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Allarme 'ndrangheta in Trentino, vent'anni fa è iniziato il radicamento. Il direttore dell'anticrimine: ''Il virus ormai c'è e dobbiamo gestirlo con la repressione''

L'operazione contro la 'ndrangheta che ha visto in Trentino Alto Adige l'arresto di decine di persone ha confermato che il nostro territorio non è immune a questo fenomeno. E' massima attenzione per le aziende in difficoltà, la criminalità è pronta a sfruttare l'emergenza. Libera: "Tutte le volte che abbiamo tentato di parlare della presenza di mafia sul nostro territorio ci siamo sentiti rispondere che non era vero. Forse magari adesso qualcuno smette di pensare che le cose non esistono"

Di G.Fin - 10 giugno 2020 - 06:05

TRENTO. Per la prima volta in Trentino Alto Adige un'indagine ha attestato con sicurezza la presenza di una "locale" della 'ndrangheta (QUI L'ARTICOLO). La presenza, quindi, di una ramificazione territoriale delle potenti cosche che in modo silente negli anni hanno lavorato assoggettando persone, mettendo in atto intimidazioni, sequestri lampo ma anche usura e traffico di armi. Dopo Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, l'operazione messa in campo dalla Squadra mobile di Trento e dal Servizio centrale operativo ha dimostrato che Trentino e Alto Adige non sono immuni alla criminalità organizzata. Non lo sono da anni.

 

“L'indagine che è stata portata avanti – ha spiegato il direttore della Direzione centrale Anticrimine del ministero dell'Interno, Francesco Messina – è esemplare. E' stata molto articolata ma anche breve per una scelta strategica. Noi ci confrontiamo non più solo con infiltrazioni ma con l'esistenza strutturata di queste organizzazioni al di fuori dei territori di appartenenza dove il fenomeno è endemico. Quando parliamo di 'ndrangheta parliamo di una struttura mafiosa delocalizzata che ha interessi non soltanto in Italia ma anche all'estero. Ad oggi non c'è parte del territorio immune”.

 

Le indagini che hanno scoperto il velo sulla 'ndrangheta in Trentino Alto Adige sono partite dopo alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Sul nostro territorio già alla fine degli anni '80 si è assistito ad un trasferimento materiale e fisico di soggetti che sono emigrati dalle aree del milanese e del torinese già da decenni conquistate. “L'insediamento è stato silente” ha spiegato Messina “ma questo non significa che l'attività non sia stata fervente e continua”.

 

Le indagini lo dimostrano. I legami della "locale" in Trentino Alto Adige in primis con gli Italiano –Papalia di Delianuova ma anche i “Barbaro –Papalia”, egemoni a Platì con ramificazioni fino a Buccinasco in provincia di Milano, e gli “Alvaro-Macrì-Violi” di Sinopoli, con esponenti di prim'ordine delle 'ndrine calabresi della fascia ionica e tirrenica, operanti in provincia di Reggio Calabria, dimostrano il crisma degli 'ndranghetisti locali. Tutto è partito da Francesco Perre, oggi residente a Platì ma negli anni ’90 ritenuto di fatto il fondatore del nucleo altoatesino dopo essersi trasferito da Volpiano, e Mario Sergi, 60 anni, residente a Bolzano, titolare di un’impresa edile, e ritenuto oggi il vero capo dell’organizzazione locale dopo che ha ereditato il comando direttamente da Perre.

 

“C'è stata una massiva attività di commercio di stupefacenti – hanno spiegato gli investigatori – con l'ausilio della casa madre. Ma anche l'imposizione nei confronti della malavita locale completamente assoggettata”. Il fatto che ci sia una sorta di dipendenza dalla casa madre è provato anche con il rendicondo economico e finanziario che veniva fatto attraverso delle rimesse di denaro che finivano nella cosiddetta “bacinella” la cosiddetta” cassa madre della cosca.

 

“Le indagini e le indicazioni che abbiamo raccolto – ha spiegato il direttore Francesco Messina – dimostrano lo spessore criminale che abbiamo davanti. Dobbiamo ricordare che l'agire mafioso in nord Italia è diverso da altre zone. Non avremo mai fatti eclatanti, mai un controllo del territorio evidente ma settoriale, specifico. L'operazione 'Freeland' è solamente la fase iniziale. C'è tanto da lavorare per far emergere e neutralizzare. Il virus ormai c'è e dobbiamo gestirlo con la repressione. In Trentino Alto Adige non manca la cultura alla legalità ed è per questo che bisogna incidere sul fenomeno mafioso usando gli strumenti conoscitivi che abbiamo e andando a cercare a prescindere dalla consumazione del delitto”.

 

La droga, lo spaccio di cocaina, è solo l'inizio. Oggi, in tempi di crisi economica aggravata dall'emergenza Covid-19, c'è un rischio altissimo per le imprese. “In Trentino Alto Adige siamo in una situazione molto delicata, ma possiamo fare molto perché il fenomeno non diventi strutturale”, ha spiegato il direttore della Direzione centrale Anticrimine. “Purtroppo abbiamo assistito a poca attenzione e sensibilità ma ora siamo in condizione di dare dei segnali chiari. Occorre fare attenzione alla provvista in nero, alla crisi di liquidità delle aziende che sta richiamando la criminalità”. Un'attenzione che deve essere quindi mantenuta alta e che in Trentino ha portato gli investigatori all'avvio di alcune prime analisi per verificare alcune situazioni come confermato dal procuratore capo Sandro Raimondi.

 

“Quello che abbiamo assistito è la certificazione che il Trentino non è un territorio immune” ha affermato anche la referente di Libera del Trentino Alto Adige, Chiara Simoncelli. “Tutte le volte che abbiamo tentato di parlare della presenza di mafia sul nostro territorio ci siamo sentiti rispondere che non era vero e che non ci sono mai stati arresti. Forse magari adesso qualcuno smette di pensare che le cose non esistono. Il momento – ha spiegato Simoncelli - dell'arresto è l'apice di qualcosa evidentemente molto profondo”.

 

I campanelli d'allarme erano arrivati già in passato, basta pensare alla questione cave di porfido ma anche le rilevazioni fatte dalla commissione antimafia. “Quando parliamo di locale, parliamo di radicamento – spiega la referente regionale di Libera - e bisogna tenere alta la guardia. Dobbiamo tutti aiutarci senza pensare di vivere in una isola felice”.

 

Da Libera anche il richiamo ad una attenzione particolare per il tessuto economico colpito dalla crisi. “Non dobbiamo in questo momento – ha spiegato Simoncelli - abbandonare le piccole aziende perché  il rischio è che la criminalità si infili dove ci sono spazi di disattenzione e di poca tutela”. 

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