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La Cina, la pandemia e il mondo che cambia: quali prospettive per il soft power cinese?

L’inizio del 2019, un anno da molti definito ‘sensibile’ per la Cina a causa delle delicate ricorrenze attese, è stato segnato dalla preoccupazione della leadership cinese per eventuali minacce alla stabilità del regime provenienti dall’interno del paese, in un contesto politico internazionale percepito come ostile
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 15 novembre 2020

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Di Sofia Graziani, sinologa e storica della Cina, docente presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia e la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento

 

L’inizio del 2019, un anno da molti definito ‘sensibile’ per la Cina a causa delle delicate ricorrenze attese, è stato segnato dalla preoccupazione della leadership cinese per eventuali minacce alla stabilità del regime provenienti dall’interno del paese, in un contesto politico internazionale percepito come ostile.

 

Il 21 gennaio 2019, pochi giorni prima delle festività del capodanno lunare cinese, in un discorso alla Scuola Centrale del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha chiamato i quadri del Partito a rafforzare il controllo e a stare in guardia contro i “cigni neri” (hei tian’e) e i “rinoceronti grigi” (hui xiniu), parlando non solo di specifiche categorie di oppositori o presunti tali, ma facendo anche riferimento a rischi esterni e sfide interne legate alla crescente insoddisfazione nei confronti della sua stessa autorità (“Xi Jinping: jingti hei tian’e, fangfan hui xiniu” - Qui link). I timori si sono rivelati in parte fondati. Come sappiamo, infatti, nel mese di giugno è scoppiata la protesta a Hong Kong e l’escalation dei disordini e della violenza nei mesi successivi ha innescato gravi tensioni nei rapporti con Pechino, mostrando al mondo intero la crisi del modello “un paese due sistemi” (yiguo liangzhi).

 

Se il 2019 ha visto lo scoppio delle proteste a Hong Kong, meno di un anno dopo la Cina si è trovata ad affrontare la più grave crisi sanitaria ed economica dai tempi di Mao, l’epidemia di Covid-19, che, unita alle gravi tensioni con gli Usa, ha messo a dura prova la leadership di Xi Jinping.

 

Ma, nonostante le gravi mancanze nelle prime fasi dell’epidemia, la Cina è riuscita a contenere il virus e oggi la sua economia sta ripartendo. La legittimità del Pcc a governare ne è uscita addirittura rafforzata, anche grazie a un’efficace operazione di riscrittura della storia dell’epidemia volta a glorificare il suo operato (si veda lo speciale di Sinosfere sul tema - Qui link) e a fare di Wuhan il simbolo della resilienza del paese (Qui link).

 

Le immagini del mondo occidentale (soprattutto Usa), dove la gestione della crisi è stata a dir poco caotica, hanno contribuito a veicolare il messaggio della superiorità del sistema politico cinese nella lotta al Covid-19, consentendo al discorso propagandistico cinese di trasformare il malcontento iniziale in orgoglio nazionale e, di riflesso, in consenso verso il partito.

 

E così, mentre gli Usa e l’Europa sono alle prese con la seconda ondata di Coronavirus, per la Cina il peggio sembra ormai alle spalle. Questo è quanto emerge dal Quinto Plenum del XIX Comitato Centrale del Pcc, riunitosi a fine ottobre a Pechino, che ha evidenziato il successo della Cina nella gestione del Covid-19 (o meglio, nella “guerra del popolo”, come è stata ribattezzata da Xi Jinping la lotta contro il virus) e una rinnovata determinazione nell’affrontare le difficoltà e le sfide del futuro (tra queste, il rallentamento della crescita e il problema della disoccupazione), ponendo particolare attenzione ai temi della governance nazionale e riaffermando il primato del partito su ogni aspetto della vita del paese, in linea con quella tendenza a riportare il Partito al centro di tutto in atto già da qualche anno.

 

La riunione ha confermato lo slancio verso uno sviluppo maggiormente legato all’economia interna per contrastare una crisi che, ancora una volta, porta alla diminuzione delle esportazioni e ridurre la dipendenza di Pechino dai mercati stranieri (Qui link). A tale slancio, racchiuso nell’espressione “doppia circolazione” (liang lu), la nuova parola d’ordine della leadership cinese, che significa anche “sdoppiamento” dell’economia cinese da quella americana, non sembra tuttavia corrispondere un abbandono dell’impegno cinese nell’arena internazionale.

 

Sebbene molti progetti siano fermi, la Belt and Road Initiative (BRI, “Nuova Via della Seta”), progetto che abbraccia più di 100 paesi e collega tre continenti (Asia, Africa, Europa), rimane di fatto una priorità per i leader cinesi. Proprio lungo la BRI passa, ad esempio, il nuovo soft power cinese incentrato sul filone sanitario (“via della seta della salute” jiankang sichou zhilu) volto a ‘ripristinare’ la reputazione globale della Cina e rafforzare la proiezione della Cina quale leader globale nel settore della sanità.

 

La leadership cinese si è dimostrata pronta a rilanciare la propria strategia di soft power, più che mai consapevole dell’importanza della diplomazia pubblica quale elemento cruciale nell’evoluzione delle relazioni internazionali: non solo potenziamento della cosiddetta “via della seta della salute” quale filone strategico della BRI, ma anche una rinnovata attenzione alle politiche culturali per la “conquista dei cuori e delle menti” del pubblico internazionale in un contesto segnato dalla rivalità sino-americana e da una diffusa retorica anti-cinese.

 

Un’attenzione che deve essere compresa nel quadro della più ampia strategia discorsivo-propagandistica dellabuona narrazione sulla Cina” (jianghao Zhongguo gushi) promossa da Xi Jinping a partire dal 2013 al fine di contrastare i bias occidentali e plasmare il discorso globale sulla Cina, che è stata accompagnata da massicci investimenti nell’internazionalizzazione dei media cinesi e, più in generale, in ambiziosi progetti di diplomazia pubblica tesi a rafforzare il “potere discorsivo” (huayu quan) della Cina a livello internazionale (per un’analisi di alcuni aspetti della strategia di soft power cinese sotto Xi Jinping, si veda il no. 18 della rivista del Centro Studi Martino Martini “Sulla Via del Catai”).

 

I limiti del soft power cinese e la percezione della Cina nel mondo. Per quanto la Cina abbia potuto trarre vantaggio, in questi ultimi anni, dal declino dell’immagine e del soft power degli Stati Uniti, la strategia cinese ha tuttavia rivelato i propri limiti. L’espansione della presenza economica della Rpc e la politica di investimenti cinesi nell’ambito del progetto della Nuova Via della Seta ha fatto riemergere in Occidente la narrativa della ‘minaccia cinese’, mentre il controverso progetto degli Istituti Confucio ha suscitato critiche e perplessità, mostrando tutti i limiti di un soft power calato dall’alto, sempre più percepito come diretta emanazione delle autorità comuniste cinesi.

 

Non a caso se si guarda ai più recenti sondaggi di opinione condotti dai maggiori centri di sondaggio internazionali si nota che, prima della pandemia, in gran parte del mondo occidentale (Usa, Canada e Europa occidentale) e in diversi i paesi vicini dell’Asia-Pacifico tendevano a predominare visioni negative, mentre si registravano livelli elevati di apprezzamento verso la Cina in Russia, Ucraina e nei paesi del Medio oriente e dell’Africa sub-sahariana oggetto delle indagini (Qui link). La diffusione del Covid-19 e le critiche per la gestione della pandemia nella fase iniziale, non hanno fatto altro che alimentare un clima di sfiducia in Occidente, portando la visione negativa della Cina ai massimi nel mondo: sebbene si tenda quasi ovunque a vedere la Cina quale principale potenza economica mondiale, un recente sondaggio del Pew research center rivela un significativo calo di consensi, con un tasso di disapprovazione al 73% negli Usa e nei maggiori stati europei (Qui link). Per contro, più limitato pare sia stato l’impatto in termini di reputazione in altre aree del mondo di crescente presenza cinese.

 

L’Africa è il continente dove si sono registrati per circa un decennio percentuali di positività piuttosto alte, malgrado la valutazione dell’operato cinese vari da paese a paese. Secondo un sondaggio effettuato dal centro di ricerca Afrobarometer in 36 paesi africani, nel 2016 il 63% degli africani vedeva in maniera positiva la crescente influenza economica e politica della Cina in Africa (in Mali la percentuale raggiungeva il 92%). Un altro dato interessante è che la Cina si classificava al secondo posto (dopo gli Usa) quale modello di sviluppo per i paesi africani, arrivando ad occupare il primo posto in paesi quali, ad esempio, la Tanzania, il Mali, lo Zambia e la Tunisia (Qui link).

 

Sappiamo, infatti, che il modello alternativo di istituzioni sociali ed economiche che la Cina offre è risultato attraente in questa parte del mondo e l’approccio cinese alla cooperazione (basato sulla non ingerenza e sulla non condizionalità) suscita l’interesse di quelle élite africane maldisposte verso le prescrizioni neoliberiste del Washington Consensus. Se l’élite politica ed economica africana appare generalmente bendisposta verso la Cina, più complessa è, invece, la reazione di certi settori della popolazione presso i quali si sono diffuse percezioni negative, soprattutto come conseguenza di pratiche specifiche di business delle aziende cinesi.

 

Più di recente, la reazione anti-africana nella città cinese di Canton durante il lockdown e il tema del debito hanno alimentato un crescente scetticismo pubblico rispetto alla presenza cinese in Africa, ponendo seri interrogativi sul futuro dell’amicizia tra i due popoli.

 

Indubbiamente, una delle principali sfide cui Pechino si trova di fronte è quella di gestire i rapporti con la popolazione locale e la società civile in modo da evitare che le accuse dineocolonialismo” e le più recenti critiche alla “diplomazia della trappola del debito” nell’ambito della Nuova Via della Seta, mosse da larga parte del mondo occidentale, vadano ad alimentare atteggiamenti di sospetto nei confronti della Cina e finiscano per danneggiare seriamente la reputazione del paese nel continente.

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