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Chiede 300 mila euro per aver assistito trent'anni il cognato. Ma la cassazione dice no: ''Era 'ménage familiare''

La donna si era rivolta al tribunale sostenendo che quei soldi erano l'arretrato per anni di lavoro di assistenza. Ma la sentenza della Corte di Appello è stata confermata: "Se c'è affinità o parentela non vale, è gratuità"

Pubblicato il - 09 dicembre 2018 - 11:09

TRENTO. Niente soldi alla donna che accudì per trent'anni il cognato, lo ha deciso la Cassazione che ha messo la parola fine a una causa che si trascinava da anni, dalla morte dell'uomo che la donna aveva assistito per lungo tempo.

 

Aveva chiesto 300 mila euro, sostenendo che fossero il compenso per il lavoro domestico e di badante, un conto salato presentato all'erede del defunto. I giudici hanno però condiviso e confermato la sentenza della Corte di Appello del Tribunale di Trento che affermava come quei lavori fossero "ménage familiare", non un lavoro subordinato. 

 

Il suo lavoro, sosteneva lei, era iniziato nel 1973 fino al 2003, anno della morte dell'uomo che per trent'anni aveva abitato con il fratello, a carico della donna che aveva dovuto provvedere anche ai suoi problemi di salute. 

 

Per la Corte di Appello, "tra persone legate da vincolo di parentela o affinità opera una presunzione di gratuità della prestazione lavorativa". Per esigere un pagamento doveva essere più chiara la natura subordinata, elementi che non sono stati prodotti dalla donna. 

 

Niente da fare, in nessuno dei tre gradi di giudizio ha visto riconosciuto il suo lavoro e per il ricorso in Cassazione dovrà sborsare più di 4 mila euro

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