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Il robot chirurgico sbarca a Cavalese: interventi meno invasivi e tempi di recupero più brevi

Nei giorni scorsi i primi interventi. Il braccio chirurgico permette agli ortopedici di agire su anche e ginocchia limitando l'invasività delle normali operazioni, tagliando di molto i tempi di recupero. La precisione e l'accuratezza di questa tecnologia permettono inoltre di diminuire la dolorosità e il conseguente utilizzo di farmaci

Pubblicato il - 11 December 2019 - 11:33

CAVALESE. L'ospedale di Cavalese dà il benvenuto ad un nuovo prodigio della tecnica nel campo della chirurgia. Nei giorni scorsi, infatti, i professionisti dell'Unità operativa di ortopedia, coordinati dal primario Marco Molinari, hanno impiantato con l'ausilio di un robot chirurgico delle protesi di ginocchio e anca. La nuova metodica conta su un approccio mini-invasivo che permette tempi di recupero molto più ridotti rispetto a un classico intervento.

 

Già dopo tre giorni i pazienti sono stati dimessi, senza dolore, grazie al programma riabilitativo Fast-track intrapreso nel pomeriggio stesso dell'intervento. Quella attiva d'ora in poi a Cavalese è una tecnologia utilizzata nelle più moderne sale operatorie, che consente attraverso non solo una ridotta invasività ma anche una perdita ematica contenuta, un veloce recupero funzionale e il ritorno alle attività quotidiane in tempi brevi.

 

Il braccio robotico agisce misurando e pianificando in forma avanzata la tipologia d'intervento, utilizzando i migliori strumenti di taglio del caso. Attraverso la creazione di modelli 3D realizzati negli Usa su immagini Tac, riproduce un'immagine virtuale personalizzata della procedura chirurgica in modo da verificare gli effetti di correzioni millimetriche sui movimenti del ginocchio o dell'anca.

 


 

Successivamente l'intervento viene eseguito con un lavoro del braccio su più assi motorizzati, controllando uno strumento di taglio di precisione che permette all'ortopedico di operare con tagli meno invasivi e più oculati. Il sistema, inoltre, permette di considerare lo spessore della cartilagine e di valutare il bilanciamento dei legami garantendo il miglior accoppiamento della protesi e di conseguenza una sua maggiore durata e funzionalità.

 

Grazie all'accuratezza del sistema robotico, alcuni precedenti limiti della chirurgia protesica vengono così ridimensionati, sia nelle indicazioni cliniche sia nella fascia d'età a tutto vantaggio del paziente. Da una parte si raggiunge così una precisione assoluta nel posizionamento e si risparmiano tessuti ossei sani, rispettando quelli molli circostanti (capsula, legamenti, muscoli) grazie al minimo traumatismo prodotto dalla fresa di cui è dotato il braccio robotico.

 

La tecnologia robotica permette una personalizzazione degli impianti senza la necessità di protesi fatte su misura con evidenti benefici per i pazienti: l’assenza di strumenti di taglio riduce la dolorosità dell'intervento e il conseguente utilizzo di farmaci oltre ad annullare nella quasi totalità dei casi il ricorso a trasfusioni di sangue. Ulteriore vantaggio è la possibilità di conservare una notevole quantità di osso, aspetto chiave nel poter garantire al paziente maggiori opzioni chirurgiche nel caso in cui fosse necessario.

 

L'introduzione delle protesi ha rivoluzionato il campo ortopedico e ha permesso di affrontare e superare problemi clinici prima non controllabili a carico di articolazioni interessate da patologie degenerative, infiammatorie o negli esiti di traumi. L’affinamento della tecnologia dei materiali e il miglioramento delle tecniche chirurgiche garantisce oggi il trattamento di ogni articolazione. La chirurgia protesica ha avuto negli ultimi anni un rapido e costante aumento in tutto il mondo.

 

Il report (Riap – Registro italiano artroprotesi) più aggiornato per l’Italia, certifica oltre 180mila impianti all’anno con una distribuzione pari a 56,3% anca, 38,6% ginocchio, 3,9% spalla, 0,3% caviglia e 0,9% altre articolazioni. In particolare l’anca, nell’ultimo decennio, ha visto un aumento di impianti del 141% e il ginocchio addirittura del 226%, percentuali che, nella fascia di popolazione più giovane sono ancora più marcate. Le ragioni di questi significativi numeri sono da individuarsi nell’invecchiamento della popolazione, nei traumi diffusi (ad esempio stradali), nella pratica di sport ad alto impatto e comunque a forte sollecitazione che richiedono una sostenuta efficienza articolare e nell’atteggiamento culturale di mantenimento di un buon stato fisico anche nelle persone non più giovani.

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