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Alexander Langer diceva "lentius, profundis, suavius". E infatti si torna alle campagne. Ecco la grande occasione del Trentino

Il lavoro oggi in molti casi si può portare nei posti dove ci si trova meglio e in tutto il mondo (dagli Usa al Giappone) la tendenza è quella di abbandonare le grande metropoli per scegliere luoghi dove vivere meglio. La nostra provincia è già pronta ma occorrerà la volontà di disfarsi dei tratti meno desiderabili delle tradizioni valligiane, come la xenofobia, l’invidia, l’egalitarismo esasperato, il campanilismo
DAL BLOG
Di Stefano Fait - 13 gennaio 2018

Anticipatore sociale, analista di macrotendenze consulente strategico

La classica distinzione sociologica urbano-rurale ha sempre meno senso. Ogni anno decine di migliaia di francesi si trasferiscono dalle campagne in città e dalle città in campagna, con un bilancio favorevole a quest’ultima (+0,7% di crescita demografica annuale media). Un fenomeno analogo riguarda l’Italia, almeno a partire dagli anni Settanta, con le città rimpinguate principalmente dagli immigrati e dai loro elevati tassi di fecondità. Ormai oltre la metà dei territori dell'arco alpino è fuori pericolo spopolamento.

 

California, Illinois e New York, vale a dire gli stati più metropolitani in assoluto, registrano vistose fughe di residenti diretti verso stati rurali come Idaho, Oregon, Nevada, Colorado. Celebre in tutto il mondo è il caso del giornalista del Washington Post che, dopo essere stato invitato dagli abitanti in una comunità rurale del Minnesota (Red Lake Falls) a verificare di persona se quel che di negativo aveva scritto su di loro in base a delle statistiche fosse vero, alla fine ha deciso di abbandonare la capitale e trasferirsi lì con la famiglia.

 

Un sondaggio del governo giapponese del 2014 ha mostrato che circa il 40 per cento dei residenti di Tokyo sarebbe interessato a trasferirsi nelle zone rurali alla ricerca di un ritmo più lento e condizioni di vita migliori. Solo una minoranza è passata dai propositi ai fatti perché in molti dubitano di riuscire a trovare lavoro, una volta trasferitisi. Ma l’intento persiste e negli Stati Uniti è ancora più vitale. Il celeberrimo motto di Alexander Langer resta attualissimo: lentius, profundis, suavius (più lento, più profondo, più dolce). Così mentre i giovani diplomati delle scuole superiori lasciano ogni anno i paesi e le cittadine che hanno dato loro i natali, alla ricerca di esperienze di vita urbane, si assiste a un costante contro-flusso di professionisti più maturi, in età in cui generalmente si mette su famiglia, aiutati dalla tecnologia e alla ricerca di alloggi a prezzi accessibili e di un perduto senso di comunità (Gemeinschaftsgefühl).

 

È un ricircolo che, se non sempre riesce a compensare quantitativamente le perdite rurali, comporta un guadagno netto dal punto di vista qualitativo, di professionalità formate altrove, in ambiti internazionali e con ottiche planetarie, che poi mettono radici nelle periferie, contribuendo a trasformarle ed aprirle. Come detto, questo è reso possibile dal fatto che mentre in passato ci si doveva trasferire dove c’era lavoro, con il passare del tempo diventa sempre più praticabile l’opzione di portarsi dietro il lavoro nel luogo al quale ci si è affezionati, nel posto del cuore (per ragioni paesaggistiche, umane, climatiche, ecologiche, ecc.). Questo fenomeno globale, che si combina con il desiderio di autenticità espresso dai consumatori, ha un nome: rurbanizzazione. È il progressivo sbiadire dei confini tra urbano e rurale e tra società (Gesellschaft) e comunità (Gemeinschaft).

 

Sempre più spesso dinamiche tipicamente urbane vengono riscontrare in aree rurali, mentre sperimentazioni di tipo comunitario-neorurale prendono piede nei grandi agglomerati urbani (es. laboratori di socializzazione tramite la cultura delle piante a Tokyo) o nelle città medio-piccole come Trento (Biodistretto, anche in Trentino la campagna arriva in città, Dolomiti, 6 giugno 2017). Il Trentino sembra idealmente posizionato per intercettare questo tipo di aspirazioni. In pochi chilometri si passa dai ghiacciai ai palmizi mediterranei del Garda, dalla città alla baita isolata nel bosco, dal centro di ricerche d’avanguardia all’allevamento di capre che rifornisce le botteghe bio. Ciascuno scelga la vita che desidera: le opportunità non mancano.

 

Ha pertanto torto il Nobel Paul Krugman quando sostiene sul New York Times che una scommessa fatta su un contesto rurale è una scommessa persa, perché il futuro appartiene alle megalopoli. È un'asserzione smentita dai dati empirici.

Se interi distretti di Tokyo cercano spontaneamente di costruirsi un'atmosfera e uno spirito tipico di una comunità rurale, significa che l'unica cosa intelligente da fare non è provare ad addomesticare la natura umana, ma metterla nelle condizioni di librarsi in volo e questo dovrà essere il compito precipuo dell’autonomia trentina negli anni a venire: indagare, inventariare e testare opportunità e migliori prassi del mondo invece di farsi ossessionare e zavorrare da una prospettiva stabilmente focalizzata su rischi, minacce e incertezze.

 

L’obiettivo dovrebbe essere quello di informare gli studenti cresciuti nelle valli che è possibile trovare localmente gli ingredienti che servono per realizzare i propri sogni e che se anche decidessero di girare prima il mondo, le comunità saranno ben felici di giovarsi delle loro esperienze e competenze in età più matura, qualora decidessero di offrire ai figli un ambiente di crescita più sano, più sereno, più sicuro. È improbabile riuscire ad attrarre nelle valli aziende già affermate e molto probabilmente non sarebbe neppure saggio tentarlo, in quanto è dubbio che la comunità ne trarrebbe giovamento duraturo. Più ragionevole e conveniente è creare ecosistemi resilienti di imprenditorialità adatti alle condizioni locali, stimolando l’emergere di un certo tipo di cultura favorevole e organizzazioni che facilitino il flusso di idee, talenti e risorse per avviare e far crescere aziende rispettose del contesto, legate psicologicamente ed affettivamente ad esso.

 

La chiave sarebbe la presa di coscienza da parte delle comunità rurali di quali risorse preziose abbiano a disposizione; tra queste il carattere stesso della vita rurale, in contrasto con un mondo sempre più congestionato e impersonale, in cui manca affiatamento, cameratismo, quiete. Ma allo stesso tempo occorrerà la volontà di disfarsi dei tratti meno desiderabili delle tradizioni valligiane, come la xenofobia, l’invidia, l’egalitarismo esasperato, il campanilismo, ecc. tutti vizi che guastano quegli ecosistemi socioeconomici che necessitano di un libero flusso di informazioni, competenze e risorse.

 

È tempo di lasciarsi alle spalle l’adagio patriarcale della botte piena e della moglie ubriaca, tipico di società condannate alla scarsità: è ormai possibile attendersi il meglio da entrambi i mondi, rinunciando solo a poco.

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