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L'Italia democratica piange il comandante Diavolo, il partigiano che lavorava per la pace e venne condannato per un crimine mai commesso

E' morto a 101 anni, nel suo paese di Correggio, Germano Nicolini, detto il "Diavolo". Comandante di una brigata partigiana, svolse diversi importanti ruoli nella Resistenza reggiana, divenendo sindaco della sua città nel primo dopoguerra. Qui venne condannato ingiustamente per l'omicidio di don Umberto Pessina, per cui scontò 10 anni di carcere. Solo negli anni '90 venne scagionato. A Bolzano, intanto, si lavora per un documentario su Giorgio Marincola, il "partigiano nero" trucidato in val di Fiemme nel maggio 1945

Di Davide Leveghi - 25 ottobre 2020 - 16:30

TRENTO. Quel soprannome se l'era guadagnato fuggendo dai tedeschi. In bicicletta, percorrendo una strada che credeva sgombra da ogni pericolo, se li era visti sbucare davanti, armi in pugno. Mollata a terra la bicicletta, aveva preso a correre nel bosco, zigzagando per evitare di essere preso da una delle pallottole sparate dai soldati. Tra i sibili dei proiettili, dei testimoni avevano esclamato in dialetto reggiano: “L'è propria al dievel”.

 

Diavolo”, questo il nome di battaglia di Germano Nicolini, si sarebbe ben presto distinto come combattente corretto ed equanime. Nominato a capo delle carceri di Correggio, sua città d'adozione, difese i prigionieri repubblichini dalla giustizia sommaria di alcuni partigiani. Il rispetto dei codici di guerra e delle norme internazionali gli avrebbero procurato non pochi problemi in una delle zone d'Italia in cui la guerra partigiana si trascinò per mesi dopo il 25 aprile 1945, tra rese dei conti e vendette verso i nemici di una volta, i fascisti, i preti, gli imprenditori.

 

Ed è proprio nella cosiddetta “Lunga liberazione” che si consuma uno degli episodi che segnano la vita di questo comandante partigiano comunista tanto attento agli equilibri prima delle forze interne al Cln e poi di quelle stesse forze che si misuravano nella contesa democratica. Era il giugno 1946 quando don Umberto Pessina, presbitero di San Martino di Correggio, veniva ucciso sulla porta della canonica con 2 colpi di pistola. A commettere l'omicidio, dei partigiani.

 

Germano Nicolini, il “Diavolo”, era sindaco di Correggio quando venne incolpato di essere il mandante dell'omicidio. A Perugia, dove si tenne il processo, venne condannato assieme ad altri due partigiani, Ello Ferretti e Antonio Prodi, a 22 anni di carcere. Ne sconterà 10 prima di uscire per un indulto, e solo 45 anni dopo, con la riapertura del processo per l'omicidio di don Pessina, ottenne finalmente giustizia: assolto per non aver commesso il fatto, venne risarcito con 2 miliardi di lire.

 

Impegnato a raccontare ai giovani l'importanza della propria esperienza e i valori della Costituzione, Nicolini svolse per decenni il ruolo di segretario dell'Anpi correggese. Dai Csi a Ligabue, passando per i Modena City Ramblers, la sua esperienza divenne epos, cantata e raccontata sui palchi come in televisione. Con lui, a 101 anni, si spegne uno dei testimoni più importanti della Resistenza e della sua difficile eredità, della sua grandezza e della sua complessità.

 

Proprio in questa direzione, d'altronde, va anche il documentario che a qualche centinaio di chilometro di distanza vede coinvolto il nipote del “partigiano nero” Giorgio Marincola, combattente italo-somalo morto nell'ultima strage nazista su suolo italiano, a inizio di maggio 1945, in val di Fiemme - lo storico Francesco Filippi ha proposto anche per Trento l'intitolazione di una via o una piazza.

 

In un progetto nato da un'idea di Wu Ming, di fronte alle mura del lager di Bolzano, dove suo zio passò prigioniero prima di tornare sulle montagne fatali della val di Fiemme, Antar Marincola racconterà la vicenda del suo illustre parente. “A noi rimane il mondo”, con la regia di Armin Ferrari, è un titolo che più calzante non si può. Nel giorno della morte di un tanto importante testimone della Resistenza come il comandante “Diavolo”, mentre si racconta la vicenda venuta alla luce del primo partigiano nero della lotta resistenziale italiana, a noi rimane il ricordo di due fulgidi esempi di sacrificio, per un'Italia democratica, libera, equa.

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