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La cimice asiatica può diventare il fitofago principiale in frutticoltura. Come ci stiamo attrezzando?

Nella seconda metà dell'800 i docenti dell'Istituto Agrario di San Michele andarono all'estero a studiare oidio, fillossera e pernospora. Oggi la minaccia è la cimice asiatica
DAL BLOG
Di Sergio Ferrari - 05 ottobre 2018

 Laureato in Scienze Agrarie all'Università di Padova, dal 1961 al 1994 è stato docente all'Istituto Agrario di San Michele

Nella seconda metà dell’ ‘800, quando arrivarono in Trentino le devastanti avversità della vite rappresentate da oidio, fillossera e peronospora, i docenti dell’Istituto Agrario di S. Michele a/Adige ebbero gioco facile nel suggerire ai viticoltori i rimedi appropriati. Li avevano acquisiti in tempo e provati anticipatamente andando anche all’estero.

 

Allo stesso modo si comportano attualmente i tecnologi e i ricercatori della Fondazione Mach per essere pronti a contrastare la cimice asiatica che è già presente in tutto il Trentino e può diventare il fitofago principale in frutticoltura, ma non solo, nei prossimi anni. Gli addetti alla diagnosi e al controllo delle avversità delle piante, melo e vite in particolare, stanno sperimentando due metodi di difesa.

 

La confusione vibrazionale e la diffusione di maschi sterili per interrompere il processo riproduttivo. Lavorano in collegamento con esperti di regioni già colpite dalla cimice ma anche con ricercatori degli USA e della Nuova Zelanda.

 

Rimane da risolvere il duplice problema dei parassitoidi autoctoni e di quelli che risultano efficaci in altri Paesi ma non si possono importare.

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