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Gli anticorpi al Covid? “Attivi per circa 6 mesi, ma ci sono anche casi di reinfezione. I guariti devono continuare a proteggersi”

Lo studio condotto sui 5 Comuni trentini che aveva mostrato un’incidenza particolarmente alta del coronavirus: “I pazienti hanno sviluppato una serie di anticorpi che restano nel tempo quindi la maggior parte di queste persone potrebbe essere protetta. Ciononostante è ancora presto per affermarlo perché sono stati segnalati anche gravi casi di reinfezione”

Di Tiziano Grottolo - 16 novembre 2020 - 15:58

TRENTO. Nei mesi scorsi l’Azienda sanitaria in collaborazione con il ministero della salute aveva investito in un’importante campagna sui test sierologici effettuata in cinque Comuni, Borgo Chiese, Campitello di Fassa, Canazei, Pieve di Bono-Prezzo e Vermiglio, che avevano mostrato un’incidenza molto alta di casi di coronavirus. La risposta dei cittadini fu ottima e complessivamente raggiunse il 75,5% (QUI articolo).

 

Con lo studio coordinato dalla dottoressa Paola Stefanelli, in particolare, si puntava a indagare la persistenza degli anticorpi nel sangue delle persone che avevano contratto l’infezione. A distanza di due mesi sono arrivati i primi importanti risultati dello studio commentati anche dal direttore generale della Prevenzione presso il Ministero della Salute, Giovanni Rezza: “Abbiamo notato che i pazienti hanno sviluppato una serie di anticorpi che restano nel tempo, peraltro gli stessi di quelli che si punta a indurre con il vaccino, quindi è probabile che la maggior parte di queste persone per un certo periodo sviluppi una protezione. Ciononostante è ancora presto per affermarlo perché sono stati segnalati anche gravi casi di reinfezione” (QUI un aggiornamento).

 

In altre parole chi ha contratto il virus una volta tende a non reinfettarsi nel breve periodo anche se il rischio di una reinfezione non può essere escluso del tutto, soprattutto nel lungo periodo: “Pertanto – precisa Rezza – è importante mantenere comportamenti prudenti e proteggersi anche se si ha già contratto l’infezione”. Ad ogni modo le scoperte fatte grazie allo studio trentino offrono buone prospettive per quanto riguarda il vaccino, anche se su questo punto il direttore generale della Prevenzione presso il Ministero della Salute preferisce essere cauto: “Vedremo quando saranno pubblicati più dati, sull’efficacia del vaccino e sulla sua durata nel tempo è ancora difficile dare una risposta perché serve uno studio molto approfondito”.

 

Soddisfatto anche l’omologo Trentino Antonio Ferro: “Si è trattato di un progetto di sanità pubblica vero e proprio, al di là delle importantissime indicazioni scientifiche abbiamo raccolto informazioni utili anche per interrompere in futuro la catena dei contagi. Inoltre è stato possibile avere un quadro statistico molto preciso circa la diffusione del virus nei Comuni interessati”. Per quanto riguarda i risultati rimane un cauto ottimismo: “Fanno ben sperare – osserva Ferro – ma è necessario essere prudenti, presumibilmente gli anticorpi rimangono attivi per circa 6 mesi”.

 

Quindi in ultima analisi, contrariamente a quanto riportato su alcune testate, l’aver contratto il virus non garantisce una protezione totale e duratura. Non si sviluppa nessun immunità nel lungo periodo, fermo restando che non si possono escludere casi di reinfezione pertanto è necessario continuare a proteggersi e mantenere un atteggiamento prudente (QUI le nuove regole sull’isolamento) anche se si è già guariti una volta dal coronavirus che resta un nemico pericoloso.

 

Nel dettaglio lo studio si è articolato in due fasi di indagine: la prima, a maggio, in cui sono stati esaminate circa 6.100 persone, e a distanza di 4 mesi, quando sono stati ri-esaminati coloro che erano risultati positivi alla prima indagine. I risultati della prima indagine, in corso di pubblicazione sulla rivista Clinical Microbiology and Infection, avevano evidenziato che il 23% della popolazione aveva anticorpi contro la proteina nucleocapside del virus SARS-CoV-2. Nella seconda indagine, appena conclusasi si è osservata una rapida diminuzione degli anticorpi diretti contro questa proteina in una elevata percentuale di individui inizialmente sieropositivi: il 40% dei circa 1.000 ri-testati è risultato infatti sieronegativo a distanza di 4 mesi dal primo test. Analizzando gli stessi campioni di siero per un altro tipo di anticorpi, diretti contro la proteina Spike, è risultato, invece, che oltre il 75% dei soggetti mostrava ancora una sieropositività.

 

Per comprendere e spiegare meglio questi risultati, il gruppo di lavoro Iss ha valutato la presenza di anticorpi neutralizzanti, (cioè quelli che, al momento, si possono considerare come protettivi nei confronti dell’infezione), in un sottogruppo di pazienti, utilizzando un test di sieroneutralizzazione con virus vivo su linee cellulari. È stato osservato che, negli esperimenti in vitro, quasi tutti i sieri positivi per gli anticorpi contro la proteina spike sono in grado di neutralizzare l'ingresso del virus. “I risultati dello studio – spiega Stefanelli – sono rilevanti nella comprensione della dinamica e della longevità dei vari tipi di anticorpi e della capacità neutralizzante degli anticorpi anti-spike, con importanti implicazioni per l’uso dei vaccini, al momento in fase di valutazione, basati su questa proteina di SARS-CoV-2”.

 

A margine della conferenza c’è stato tempo di affrontare anche il tema, molto dibattuto, dei test antigenici: “Questo tipo di tamponi servono a scaricare un po’ del lavoro, altrimenti in alcune circostanze i laboratori rischierebbero di essere sopraffatti”, commenta Rezza. “Stiamo discutendo su come adeguare il conteggio ma questo non è un problema che riguarda solo il Trentino, coinvolge anche altre Regioni”. È lo stesso dirigente del ministero a rilevare come sempre più spesso i territori facciano ricorso a questo tipo di test: “Troveremo un modo per conteggiarli accanto ai risultati dei molecolari, stando attenti a non falsare i trend e fare confusione. Cercheremo di risolvere questo problema. L’importante – ha concluso Rezza – è non disincentivare le Regioni a effettuare i test perché è chiaro che più tamponi si fanno più positivi verranno identificati”.

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