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Popolazione microbiotica dell'intestino, quanto è importante anche per affrontare malattie come Parkinson, diabete e demenza?

Conservare un microbiota che abbia la più elevata biodiversità ci garantisce un contrasto efficace all’attacco di microrganismi patogeni che potrebbero raggiungere il nostro intestino. Ma lo studi odi nuove terapie è solo all'inzio
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Di Paolo Lupo - 03 novembre 2019

Mi piace poter influire positivamente sulla salute delle persone con la mia attività, perché uno stile di vita sano non riduce solo il peso, ma regala anche benessere alla vita di ciascuno

È ormai certo che il microbiota intestinale, l’insieme cioè dei microorganismi presenti stabilmente nel nostro intestino, gioca un ruolo importante per la nostra salute. Tanto che conservare un microbiota che abbia la più elevata biodiversità ci garantisce un contrasto efficace all’attacco di microrganismi patogeni che potrebbero raggiungere il nostro intestino.

 

Molti ceppi di batteri intestinali, poi, trasformano con il loro metabolismo substrati differenti, producendo acidi grassi a catena corta, in grado di ridurre l’infiammazione e persino prevenire alcune forme di tumori. Le ricerche in questo campo hanno dimostrato come quello che mangiamo influenzi la qualità delle popolazioni microbiche residenti nel nostro intestino. Ad esempio, un eccesso di grassi saturi (quelli per lo più di origine animale) e di cibi ad alta densità energetica fornisce un substrato adatto alla proliferazione di ceppi batterici pro-infiammatori.

 

Allo stesso modo, se la dieta è povera di fibra, presente soprattutto in frutta e verdura, viene a squilibrarsi il rapporto tra due popolazioni – quella dei Firmicutes e Bacterioides – a favore dei primi, con un rapporto sbilanciato tra queste due popolazioni che si riscontra negli obesi.

 

L’uso dei prebiotici, che sono i substrati che favoriscono la crescita dei batteri “buoni”, è molto diffuso, tuttavia plasmare il microbiota con il solo cambiamento dell’alimentazione sembra talvolta ancora complicato. Secondo la rivista Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, il ricorso allora al trapianto di microbiota, già utilizzato per la cura di diarree croniche di origine batterica, potrebbe trovare applicazione anche in altre terapie, come quelle contro il Parkinson, il diabete e la demenza.

 

Si tratta di malattie in cui la ricerca ha evidenziato anche la presenza di alterazioni nelle popolazioni microbiche intestinali del paziente. Il nuovo approccio terapeutico dovrebbe essere fondato su “super donatori”, aventi un microbiota capace di curare l’intestino dei malati. Si tratta di applicazioni ancora ipotetiche, ma che ci danno conto dell’enorme interesse della ricerca negli ultimi anni allo studio della popolazione microbica del nostro intestino.

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