''Mi credi? Io non ho mai voluto sfidare nessuno'', il graffio e la carezza. Un ritratto di don Marcello, profeta della parola accogliente

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)
“Mi credi? Io non ho mai voluto sfidare nessuno”. Marcello Farina ci diceva così, nell’ultimo colloquio, il 5 novembre, nella sua bella casa di Balbido nel Bleggio superiore, illuminata dalla luce del cielo giudicariese e riscaldata dall’affetto dei nipoti al piano di sotto, Alessandro e Natascia. Eravamo saliti con Marco Morelli e Silvano Zucal, amici di una vita, e sapevamo che era un addio. Ma lui ci aveva sorriso e aperto una porticina sul futuro: “Tornate a trovarmi, facciamo una bella passeggiata insieme”.
La vasta ondata di commozione che in queste ore riempie l’aria delle comunicazioni, sociali e interpersonali, in Trentino e non solo, testimonia quanto abbia inciso – nelle nostre vite individuali, credenti o atei o agnostici o esploratori che fossimo, e nella nostra comunità – “il Marcello”, dal Liceo Galilei alla Fuci, dall’Università della terza età alle messe serali in Duomo (a proposito, assurdo che non sia stato previsto lì, pare per incomprensibili motivi logistici, il funerale di lunedì pomeriggio, che sarà in San Carlo alla Clarina alle 14.30).
Come ricordare una vita così ricca, dal 1940 al 2025, 85 anni di percorso esistenziale e sessant’anni di testimonianza e di insegnamento? In attesa della biografia che meriterà l’impegno di qualcuno con la passione della storia e della filosofia, provo a farne un ritratto sull’onda dell’emozione, all’insegna dei binomi apparentemente contraddittori che ce l’hanno fatto amare.
Il graffio e la carezza. Appunto, “non ha mai voluto sfidare nessuno”, ma la sua libertà di interprete del Vangelo e del pensiero filosofico, ha irritato più di un monsignore e di un cattoconservatore. Non si è mai genuflesso alle ridicole gerarchie di questo mondo. Ha sempre parlato chiaro e forte. Ha perso la “cattedra” di predicazione in cattedrale, è andato a fare le sue omelie in chiese più umili. Ma non ha mai rotto, con la Chiesa. Anche perché sapeva cogliere le novità sorprendenti dello Spirito. Il suo innamoramento per la profezia di papa Francesco è stato sincero, autentico, entusiasta. E in quell’ultimo incontro, su a Balbido, ci ha parlato con occhi luminosi di quanto gli era piaciuta la prima esortazione apostolica, “Dilexi te”, del papa di Chicago. Se ne è andato con la compagnia affettuosa del vescovo Lauro, senza il bisogno di sfidare nessuno. Libero come sempre.
Il carisma e l’umiltà. Era certamente consapevole, il Marcello, delle sue doti e dell’ammirazione che ispirava. Però, pur chiamato a insegnare, pubblicato, premiato, omaggiato, ha continuato ad appoggiarsi ai giganti che l’avevano preceduto e formato, da Kierkegaard a Nietzsche, ma anche ai contemporanei che lo convincevano. Maestro delle citazioni, ridiceva con parole sue le cose che aveva imparato dagli altri. Fiero dunque del suo originale pensiero, umile nel riconoscersi debitore delle idee altrui.
La ferita e l’empatia. Ferito per la vita, da adolescente, dalla morte della madre, cresciuto con quattro sorelle, il Marcello ha sviluppato una sensibilità rara, più frequente nelle donne che negli uomini, per la cura delle ferite altrui. Che è poi l’ultima riga del diario di una delle sue autrici di riferimento, Etty Hillesum, la giovane ebrea di Amsterdam morta nel lager: “essere balsamo per molte ferite”. Nello scambio quotidiano con le “sue” filosofe donne – Arendt, Zambrano, Weil – il Marcello della maturità aveva arricchito la sua naturale propensione all’incontro di amicizia, con un sempre più raffinato “sguardo altro” su una filosofia e su una teologia comandate quasi sempre e quasi totalmente dagli uomini. E anche per questo le sue “discepole” più fedeli e appassionate, le sue lettrici più instancabili erano le donne.
Il paese e il mondo. Così affezionato alla sua terra di Bleggio e ai suoi eroi (il fondatore della Cooperazione, don Lorenzo Guetti, in primis), il Marcello era un cittadino del mondo: da San Francisco alla Germania di Lutero, era curioso e sapiente di lingue e di storia, guida perfetta per viaggi di immersione profonda alla scoperta di una città, di una storia, di un’anima.
Il grido e il sussurro. Se certe sue predicazioni e certe sue interviste gridavano forte il suo dissenso, contro la Chiesa asfittica e imperativa, contro una politica arida e verticistica e destrorsa, la sua voce suadente, sussurrante, accarezzante era richiesta da tanta gente nei momenti più intimi e tragici dell’esistenza: ai funerali, religiosi o laici che fossero, il suo caloroso, coinvolto accompagnamento era una consolazione, un unguento lenitivo, erano le parole giuste dette nel modo giusto che rendevano meno duro l’addio.
Il dubbio e l’affidarsi. Nella lunga intervista che mi ha concesso per i suoi 85 anni, l’11 ottobre, finiti i viaggi e la predicazione, attenuate la voce e la forza ma non la delicatezza intelligente del suo incontrare lo sguardo degli altri, diceva, di fronte al mistero del male umano che ogni giorno compie nuove stragi degli innocenti, dalla Palestina all’Ucraina al Sudan: “Non è detta l’ultima parola, non siamo già alla disfatta. Forse semplifico, ma alla fine la tenerezza vincerà… Senza anticipare le risposte, senza voler capire tutto. La vera bellezza è l’idea che siamo attesi. La tenerezza accogliente non ci tradisce".
Chi gli ha voluto bene, che creda o no in un’altra vita, non può che augurargli: che tu possa avere subito incontrato, Marcello, oltre la nera incognita soglia che hai attraversato alle quattro e mezzo del mattino di venerdì 28 novembre 2025, all’ospedale di Tione, la tenerezza accogliente che ci hai raccontato e a cui – come un figlio ormai fragile e stanco – ti sei fiduciosamente, silenziosamente affidato.











