Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)
Ewa dice a memoria, in polacco. Un lunghissimo poema.
Ewa chiude gli occhi.
Ewa si stropiccia gli occhi. Si mette il collirio.
Ewa ricorda: quando con Jerzy Grotowski (1933-1999), il mito dell’altroteatro, dell’oltreteatro, del teatro che non è più teatro… e lei giovane attrice… Attrice? No, ricercatrice…
Ewa scandisce il ritmo del cammino. Due metri dietro chi hai davanti, due metri davanti chi hai dietro di te.
Ewa guida le danze nella grande sala spoglia, con un solo intreccio di bambù nel mezzo: sì, no, i gesti con le mani nell’aria – sì, no! – e gli spostamenti di peso sulle gambe.
Ewa raccoglie bacche nel bosco, pesta le bacche nel mortaio, si fa ricoprire di semi. Con la faccia ancora piena di semi, i suoi allievi e le sue fedeli (esploratrici? seguaci?) piangono e raccontano le loro emozioni. Una ragazza lacrima mentre calpesta, in quel mosto di bosco, la codardia.
Ewa decide di tornare in Polonia, dopo quarant’anni, dopo essere scappata dalla repressione contro Solidarnosc, dal golpe militare di Jaruzelski (dicembre 1981). A Lublino.
Ewa dialoga con il giovane autista ucraino che porterà a Lublino tutte le sue cose. Una vita dentro venti scatoloni.
Ewa toglie dalla parete di quella che non sarà più la sua casa, in Sardegna, i fogli scritti a mano del poema. Li accartoccia e li getta nel fuoco.
Siamo oltre il teatro, nelle terre sempre feconde della ricerca esistenziale che si incrocia con l’antropologia, la riscoperta delle radici ctonie, il canto animistico, la congiunzione con la natura, la ricerca di ciò che è invisibile agli occhi.
Film tra i più spiazzanti di questo 74esimo Filmfestival, i sessantasette minuti di Ewa e su Ewa (Ewa The Last Lesson, di Andrea Mura e Federico Savonitto) passano profondi e insieme leggeri, grazie a una fotografia attenta e a un montaggio dalla tempistica ineccepibile, che stacca quando deve staccare ma lascia agli occhi e agli orecchi il tempo sufficiente per decodificare.
Lodati siano dunque i coregisti Mura e Savonitto (si sono conosciuti alla sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia), un sardo e un friulano che hanno qualcosa da dire. Lode pure al suono in presa diretta di Camilla Iannetti e alla produzione Ginko Film di Chiara Andrich (presenti anche loro al Cinema Modena), nonché al montaggio sapiente di Jacopo Quadri e Nicolò Tettamanti. E lo dicono bene, con presa sicura su una storia solo apparentemente esile.
Dopo il passaggio di Trento, incursione furtiva della mezza montagna sarda tra le vette del Festival, Ewa andrà al prestigioso Millennium Docs Against Gravity di Varsavia, tra pochi giorni, per la prima internazionale e la prima per i polacchi, che sentiranno la bella voce sussurrante di Ewa nella loro lingua (e peraltro anche il suo italiano è modulato e melodioso).
Sul “Cinematografo”, Lorenzo Ciofani ha scritto della protagonista: “Figura leggendaria della ricerca teatrale, sodale di Jerzy Grotowski, Adam Mickiewicz e Peter Brook, Ewa Benesz è una ragazza del secolo scorso che continua a incarnare la resistenza all’ordine costituito. Lo fa attraverso l’atto artistico dell’esserci qui e ora, in uno stare al mondo che ha il segno dell’erranza come sopravvivenza: l’idea di un teatro itinerante per sfuggire alla sorveglianza dei servizi segreti polacchi, la fuga dalla natia Polonia durante la legge marziale del 1981, la fiducia nel Parateatro – sviluppato assieme a Rena Mirecka – come esperienza comunitaria ed estensione cognitiva per interrogare il legame con gli altri e con il simulacro della rappresentazione”.
Come scriveva Emanuela Artini sul Margine n.8 del 1986, “Perché non crederci che il teatro è proprio questo, il luogo del disvelarsi di una verità, del venire alla luce delle promesse di senso, delle virtualità scomposte dell’animo umano? Ci ha creduto Jerzy Grotowski che nel suo “teatro povero” ha visto il luogo dove si realizza la sfida tra i miti e i valori della tradizione da una parte e la trasgressione incarnata nell’attore dall’altra. Dove l’attore si scontra con l’intimità collettiva nella “dialettica di derisione e di apoteosi” e coinvolge lo spettatore in una cerimonia di autoanalisi collettiva”.
Esattamente questa dinamica grotowskiana – e quest’atmosfera sospesa – si percepisce viva nel film, sulle tracce di Ewa. Più ancora che “ultima lezione”, una danza mai conclusa: dove, appunto, etimologicamente, il trasgredire, l’andare oltre, si coniuga con il progredire (che è anche un Pilgrim’s Progress, un cammino di pellegrinaggio che è anche ascesi-ascensione di autocoscienza spirituale). I piedi sono spesso inquadrati, nel film, perché sono veicoli e testimoni. E c’è anche uno spezzone prezioso di quando la giovane attrice progrediva e trasgrediva camminando, e dormendo dove poteva, e dicendo, e dialogando. Ma sempre in movimenti, attraverso il tempo e lo spazio.
Il film di Ewa è stato girato senza fretta, a partire dai tempi grigi del Covid. Si percepisce il lungo tempo dedicato agli incontri, agli sguardi, alle voci. Ewa è la protagonista, ma non schiaccia, non azzera mai i suoi compagni e le sue compagne di strada. Indica il cammino, ma altri lo proseguiranno, lo compiranno. Che sia Sardegna o Sicilia, la Toscana della casa laboratorio di Cenci (Franco Lorenzoni) o la Polonia lasciata, amata, perduta e ritrovata di Ewa, ciò che conta è mettere un piede dopo l’altro, con il ritmo giusto e la giusta vicina distanza con gli altri esseri umani. Sempre sulla strada, se è vera la strada.













