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"Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente", l'addio di Andrea Schir e Francesco Ghia

La lettera di addio a Piergiorgio del presidente della casa editrice "Il Margine", Andrea Schir, e il direttore dell'omonima rivista, Francesco Ghia. L'elogio di un "resistente,  un uomo che non conosceva la rassegnazione"

Di M.S. - 08 November 2020 - 18:12

TRENTO. La morte di Piergiorgio Cattani ha colto di sorpresa tutti i trentini e per tutta la giornata sono arrivate decine di messaggi di cordoglio. Colpiscono in particolar modo le parole di Andrea Schir e Francesco Ghia, rispettivamente Presidente della casa editrice "Il Margine" e direttore dell'omonima rivista. I due, che negli anni avevano collaborato con Cattani nella pubblicazione di vari suoi lavori, hanno composto una lettera dove cercano di raccontare il "loro" Piergiorgio, quello con cui hanno lavorato e che hanno imparato a conoscere.

 

La lettera si apre con luna citazione del poeta peruviano César Abraham Vallejo Mendoza: "«En suma, no poseo para expresar mi vida, sino mi muerte…» («in fin dei conti, per dare espressione alla mia vita non ho che la mia morte…»). Piergiorgio Cattani non aveva l’ipocrita vezzo di molti nostri contemporanei di esorcizzare la morte semplicemente evitando di parlarne, come se essa riguardasse tutti, fuorché noi stessi. No, presentando il libro Guarigione. Un disabile in codice rosso, pubblicato nel 2015 con “Il Margine”, la casa editrice di cui era stato socio fondatore e alla quale ha regalato libri appassionati (tra questi, Dio sulla labbra dell’uomo, biografia intellettuale di Paolo De Benedetti; Cara Valeria, lettere sul significato del credere e dello sperare; Il pane di Farina, un dialogo intenso con Marcello Farina sulla Chiesa, sulla filosofia e sul mondo) ci colpiva la naturalezza e l’ironia con la quale Piergiorgio diceva di sé, riferendosi alla malattia con cui conviveva (la distrofia muscolare di Duchenne): «sono da tempo, tecnicamente, nella fase “end stage”…»".

 

"In realtà, a ben vedere, Piergiorgio end stage non lo è stato mai - continuano i due - , se per end stage si intende qualcuno che non ha più nulla da attendere e da sperare, nulla per cui lottare. Proprio concludendo quel libro, Piergiorgio si riferiva alle parole con cui Paolo De Benedetti aveva voluto che venisse tradotto in italiano il sintagma tedesco «Widerstand und Ergebung» che era stato scelto per intitolare la raccolta delle lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer: «Resistenza e resa». «Di fronte al male, alla malattia, alla sofferenza, all’avversità», scriveva Piergiorgio, «occorre resistere. Resistere con tutta la forza. Perché siamo chiamati alla vita e non alla morte. La resa alla nostra caducità non significa dolente rassegnazione davanti a un’incomprensibile destino, ma consapevolezza del nostro essere uomini»".

 

"Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente. Un uomo che non conosceva la parola «rassegnazione»… Il suo modo di resistere era quello di elaborare progetti sempre nuovi. Di uno degli ultimi abbiamo avuto la fortuna di essere messi a parte. Per la rivista «Il Margine», espressione della Associazione Oscar O. Romero (e il cardinal Romero, il santo vescovo di El Salvador, ucciso dagli squadroni della morte mentre celebrava l’eucaristia, era un’altra delle passioni di Piergiorgio), aveva ideato un ciclo di otto articoli ispirati da una rilettura dei Sepolcri di Foscolo. Essi avrebbero dovuto trattare i seguenti argomenti: la condizione umana e la morte; il legame tra gli uomini e con la natura oltre la fine; la necessità di lasciare, per laici o credenti, una «eredità di affetti»; la morte e i cimiteri dimenticati dalla città; la sepoltura come inizio della civiltà e il cimitero/giardino; la morte e la politica; oltre l’oblio: l’arte e la memoria. Il titolo che aveva scelto ci sembra la migliore eredità che possiamo (dobbiamo) raccogliere da lui: Con soavi cure. Riflessioni sulla morte e la vita, sulla memoria e il tempo, sull'arte e la natura".

 

"Con soavi cure… Non possiamo non pensare a questa bellissima e struggente espressione foscoliana senza accostarla ad un brano musicale che sappiamo essere stato molto amato da Piergiorgio: la Sonata 14, op. 27, n. 2 in Do diesis minore di Ludwig van Beethoven. È la Sonata che generalmente conosciamo con la dizione Al chiaro di luna. Una dizione che non ha dato il musicista, ma il poeta e critico musicale Ludwig Rellstab, al quale il primo tempo della Sonata, basato su un insistente disegno di terzine suonate dalla mano destra, ha suggerito l’immagine del brillio della luna sulla superficie lacustre del Lago dei Quattro Cantoni… Si tratta di una sonata appassionata, che parte da un grumo di dolore, trattenuto, struggente, profondo e che progressivamente sale di tono, raggiungendo, nel terzo tempo, toni di altissima intensità e soavità spirituale. E di limpido afflato religioso".

 

"Sì, dobbiamo prenderci soavemente cura della vita e della morte. Con resistenza coraggiosa, anche se mai arrogante. Con resa docile, anche se mai rassegnata. Non è davvero, credo, retorica dire, commossi, il nostro grazie a Piergiorgio per avercelo, ogni istante, insegnato".
 

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