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''Autonomia'' e ''apertura'': l’unica via per mantenere in vita la città e la sua provincia è non tradire la sua identità

Trento è una città che è riuscita nei secoli, seppur attraversando periodi bui, a sopravvivere e prosperare. L’unico modo per non tradire la sua identità e abbandonarla ad una triste depressione è ritrovare nella sua storia una traccia delle sue origini e non abbandonarle
Dal blog di Tiberio Chiari - 06 luglio 2019 - 15:18

La natura della città di Trento inizia a definirsi durante il suo divenire un importante snodo viario in epoca Romana, in periodo Augusteo. Tridentum disponeva già allora di un approdo fluviale ed era il crocevia della Via Claudia Augusta, la principale arteria verso il nord est dell’impero che Trento si diramava verso sud lungo Claudia Augusta Padana e lungo via Claudia Augusta Altinate verso est.

 

Facile dunque intuire che se non fosse stato per il suo essere un importante punto di incontro e scambio commerciale, un centro militare, culturale e poi di riflesso importante centro amministrativo, Trento sarebbe rimasta un villaggio isolato e abbastanza anonimo posto sulle rive della placida ansa del fiume Adige lungo la quale sorge.

 

Con la caduta dell’Impero Romano Trento mutò statuto e mutò padroni, molti e differenti, ma non mutò mai la sua naturale predisposizione ad essere un luogo di passaggio e amministrazione, un luogo vivo e che si riusciva a mantenersi interessante e interessato al mondo grazie alla sua naturale predisposizione all’apertura e al passaggio di merci e persone.

 

Di questa sua ricchezza e predisposizione verso ciò che stava oltre la propria valle, della sua volontà di scoprire e confrontarsi, un fatto ne è particolarmente esplicativo: le vie centrali della città, nel momento nel quale vennero ridisegnate da Bernardo Clesio furono disposte per avere una certa curvatura. Questa non serviva certo a chi in città ci abitava, ma era un modo per dare a chi vi passeggiava incuriosito, quindi ai forestieri, un effetto scenico che li potesse sorprendere e dileggiare. Vedevano così i palazzi disporsi con gradevole prospettiva e non anonimamente allineati, questo nella memoria avrebbe lasciato un segno, una gentilezza non esplicita ma nemmeno attesa, una gentilezza tipicamente trentina.

 

Dunque per ben accogliere chi era di passaggio l’allora principe vescovo decise di riassestare le sue vie in maniera tale da rendere ai forestieri un migliore ricordo. Un segno inequivocabile: senza questa sua naturale predisposizione all’essere luogo aperto la città non avrebbe potuto distinguersi e prendere una propria identità.

 

Un altro segno del suo spirito di apertura è rimasto impresso nella storia quartiere di San Martino, il quale venne inglobato nella città solo in una secondo momento con l’allargamento delle sue mura medievali. San Martino fu accettato e divenne parte della città come luogo delle osterie e delle bettole dove si potevano riposare e rifocillare zatterieri, contadini, mercanti, boscaioli e viandanti che qui si ritrovavano per scambiare merci e intessere alacremente fondamentali rapporti commerciali, culturali e umani. Una poliedricità questa che arricchiva sia i forestieri che la città.

 

Un periodo di declino e tensione si ebbe proprio quando la città perse parte di questa sua peculiare natura e perse anche la sua autonomia con l’arrivo delle armate napoleoniche e l’inclusione poi nel Tirolo Austriaco. Uno dei momenti più tristi fu la deviazione del fiume Adige per permettere il passaggio della ferrovia. Se questa da un lato facilitava gli spostamenti di uomini e merci verso nord dall’altro fungeva da bypass per la città che veniva frettolosamente attraversata. Trento in quel tempo andava quindi perdendo anche il suo secolare rapporto con il fiume, che si allontanava dal centro della città per diventare un’entità separata.  Solo l’opera attenta di un illuminato progressista e liberale come Paolo Oss Mazzurana permise alla città di non perdersi nella nebbia della storia e raggiungere discreti traguardi economici e sociali.

 

Ci furono poi gli anni delle guerre, in mezzo il ventennio, e un mondo che cambiava rapidamente. Il Trentino per non rimanere isolato avrebbe dovuto cercare una via alternativa per ritrovare quella dimensione che nei secoli gli ha garantito un’identità e un’indipendenza.

 

Questo obbiettivo si è realizzato partendo da una grande intuizione che ha saputo garantire una nuova emancipazione culturale e una nuova inedita dimensione alla città.

 

Chi ebbe questa grande intuizione fu Bruno Kessler. Mentre con accordi e pianificazioni disposte a livello nazionale si aprivano in Trentino i primi complessi industriali che avrebbero garantito l’agognata emancipazione economica e lo sviluppo di diverse fondamentali infrastrutture, l’allora Presidente della Provincia Autonoma fondò nel 1962 l'Istituto Trentino di Cultura, quello che da lì a qualche anno si sarebbe trasformato nell’Università di Trento.

L’università ha permesso di raggiungere l’emancipazione culturale necessaria all’armonioso sviluppo di una società in pieno bum economico, quell’emancipazione che si pone a contrasto e bilanciamento di tutte le forze che vorrebbero soprassedere ai diritti e ai doveri intesi come riconosciuti ad ogni cittadino e non come prerogative di singoli individui, di singoli gruppi o di singoli trust.

 

Grazie a questa intuizione Trento e il Trentino tornarono a riappropriarsi della loro perduta identità ritrovando una propria dimensione e ricominciarono in parte a poter scrivere il proprio destino. Insieme all’Università Kessler difese e sostenne lo Statuto per l’Autonomia e le due visioni unite riportarono apertura e indipendenza ad una terra che sembrava destinata a perdersi nelle nebbie dell’incompiutezza.

 

Con l’università ritornarono i forestieri in città, dalle valli come dal resto della penisola e oltre, molto oltre. Trento torna ad essere un centro, e un centro è definibile solo attraverso la sua forza centripeta. Se un centro non ha questa forza non è più un centro. Se una città non è in grado di attrarre non è in grado di svilupparsi, la forza di gravità segna il destino delle unità fisiche siano galassie o conglomerati urbani.

 

Ogni città ha una propria predisposizione, una propria origine e un proprio destino, che si definisce per l’unicità delle sue caratteristiche. Il declino inizia quando queste per varie vicissitudini vengono traditi. Trento ha rischiato di perdere la propria identità che semplicemente si definisce in due parole: apertura e autonomia.

 

Faticosamente è riuscita a ritrovarla. Senza questi due capisaldi è destinata a deprimersi, culturalmente e economicamente, e asservirsi a chi vorrebbe approfittarsi della sua debolezza. Senza questi due capisaldi qualunque iniziativa politica sarebbe un tradimento verso questa terra e questa città

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