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Perché ci ricordiamo con nostalgia Einaudi e De Gasperi, Pertini, Berlinguer e pure Pannella? La risposta con Dag, lo svedese delle Nazioni unite che ci insegna la buona politica

In questo avvio di Ventidue, che ci porterà la memoria della marcia di Roma, emblema della cattiva politica che ha avvelenato (e ancora avvelena) gli italiani, un libro che è un bell’antidoto alla politica come forza bruta e una specie di breviario del leader virtuoso. Dalle tante citazioni che costellano i 18 capitoli in cui Lipsey articola la sua opera un abc che può venir buono
DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 03 gennaio 2022

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Lo smarrimento bipartisan e trasversale che molti provano di fronte all’idea che Sergio Mattarella, tra poche settimane, non sarà più presidente della Repubblica testimonia che – in qualche caso, non frequente – alcune figure politiche, perfino dopo una formazione e una carriera di partito, cioè di parte, possono assurgere a figure super partes. A leader riconosciuti al di là delle contrapposizioni della politica quotidiana.

 

Autorità non solo per il ruolo che ricoprono, ma per l’autorevolezza che emana dai loro gesti e dalle loro parole: insomma, quasi istintivamente riusciamo a distinguere lo statista dall’avventuriero, la politica alta dal basso cabotaggio. E per questo ci sgomenta pensare che alla carica più alta e rappresentativa di uno Stato, di una res publica, possano arrivare – come talvolta accade – pregiudicati e fanfaroni, furbetti e carrieristi, faziosi e ottusi.

 

Istintivamente, anche se sappiamo che la politica troppo spesso è la ricerca di scontro futile e inutile, di pasticcio e di compromesso al ribasso, sentiamo che la politica alta, quella vera, ha bisogno di interpreti che dimostrino di avere un’anima. Perché ricordiamo con crescente nostalgia, per stare in Italia, Parri e Dossetti, Einaudi e De Gasperi, La Pira e Pertini, Berlinguer ma pure Pannella? Perché ci hanno dato l’impressione che fossero votati a un’idea di miglioramento del mondo, e che ci mettessero l’anima, in quella idea.

 

Ecco, all’indomani della Giornata mondiale della pace che ogni Capodanno apre un anno che non sarà privo di guerre, di conflitti e di violenza, viene nostalgia anche di quei leader di livello globale che ci mettevano l’anima.

 

Una di queste persone è stata indubbiamente Dag Hammarskjöld, secondo segretario generale delle Nazioni Unite, morto (probabilmente ucciso in un attentato al suo aereo costato la vita ad altre 15 persone del suo staff) presso Ndola (Rhodesia del nord, odierno Zambia), nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961, mentre cercava di fermare la guerra fratricida tra katanghesi e governo del Congo ex colonia belga, con le potenze europee a soffiare sul fuoco.

 

Nato il 29 luglio 1905 a Jönköping, figlio del premier svedese durante la prima guerra mondiale, dunque figlio d’arte e figlio della politica, nominato segretario generale nel 1953 e riconfermato cinque anni dopo, Hammarskjöld (ancora poco conosciuto in Italia, nonostante un bel libro della giornalista Susanna Pesenti) merita di essere riletto e studiato come raro esempio di leader politico morale al di sopra delle parti, capace di combinare una raffinata astuzia diplomatica con una profondissima consapevolezza etico-spirituale, una dedizione radicata nell’interiorità, virtù che l’hanno sorretto anche nei momenti più difficili ed esplosivi (la crisi di Suez del 1956-57, prima fra tutte le escalation che ha dovuto affrontare).

 

Nel 60° anniversario della morte, un libro da poco uscito (nelle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose, 156 pp., 16 euro), ne ripercorre l’insegnamento grazie all’interpretazione del suo biografo Roger Lipsey (classe 1942), che ha scritto quasi un manuale, agile e prezioso: “Hammarskjöld: etica e politica”.

 

In questo avvio di Ventidue, che ci porterà la memoria della marcia di Roma, emblema della cattiva politica che ha avvelenato (e ancora avvelena) gli italiani, questo libro è un bell’antidoto alla politica come forza bruta e una specie di breviario del leader virtuoso. Dalle tante citazioni che costellano i 18 capitoli in cui Lipsey articola la sua opera (da “Il destino è come noi lo facciamo” fino a “La via dello statista”) ho ricavato questo abc che può venir buono per i parlamentari che devono votare il nuovo presidente della Repubblica così come per tutte le cittadine e i cittadini che – nonostante tutto – non hanno ancora rinunciato a un’idea di politica con la P maiuscola.

 

AGGRAPPARSI: alle nostre posizioni egoistiche, ci avvelena.

“Tentazione: ci si può innamorare a tal punto dello stimolo di responsabilità e influenza da essere, in fondo, tentati in superficie di aggrapparsi a una posizione… Il rischio di tale avvelenamento è distruttivo e falsifica sia il modo di guardare gli altri, che il proprio giudizio sul lavoro”.

 

BUGIARDI: artisti in pieno sviluppo.

“Con la nostra cosiddetta civiltà sempre più sviluppata, non vediamo in alcun modo un declino nell’arte della menzogna”.

 

COLPE: non scaricare sugli altri.

“È facile scaricare la responsabilità su altri o, forse, cercare spiegazioni in qualche tipo di legge della storia. È meno facile cercare le ragioni dentro di noi”.

 

COMPROMESSI: l’autoinganno.

“Tutti quei compromessi che, ingannando noi stessi, preferiamo ignorare fino a chiamarli piccoli”.

 

CORAGGIO: per affrontare l’insicurezza.

“Proprio quando tutti noi vogliamo evitare ogni rischio creiamo un mondo di massima insicurezza. Solo nell’oscura sfumatura del coraggio l’incantesimo può essere spezzato”.

 

DIBATTITO: ci fa crescere.

“Credo che quelli che tanti chiamano lati negativi – i dibattiti, i conflitti, il flusso degli eventi, le incertezze sugli esiti e così via – non siano lati negativi, ma positivi”.

 

EMPATIA: il segreto della relazione.

“La “faccia” dell’altro è più importante della tua; è più importante percepire i propri moventi che comprendere le motivazioni altrui; se cerchi qualcosa per te, non potrai far conto di avere successo nel difendere gli altri; la rigidità è debolezza; la flessibilità non deve significare avere timore di criticare”.

 

FIDUCIA: l’arte del dialogo.

“Martin Buber, il vecchio mistico chassidico ci insegna: dobbiamo creare quella semplice fiducia che da sola rende possibile la parola umana in un mondo in cui abbiamo dimenticato come parlare l’uno con l’altro”.

 

FUTURO: liberi dalla storia.

“La storia è importante per spiegare i comportamenti, ma la storia può incatenarci, e ciò che è fondamentale è lavorare per il futuro… Le persone sono felicissime quando hanno la forza e il coraggio di liberarsi non dalle loro consistenti memorie nazionali, ma dai loro risentimenti e dai loro ricordi infelici. Ciò dà loro nuova forza”.

 

ILLUSIONI: Machiavelli insegna.

“Anche le teorie più deprecate di Machiavelli possono a volte fornirci utili lezioni perché ci insegnano a riconoscere e a misurare le nostre illusioni… in mezzo ai pericoli dell’era atomica”.

 

LIBERI: nella testa.

“E come possiamo batterci per la libertà se non siamo liberi nella nostra mente? Come possiamo chiedere agli altri di sacrificarsi se noi non siamo pronti a farlo?”.

 

MORALITÀ: pubblica e privata.

“I fondamenti della nostra politica nazionale poggeranno sui puri e immutabili principi della moralità privata”.

 

NEMICI: meglio avversari, e non per sempre.

“Le leggi applicabili alla politica costruttiva non sono diverse dalle leggi che si applicano a un gioco basato sul fair play: combattete per la vostra squadra ma ricordate che i vostri avversari di oggi erano vostri amici ieri e dovranno essere vostri amici domani”.

 

PAURA: il peggior nemico.

“Le Nazioni Unite devono cercare di creare una nuova consapevolezza dell’interdipendenza degli uomini e delle nazioni. Dovranno capire – e sfidare – la paura che motiva gran parte dell’azione umana, la paura che è il nostro peggior nemico ma che, per qualche ragione, sembra contaminare qualche angolo del cuore di ogni uomo”.

 

PERSEVERANZA: per scalare le montagne.

“Non ho mai scalato vette famose. La mia esperienza si limita alla Scandinavia, dove l’alpinismo richiede più resistenza che equilibrio e dove le montagne sono più prosaiche… che eloquenti. Tuttavia, so che l’alpinismo richiede qualità di cui tutti noi oggi abbiamo bisogno: perseveranza e pazienza, una presa salda sulla realtà, una pianificazione attenta ma fantasiosa…”.

 

RAGNO: elogio della diplomazia come tela.

“Mi guardo bene dal proporre una soluzione affrettata. Mi comporto come un ragno… Intreccio i miei fili intorno al problema fino a renderlo invisibile o, se preferite, incomprensibile. Alla fine la gente non ha più una chiara idea di ciò che li ha resi avversari e rinuncia a combattere… Ahimè, non sempre ho successo”.

 

SHOCK: da disonestà dei leader eletti dal popolo.

(dopo la crisi di Suez) “L’esperienza più forte per me è stata forse lo shock morale causatomi dal miscuglio di lavoro malfatto e disonestà da parte di leader espressi dal voto popolare”.

 

TERRA: non sedersi sulle poltrone.

(A John Steinbeck) “Sedersi per terra e parlare con la gente: ecco la cosa più importante”.

 

UMILTÀ: il segreto della quiete interiore.

“Ci vogliono una consapevolezza acuta e una quiete interiore. E anche una certa umiltà, che aiuti a vedere le cose con gli occhi dell’altro”.

 

VANITÀ: che innesca, al contrario, la voglia di buona politica.

“L’esperienza dell’Onu continua ad essere straordinaria ma non tende esattamente ad aumentare il mio apprezzamento per i motivi che animano le persone che fanno politica:vanità, interesse personale e do ut des, con una triste resistenza a guardare più in là di due o tre mesi. Il risultato è strano. Immagino che potrebbe farti diventare un po’ cinico, ma l’effetto psicologico su di me e sui miei apprezzatissimi amici più intimi della Segreteria sembra essere esattamente il contrario”.

 

ZERO: il grado della vanità personale per chi vuole lasciare un segno vero.

“Rimanere uno che riceve. Per umiltà. E per salvaguardare la tua disponibilità. Rimanere uno che riceve, e ringraziare. … Essere nulla in umile autoannientamento, e nondimeno incarnare tutto il peso e l’autorità del proprio compito, grazie ad esso: ecco l’atteggiamento di chi è stato chiamato… lodi e biasimi, venti di successo e di insuccesso soffiano su questa vita senza lasciarvi traccia né alterare l’equilibrio”.

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