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I neogenitori alle prese con l'imperialismo umanitario delle persone comuni

Alcune riflessioni "contro", nate da esperienze dirette e dibattiti online. La scuola di pensiero “comunitarista” contro quella “libertaria”: si passa dall'indifferenza più gretta al diritto inalienabile a comportarsi da impiccioni
DAL BLOG
Di Stefano Fait - 15 ottobre 2017

Anticipatore sociale, analista di macrotendenze consulente strategico

Forse a tutti i neogenitori è capitato di essere fermati per strada o comunque in uno spazio pubblico, da dei perfetti sconosciuti determinati ad interrogarli e possibilmente istruirli su come si allevano i propri figli: “Ma cosa gli date da mangiare?” - “Ma come lo sta tenendo in braccio?” - “Ma non avrà freddo vestito così?" – “Ma non dovrebbe andare a dormire a quest'ora?” e compagnia cantando.

 

La scuola di pensiero “comunitarista” interpreta questo atteggiamento come un sintomo di una società tendenzialmente sana, in cui le persone fanno comunità, si curano del prossimo, cercano di rendersi utili, specialmente nei confronti dei futuri membri attivi della comunità.

 

La scuola di pensiero “libertaria” invece condanna questa norma di condotta non codificata, considerandola un’indebita invasione della sfera privata.

 

Si passa dall'indifferenza più gretta al diritto inalienabile a comportarsi da impiccioni.

 

In tempi di radicale polarizzazione il rischio mi pare sia quello di oscillare da un estremo all’altro.

 

Proverò a tratteggiare una posizione critica, ma non estrema, della suddetta ingerenza paternalistica, che mi auguro aiuti chi legge a riflettere sulle macrodinamiche in atto sul nostro pianeta e sui futuri più desiderabili per la comunità umana nel suo complesso – perché il micro è spesso lo specchio del macro.

 

La mia tesi è che una comunità i cui membri non rispettano la regola d’oro (non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te, rispetta il libero arbitrio altrui), non è una comunità sana.

L’alternativa non può però essere un’accozzaglia di monadi asociali, di individui autocentrati e vanesi.

 

Ci sono sfumature di grigio tra i due estremi e il punto mediano virtuoso, per come lo vedo io, è quello in cui ciascuno rispetta le regole dell’ospitalità quando interagisce con gli altri.

 

L’ospitalità era la virtù che univa il mondo antico, dal Giappone al Messico, dal Perù al Mediterraneo e potrebbe tornare ad essere il valore chiave della civiltà umana nei millenni a venire, il fondamento dell’indispensabile diplomazia quotidiana.

 

L’ospitalità è la via di mezzo tra l’egotismo e la tirannia collettivista. Essa non è figlia di un contratto, è un modo di stare al mondo, di rapportarsi agli altri, di porsi nei confronti della natura, del pianeta che ci ospita, l'atteggiamento di chi lascia socchiuse le porte (ma ha bisogno di quelle porte) perché sa di non potercela fare da solo, sa di avere bisogno degli altri e sa che ci sono delle regole d’ingaggio nei confronti degli sconosciuti, perché quando fermo un tizio per strada rendo il suo spazio privato uno spazio pubblico e lo devo fare rispettosamente: in quel momento sono suo ospite.

 

È un concetto non facilmente intelligibile, ma l’altruismo non richiesto è il culmine dell’egoismo perché serve alla gratificazione del proprio ego, non a servire gli interessi del prossimo. È un altruismo passivo-aggressivo, un atto di autentica aggressione mimetizzata, tipico degli  evangelizzatori in cerca di anime da salvare, di chi “dona” ma in realtà ha lo scopo di stabilire un rapporto di indebitamento.  

 

Nei taciti patti di ospitalità si mantiene una certa distanza in modo da tutelare l’identità, singolarità, originalità, specificità dell’ospite, senza farlo diventare un alibi per l’isolamento, l’indifferenza, la segregazione, il rifiuto di far evolvere il rapporto verso una maggiore affettività.

 

Non esigo dall’ospite la sua sottomissione al mio volere.

 

Vampiri, orchi e cannibali rimandano invece all’idea di un’ospitalità eccessiva e del parassitismo dell’ospitato.

 

Il paternalismo degli impiccioni di cui sopra è in realtà letale per lo spirito di comunità ed è questo il più macroscopico degli equivoci. Lo si difende, quando si presenta sotto le mentite spoglie del senso civico, non rendendosi conto che è un lupo travestito da agnello.

 

Se interpreteremo la nozione di “comunità” in senso coercitivo e invasivo allora il villaggio globale che costruiremo sarà quello delle missioni civilizzatrici dell’imperialismo umanitario, con una presunta avanguardia di “sapienti” che insegnano ad altrettanto presunti “arretrati” come si sta al mondo attraverso richiami, condanne, ricatti, sanzioni e la forza, invece che con il buon esempio. 

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