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Processionaria, in Trentino infesta ogni anno 3 mila ettari. A causa dei cambiamenti climatici è arrivata a 1400 metri

Negli ultimi decenni segnati dal cambiamento climatico in atto, sia la distribuzione, sia la periodicità sono andate via via modificandosi quale risposta adattativa della specie.  La problematica più sentita è data dalle implicazioni igienico-sanitarie, derivanti dei fenomeni irritativi provocati dall’eventuale contatto con i peli urticanti delle larve da parte di persone e animali domestici

Pubblicato il - 02 marzo 2020 - 15:50

TRENTO. Sono 3mila ettari all'anno, circa 30 chilometri quadrati, l'area che in Trentino è interessata dalla processionaria del pino. E se rispetto agli anni '90 il territorio coinvolto è diminuito per gli interventi di sostituzione con latifoglie autoctone in molti boschi di fondovalle, l’unica evidenza di espansione ancora in atto è quella relativa all’innalzamento di quota (da 1000 a 1400 m s.l.m. circa) e progressiva colonizzazione di valli a clima più tipicamente continentale. A confermarlo è il Servizi Foreste e Fauna della Provincia che ha deciso di spiegare ai cittadini come comportarsi.

 

La processionaria del pino, Traumatocampa pityocampa, Denis & Schiffermüller, è un Lepidottero ampiamente diffuso nelle pinete dell’area mediterranea, dove provoca defogliazioni e disseccamenti ed è naturalmente presente da secoli in quasi tutte le vallate del Trentino.

 

Si tratta di una specie termofila (amante del caldo) con una distribuzione spaziale determinata dalle condizioni climatiche locali (in particolare da temperatura e radiazione solare) e con un andamento temporale caratterizzato da pullulazioni periodiche con picchi, in ambiente alpino, ogni 7-8 anni.

 

Negli ultimi decenni segnati dal cambiamento climatico in atto, sia la distribuzione, sia la periodicità sono andate via via modificandosi quale risposta adattativa della specie. Non esistono misure efficaci per evitare l’espandersi della processionaria, ma solo metodi di controllo utili a contenere le popolazioni, da applicare soprattutto negli anni di forte infestazione e nelle aree più a rischio (vicino a centri abitati e lungo la viabilità). Nessun intervento di controllo è tuttavia in grado di impedire che nuovi aumenti della popolazione del lepidottero si ripresentino a distanza di tempo.

Più che per i danni alle pinete, la problematica è data dalle implicazioni igienico-sanitarie, derivanti dei fenomeni irritativi provocati dall’eventuale contatto con i peli urticanti delle larve da parte di persone e animali domestici, soprattutto nel periodo di discesa delle larve verso il terreno, per lo più da inizio marzo a fine aprile. Negli altri periodi non vi sono rischi per salute, se non a seguito di contatto diretto con i nidi o con le piante infestate.

 

La lotta contro la processionaria del pino è resa obbligatoria dal 2007 e sono state poi approvate le modalità di intervento da adottare a cura dei proprietari o dei conduttori dei terreni in cui si trovano le piante infestate.

 

Oltre agli interventi selvicolturali di sostituzione del pino nero con altre specie, alla raccolta manuale e alla distruzione dei nidi, il metodo più efficace e più usato negli anni recenti è il trattamento microbiologico con Bacillus thuringiensis kurstaki (Btk), nelle zone accessibili con mezzi meccanici o aerei (vengono utilizzati dei potenti atomizzatori). Peraltro, quest’ultimo è attualmente non applicabile ai sensi del Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, anche se il Piano è in fase di revisione con la ricerca, a livello nazionale, di una soluzione che permetta di superare la limitazione all’uso dei Btk.

 

Altri sistemi di contrasto, applicabili soprattutto in contesti urbani/periurbani sono l’endoterapia (iniezione di insetticida direttamente nel tronco) o la raccolta meccanica, al momento della discesa delle larve dalle piante, tramite trappola-collare da posizionare intorno al tronco della pianta, con la successiva distruzione dei bruchi.

 

Una volta che in primavera le larve sono scese dalle piante e si sono rifugiate nel terreno sotto forma di crisalide, per sfarfallare durante l’estate dello stesso anno o anche degli anni successivi, non vi è più alcun rischio urticante fino alla primavera seguente. A quel punto i resti dei nidi vecchi sulle piante diventano solo una questione estetica, che si risolve naturalmente con pioggia e vento, anche se rimane buona norma evitare il contatto diretto con gli stessi.

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