Contenuto sponsorizzato

Accoglienza, Kaswalder: ''Business non da poco'' ma le realtà trentine rispondono: ''Parole ingenerose e offensive''

Otto principali enti che si occupano di accoglienza straordinaria richiedenti protezione internazionale hanno deciso di scrivere al presidente del consiglio provinciale Walter Kaswalder: "Lui che è chiamato a gestire 'il bene pubblico' dovrebbe sostenere le persone e le organizzazioni che non guardano al loro personale interesse, quanto piuttosto al bene della collettività"

Pubblicato il - 02 January 2019 - 17:53

TRENTO. “Ingenerose e anche offensive”, usano questi termini i presidenti di otto realtà trentine che si occupano di solidarietà e accoglienza in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio provinciale di Trento, Walter Kaswalder, in merito alle sue affermazioni al sistema di accoglienza Trentino, in particolare quando nei giorni scorsi ha parlato di servizi da mettere in carico solo ai volontari e di “business non da poco”.

 

Dopo la presa di posizione del segretario della Cgil, Franco Ianeselli, che ha chiesto al presidente del Consiglio provinciale di rinunciare alla propria indennità, ora ad intervenire sono Sandra Aschieri (presidente Atas onlus), Claudio Bassetti (presidente Cnca), Chiara Dossi (presidente Arcobaleno scs), Stefano Graiff (presidente Centro Astalli), Barbara Grassi (presidente Forchetta e Rastrello scs), Michele Odorizzi (presidente Kaleidoscopio scs), Marco Rosi (presidente Samuele scs), Luisa Sartori (presidente Punto d'Approdo scs).

 

Attraverso una lettera i presidenti delle diverse realtà che sul territorio si occupano di accoglienza spiegano punto per punto per quale motivo le parole di Kaswalder sono ingenerose. La prima osservazione che viene fatta a Kaswalder è che i 150 lavoratori assunti con regolare contratto dalle cooperative e dalle associazioni hanno, in base alle richieste dei capitolati d’appalto emessi dalla stessa Provincia Autonoma di Trento, determinate caratteristiche di professionalità: conoscenza delle lingue (ovvero in possesso di attestati rilasciati da enti certificati), lauree specialistiche (in psicologia, assistenza sociale), e sono dotati di esperienze maturate sul campo o abilitazione all’insegnamento dell’italiano a stranieri.

 

“Ognuno di quei ragazzi e di quelle ragazze, perché di questo si tratta: lavoratori giovani con professionalità elevate – viene scritto nella lettera - hanno il diritto di vedere riconosciuto un salario a fronte di una prestazione professionale. Il preziosissimo volontariato, invece, è offerto gratuitamente come impegno civico. A loro non è necessariamente richiesta competenza particolare, perché non si sostituiscono mai ai lavoratori, ma sono chiamati a sostenerli, senza vincoli particolari. Il volontariato è significativamente presente nelle organizzazioni del terzo settore e, talvolta, è talmente qualificato da sedere negli organi di governo”.

 

Vi è però una significativa differenza tra il sostenere il volontariato da parte dell’ente pubblico e assicurarsi che dei servizi siano resi esigibili a determinate condizioni e caratteristiche (definite da chi ha ruoli di governo) a favore di specifici fruitori. “In questo secondo caso serve certamente professionalità, ma anche una struttura organizzativa e solidità societaria in modo da dare stabilità e continuità ai servizi resi. Per queste ragioni normalmente le organizzazioni che rappresentiamo – spiegano le otto realtà trentine - che non si occupano esclusivamente di richiedenti protezione internazionale, ma di servizi di Welfare nelle sue più ampie accezioni, sono in relazione contrattuale con la pubblica amministrazione e i contratti sono, normalmente, sottoscritti a seguito di procedure di affidamento che hanno sempre evidenza pubblica”.

 

Ecco perché, spiegano i presidenti “Svilire il nostro lavoro sostenendo che potrebbe essere eseguito da chiunque, è ingeneroso e in ultima analisi anche offensivo. Ribadiamo che siamo delle organizzazioni senza scopo di lucro (o non profit, o terzo settore): Associazioni di Volontariato, di promozione sociale, Fondazioni, Cooperative Sociali, comitati”. L’essere senza scopo di lucro non significa che si vive solo di volontariato. “Piuttosto che abbiamo la caratteristica (o il vincolo) della non ridistribuzione degli utili ai soci, da qui il nome: “non profit”: gli eventuali utili (necessari, come in qualunque realtà economica) che facciamo vengono reinvestiti all’interno dei servizi, o destinati alla comunità”.

 

Infine le realtà rivolgendosi direttamente al presidente spiegano che essendo lui “Chiamato a gestire “il bene pubblico” dovrebbe sostenere le persone e le organizzazioni che non guardano al loro personale interesse, quanto piuttosto al bene della collettività. E lo fanno non 'a parole' ma destinando al bene collettivo i propri utili. Sarebbe quindi interesse di tutti che gli enti non profit fossero in salute, assumessero giovani laureati e producessero degli utili, perché questo significherebbe più risorse e più benessere per le nostre comunità”

 

Infine, da parte delle associazioni, la richiesta di un incontro per spiegare l'attività che le diverse realtà, associazioni, enti e cooperative, portano avanti nella comunità.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 14 maggio 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
15 maggio - 18:08
L'atto vuole tutelare da un lato le insegnanti dal punto di vista lavorativo e dall'altro i bambini e le bambine dal punto di vista formativo visto [...]
Cronaca
15 maggio - 18:18
Tante le bandiere, gli striscioni ed i cori che hanno riempito oggi (15 maggio) piazza Duomo dove, a partire dalle 16, si è svolto il presidio per [...]
Cronaca
15 maggio - 16:23
Verranno fatte ulteriori indagini ma per il momento la polizia ha già notificato una sanzione amministrativa di circa settemila euro. [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato