalle trasformazioni delle società nazionali. Tuttavia, non è difficile intravedere alcune similitudini tra i vari paesi europei. Per prima cosa, risulta evidente che la sfida populista non è di carattere superficiale o transitorio. Al contrario, il populismo va inteso come un fenomeno di natura strutturale: una reazione contro l’apparente incapacità dei nostri sistemi politico-economici (o contro la mancanza di volontà da parte di chi li governa) di porre uno stop all’aumento delle diseguaglianze e di offrire prospettive di una certa sicurezza sociale a fasce sempre più ampie della popolazione. Secondo, la politica populista tende a dividersi tra un’offerta di destra, che origina dal tema dell’immigrazione, ed un’offerta di sinistra, che si concentra sulle disuguaglianze economiche; ma converge su una serrata critica al sistema di governance e ad alcune politiche caratterizzanti della Ue. Ciò significa che lo schema tripolare emerso in Francia, con un centro europeista (che sia un partito o una coalizione) e due ali populiste e variamente euroscettiche, possa replicarsi anche altrove e diventare la dinamica politica dominante all’interno della Ue.

 

In ogni caso, c’è da chiedersi fino a che punto le forze europeiste siano in grado di prevalere elettoralmente su quelle populiste ed euroscettiche. Al secondo turno, Macron ha ancora buone probabilità di prevalere ma il distacco rischia di dimezzarsi rispetto al secondo turno del 2017. Se poi si guarda alla rappresentanza sociale dei tre partiti/candidati principali rispetto alle classi di reddito e all’età, appare chiaro che il supporto elettorale di Macron è basato principalmente su anziani e benestanti, due categorie che non garantiscono il successo nel lungo periodo. Senza contare che il programma di Macron include ulteriori sacrifici, a cominciare dalla riforma delle pensioni; e non promette, quindi, di guadagnarsi consenso durante il prossimo mandato. Tuttavia, di fronte al susseguirsi di numerose crisi e del ritorno della guerra in Europa, ciò che più conta in questo momento è il voto del 24 aprile; anche perché le prossime presidenziali del 2027 si svolgeranno, forse, in un mondo molto diverso da questo.

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