Ha fatto assumere 60 lavoratori con contratti falsi per truffare Inps e Provincia. Un imprenditore della Valsugana fermato dalla Guardia di Finanza
Con il sistema delle finte assunzioni ottenuti anche indebiti permessi di soggiorno lavorativi per stranieri. A scoprire la frode è stata la Guardia di Finanza di Borgo Valsugana. I finti dipendenti versavano al presunto datore di lavoro, ora condannato, una prima rilevante somma di denaro all’atto della sottoscrizione del contratto di lavoro nonché ulteriori somme al ritiro delle false buste paga

BORGO VALSUGANA. E' una vera e propria truffa ai danni dell'Inps e dell'Agenzia provinciale per l'assistenza e la previdenza integrativa quella scoperta dalla Guardia di Finanza di Borgo Valsugana e che ha visto un imprenditore edile di 54 anni condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per truffa aggravata e per aver ottenuto indebitamente oltre 250 mila euro di sussidi e contributi non spettanti a seguito di una sessantina di “finte assunzioni” di lavoratori in alcune imprese edili operanti nel territorio provinciale.
Le attività investigative delle Fiamme gialle sono riuscire a portare a galla un sistema di frode ben articolato nel quale gli imprenditori usavano lavoratori, anche stranieri, per scopi illegali.
L’imprenditore di 57 anni della Valsugana, avrebbe fatto assumere circa 60 persone da due imprese edili del territorio che in realtà non avrebbero mai lavorato; per ottenere i documenti relativi al contratto e le buste paga avrebbero sborsato del denaro in diverse tranche per importi variabili tra i 300 ed i 1.500 euro.
Con i documenti alla mano hanno poi potuto fruire dei sussidi erogati dall’Inps e dall’Agenzia provinciale per l’assistenza e la previdenza integrativa della Provincia (Apapi) e, nel caso di soggetti stranieri, chiedere il rinnovo o il rilascio del permesso di soggiorno per motivi lavorativi.
A far capire che qualcosa di strano stava avvenendo, era stato proprio l’anomalo afflusso di manodopera straniera che gravitava attorno alla sede societaria.
Dall’indagine è emerso che i finti dipendenti versavano al presunto datore di lavoro, ora condannato, una prima rilevante somma di denaro all’atto della sottoscrizione del contratto di lavoro nonché ulteriori somme al ritiro delle false buste paga, i cui stipendi riportati sul “cedolino paga” non venivano in realtà corrisposti, e di altri documenti relativi al medesimo rapporto lavorativo (dichiarazioni relative allo stato di famiglia, alla posizione reddituale e lavorativa, etc.), utili al conseguimento delle indennità nonché di altre utilità individuali, quali, ad esempio, i rinnovi di permessi di soggiorno.
I lavoratori, sentiti dalla Guardia di Finanza, non hanno potuto far altro che confessare la falsa assunzione, contribuendo così in maniera rilevante a ricostruire l’entità della truffa e i rapporti fittizi instaurati. Confessioni che hanno portato ora alla condanna dell'imprenditore.













