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Proverbio sessista sulle bustine di zucchero, la polemica diventa nazionale. L'azienda della Val di Fassa non si scusa: ''Chi siamo noi per giudicare i nostri avi?''

Mentre la notizia è approdata su molti media nazionali, dal TgCom24 al FattoQuotidiano dall'HuffingtonPost al Corriere la società che ha realizzato le bustine con i detti ladini, compreso quello diventato virale '''Na bela femena l'à l cul e l piet sot la pievia'' interviene con una lunga nota dove si cerca di minimizzare: ''Deluso nel riscontrare che le persone (non tante, in verità) che hanno letto del sessismo sembrano approcciarsi al delicato e importante tema della pari dignità tra uomo e donna in maniera assai superficiale''

Di Luca Andreazza e Luca Pianesi - 19 October 2019 - 13:01

TRENTO. "Chi siamo noi per giudicare i nostri avi? Siamo forse meglio noi di loro?". Queste le parole di Emilio Gross, presidente di Fassacoop, la società che ha realizzato le bustine di zucchero con i detti ladini, compreso quello diventato virale 'Na bela femena l'à l cul e l piet sot la pievia' (che si può tradurre "Una bella femmina ha il culo e il petto bello in fuori"). La notizia, data da ilDolomiti (Qui articolo) e poi ripresa dagli organi di stampa prima locali e successivamente nazionali che evidentemente ha destato stupore in tutta Italia (visto che è stata ripresa da tantissime testate nazionali dal TgCom24 al Fatto Quotidiano dall'Huffington Post al Corriere) non ha provocato la stessa reazioni in chi le ha prodotte che, anzi, ha rilanciato.

 

Il presidente di Fassacoop, infatti, ha proposto una lunga nota (sotto in forma integrale) per spiegare la posizione della società in merito al detto, dopo l'interessamento dell'ex assessora Sara Ferrari che ha segnalato la bustina alla Commissione pari opportunità della Provincia. "Rimango sconcertato, per non dire deluso - prosegue il numero uno di Fassacoop - nel riscontrare che le persone (non tante, in verità) che hanno letto del sessismo nella frase 'incriminata' in questione sembrano approcciarsi al delicato e importante tema della pari dignità tra uomo e donna in maniera assai superficiale, facendosi apparentemente indignare più da quanto scritto su una bustina di zucchero che da fatti di cronaca attuale ben più gravi in tal senso".

 

L'azienda cerca, insomma, di smorzare i toni (sbagliando obiettivo visto che Sara Ferrari è sempre stata in prima linea per i diritti e il rispetto delle donne e il benaltrismo, in questo, come in altri casi, squalifica chi lo usa), porta i risultati della propria esperienza a livello societario con donne in posizioni, anche apicali, e ricorda che "non va, infatti, dimenticato che stiamo parlando di uno dei tanti proverbi popolari ladini che sono stati riportati fedelmente su delle bustine di zucchero e che nel corso di molti anni sono passati sotto gli occhi di milioni di turisti, senza scandalizzare nessuno, proprio perché si tratta pur sempre di proverbi popolari e come tali sono sempre stati presi".

 

Anche forse perché la bustina è stata presa in mano distrattamente o semplicemente in quanto il ladino non è comunque facilissimo da comprendere o tradurre, soprattutto da un turista. Oppure, per fortuna, le sensibilità cambiano e c'è maggiore consapevolezza. Non lo sappiamo e non ci interessa. E' successo adesso. Quel che è certo è che non arriva mai un mea culpa, un scusate, dalla società che aggiunge "che la Famiglia cooperativa val di Fassa è una realtà aziendale in cui la dignità della donna è difesa e il suo talento è valorizzato".

 

Poi l'affondo. ''Non dimostra quindi né maturità né sensibilità culturale chi si erige a “giudice” di una cultura che non conosce minimamente - scrive Gross -, tantopiù se pensa di poterne sintetizzare grossolanamente la storia mediante la lettura distratta di una bustina di zucchero durante una pausa caffè. Chi siamo infatti noi per giudicare i nostri avi? Siamo forse meglio noi di loro? Già il fatto di prendere in considerazione l’ipotesi di rispondere affermativamente a questa domanda lascia intendere quanto la superbia contemporanea abbia spazzato via una virtù cara ai nostri antenati quale l’umiltà popolare''. E qui si aprirebbe un mondo. In qualche cosa, si spera, ci si possa definire migliori dei nostri avi (in tante altre probabilmente no ma almeno in alcune) a partire dal tema dei diritti, della concezione che si ha della donna e del suo ruolo nella società.

 

Speriamo che conquiste e battaglie degli ultimi decenni valgano qualcosa e permettano, almeno, di accantonare qualche detto popolare un po' sguaiato e triviale (che poi ogni popolo, con ogni lingua e con ogni dialetto, a qualsiasi latitudine del Paese ha detti simili che vengono pronunciati nei bar e per le strade strappando a qualcuno il sorriso e a tanti altri un ''dai, valà smettila'', quindi non si capisce nemmeno il senso di farne una bandiera delle tradizioni ladine). Fassacoop comunque prosegue: "Concludo sottolineando che nella cultura ladina il ruolo della donna è sempre stato esaltato e elogiato negli ambiti più vari della vita quotidiana, da quella domestica a quella lavorativa; per citare un altro detto popolare ladino: “L’om tegn sù n cianton de la cèsa, ma la fèmena n tegn sù trei” (letteralmente: “L’uomo regge un angolo della casa, ma la donna ne regge tre”)".

 

Ecco tra le dodici frasi avrebbero potuto utilizzare questa, invece di quella diventata poi virale, e avrebbero evitato problemi a monte. Ma così non è andata, anche perché "questa frase, se si volesse a tutti i costi farne una polemica - evidenzia Gross - potrebbe essere strumentalizzata ed apparire come un attacco discriminatorio al ruolo dell’uomo all’interno delle mura domestiche; tuttavia, il buon senso e la conoscenza del ruolo della donna nella cultura ladina ci suggeriscono che il suddetto proverbio è semplicemente un elogio alla donna, pilastro imprescindibile della società civile e centro di riferimento di ciascuna famiglia, ladina e non".

 

 

 

 

 

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