Contenuto sponsorizzato
| 13 lug 2021 | 06:01

Caso Pedri, la sorella Emanuela: ''Spostare dei dirigenti non risolve il problema. Ferro? Scelta illogica''. E su Sara: ''Le dissero: i tuoi problemi non interessano a nessuno''

Emanuela Pedri è alla ricerca di risposte alle tante domande che ancora oggi avvolgono la vicenda di sua sorella Sara scomparsa lo scorso 4 marzo. Sui trasferimenti decisi dell'Apss spiega: "Spostando dei dirigenti da un posto all'altro non si risolve il problema"

A sinistra Emanuela Pedri, a destra la sorella Sara Pedri
A sinistra Emanuela Pedri, a destra la sorella Sara Pedri

TRENTO. “La nostra speranza è che le persone parlino. Che esca la verità. Spostare dei dirigenti non risolve alcun problema”. Emanuela Pedri è la sorella di Sara, la giovane ginecologa scomparsa lo scorso 4 marzo. Assieme a tutta la sua famiglia in queste settimane sta cercando di trovare delle risposte alle tante domande che avvolgono questa strana vicenda.

 

Non si arrende, studia, approfondisce, cerca di capire cosa possa essere successo a sua sorella. Ha una forza inimmaginabile e lo si sente anche dalla voce. E' lei che ha subito denunciato la scomparsa di Sara e che ha tenuto i contatti con le forze dell'ordine per trovare tutti i pezzi di un puzzle quando mai difficile da comporre.

 

Emanuela Pedri, nei giorni scorsi al termine di una commissione d'indagine interna l'Apss ha deciso di trasferire il direttore del reparto di ginecologia di Trento e una dirigente. Cosa ne pensa di questa scelta?

Non nego che è stata una sorpresa perché pensavo che le tempistiche fossero più lunghe. Io ho un mio pensiero personale. Penso che trasferire i professionisti che hanno creato un ambiente di questo genere per anni in un altro ambiente non possa essere risolutivo. Si sposta solamente il problema da un posto all'altro. Ovvio che è ancora tutto da stabilire quello che è successo, ma io penso che spostare una persona che ha avuto un determinato atteggiamento non risolva il problema. Non sono di certo io, però,  a dover decidere le loro sorti.

 

Nei giorni scorsi il direttore dell'Apss Pier Paolo Benetollo si è dimesso e al suo posto è stato scelto come commissario Antonio Ferro colui che aveva coadiuvato il direttore sanitario nella predisposizione della delibera che ha riconfermato il direttore di ginecologia. Una scelta giusta?

Non trovo che sia molto logica questa cosa. Ma nemmeno tanto etica dal punto di vista umano. Dobbiamo anche dire che non c'erano solo Benetollo o Ferro, presenziavano altre persone. Non credo sia giusto che paghi solo uno per tutti. Questo rimane sempre il mio pensiero personale e soggettivo. Io spero che ci sia una decisione equa e ben distribuita delle responsabilità. Auspico che possano cambiare le cose.

 

Parlando di sua sorella, Sara che ragazza era?

Un'amica, una persona splendida. E non lo dico io che sono una famigliare ma lo dimostrano i video e le testimonianze degli amici e dei colleghi. Sara era una persona vitale, energica, amante dei colori ed era anche molto professionale sul lavoro. Pur rimanendo distante da noi per diverso tempo era comunque molto legata alla sua famiglia. Aveva bisogno di sentirci.

 

 

Era stata contenta di trasferirsi in Trentino?

Era entusiasta perché era una esperienza che voleva fare lei. Avendola avuta distante per anni io le avevo consigliato di riposarsi scegliendo un posto vicino casa. Aveva vinto un concorso a Ravenna ma aveva anche partecipato e vinto il concorso per Cles.

 

E perché ha deciso per Cles al posto di Ravenna?

Per un motivo in particolare che ancora non è mai stato detto. Il suo primo approccio con il Trentino e il suo ambiente lavorativo lo ha avuto con il direttore Luzietti dell'ospedale di Cles. Sara si era formata a Catanzaro in un centro Pma (Centro di procreazione assistita) che era stato gestito dalla tutor Roberta Venturella. Aveva fatto un'esperienza formativa molto importante. Era la sua ambizione e sapeva anche che per raggiungere questa ambizione avrebbe dovuto fare della gavetta pubblica. Con il dottor Luzietti si era aperta una speranza, da quello che mi aveva raccontato lei, che era quella di lavorare sia nel pubblico in un centro nascite, quindi fare la ginecologa, ma anche di lavorare, nelle parentesi di tempo e inizialmente anche come volontaria, nel Pma di Arco. Sara mi raccontò che il dottor Luzietti le avrebbe anche detto della sua ambizione di aprire un nuovo centro nei prossimi anni e magari lei avrebbe potuto assumere un ruolo importante. Parole che le hanno fatto nascere tanto entusiasmo ed ha firmato il contratto subito.

 

E cosa è successo poi?

Ha firmato il contratto ed ha cercato un appartamento. Lo ha trovato in affitto vicino all'ospedale di Cles. Ma il giorno prima di partire ha ricevuto una chiamata che l'avvisava del suo trasferimento a Trento.

Un momento difficile perché significava non realizzare tutto quello che le avevano detto. Lei, però, è una ragazza tenace e determinata ed inoltre era stata d'accordo con Luzietti che sarebbe rientrata a Cles quando prima. Rimane quindi a vivere a Cles con la speranza di cambiamento”.

 

Il momento in cui tutto cambia?

Io la sento cambiare nei miei messaggi con qualche frase di lamentela sul fatto che non riusciva ad avere il tempo per mangiare e per andare al bagno. “Non ce la faccio a vivere la mia casa”, “Non ce la faccio a fare la spesa” mi scriveva. Rientrava tardi, spesso non mangiava. In tutto questo non dobbiamo dimenticare che siamo nel difficile momento del Covid. Lei ha vissuto tutta questa situazione in zona rossa. Non voleva e non poteva venire a casa per non attaccarci il Covid.

 

E cosa le ha raccontato dell'ambiente lavorativo?

Il malessere credo sia iniziato il primo mese quando è entrata in servizio a Trento. Subito le è stato detto una frase che mi sono anche scritta: “Se vuoi sopravvivere qui non devi parlare, non ti devi lamentare e i tuoi problemi non interessano a nessuno”. Una frase che io interpreto come una battuta che si fa non per terrorizzare ma per avvisare. Lei, però, dopo queste parole ha subito sentito un peso grandissimo che le ha impedito di relazionarsi con gli altri.

 

Le ha raccontato di qualche episodio che l'ha segnata?

Ci sono stati degli attacchi verbali importanti e gravissimi a mio avviso. Le è stato gridato addosso la frase “Sei un'incapace”, l'hanno fatta sentire inadeguata mettendo in dubbio la sua professionalità e la sua formazione solo perché l'aveva fatta a Catanzaro. In lei questo ha fatto nascere una sorta di involuzione, un terrore nell'andare avanti. Sara aveva un'etica, un'educazione tale per cui non avrebbe potuto durare in un contenitore di quel genere ed io mi auguravo che potesse lasciarselo alle spalle.

 

Non l'ha purtroppo fatto ma si è ammalata a livello psicologico. Quando poi è tornata a casa non era più la Sara che conoscevo io. Sia nel fisico che nella mente. C'era un distacco alla realtà. A metà gennaio ha iniziato a dirmi che non riusciva più a dormire, aveva problematiche fisiche come tremore, palpitazioni ed era anche dimagrita 7 chili. Tutto è riportato sui certificati medici. Si mangiava le unghie, non aveva più la voce squillante di un tempo ma sussurrava ormai le parole tanto che spesso dovevo dirle di alzare il tono.

 

C'è un episodio particolare che racchiude tutto quello che ho detto. E' stato durante un taglio cesareo. Lei era abituata a farli a Catanzaro e non era alla prima esperienza. Sappiamo che una persona che svolge questa operazione è cosciente. Durante un intervento lei è stata umiliata davanti alla paziente. Come è stato anche raccontato da altri suoi colleghi, si trovava in sala operatoria quando una dirigente le ha schiaffeggiato le mani perché ritenuta incapace di portare avanti l'intervento. E' stata poi invitata a togliersi il camice e ad uscire dalla stanza per mettersi su una sedia. E' un episodio che l'ha fatta soffrire tantissimo, me l'ha raccontato e molte altre persone lo hanno confermato.

 

Quando è stata l'ultima volta che ha sentito sua sorella?

Alle 20.30 del 3 di marzo. Mi ha telefonato ed io ero con un'amica. Mi ha detto: “Mi sono dimessa”. Io ero entusiasta, le ho detto che ero orgogliosa di lei. Il fatto che si fosse dimessa per me era un atto di coraggio enorme. Lei mi ha detto: “Mi sono tolta un peso e finalmente potrò dormire e fare delle passeggiate”. Io le dissi: “Sara domani dormi e poi rientri a casa” ma lei non volle seguire questi consigli perché aveva l'appartamento e alcune utenze ancora da pagare e mi disse che voleva prendersi un mese di riposo.

 

Dal 4 marzo non abbiamo più sue notizie.

Quello che sappiamo è che in quella giornata si è alzata attorno alle 6 e ha effettuato una ricerca su internet sui ponti sommersi del Lago di Santa Giustina. Non sentendola più io stessa ho chiamato il proprietario dell'appartamento per chiedere se poteva verificare se in casa c'era mia sorella. Ma non era presente. Era tutto in ordine a parte un particolare importante: il letto era sfatto e questa non era una cosa da Sara. Forse aveva fretta, probabilmente la sua testa in quel momento non era così mirata al quotidiano, a quello che di norma faceva. Quando poi io sono arrivata a Cles dopo la denuncia, i carabinieri mi hanno spiegato di aver trovato sul tavolo dei documenti scritti a mano. Non una lettera ma degli scritti in cui cercava le parole giuste probabilmente per allegare alle sue dimissioni una lettera.

 

Erano già entrati in azione i cani molecolari che hanno poi per 12 volte individuato nello stesso punto del lago di Santa Giustina qualcosa ma i sub che si sono immersi due volte non hanno trovato nulla. Il suo telefono è stato rivenuto in macchina con la connessione dati disattivata e anche questo è strano. Non si era portata dietro borse e zaini ma solamente la patente e la carta d'identità.

 

Le decisioni dell'azienda sanitaria negli scorsi giorni sono stati definiti dall'avvocato Nicodemo Gentile, “un primo passo”. Lei e la sua famiglia cosa vi aspettate ora?

Speriamo che tanti professionisti parlino. Perché solamente in questo modo possiamo dare risposate ai tanti punti di domande che ci troviamo davanti.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 06 agosto | 16:33
L'incidente è avvenuto a quota circa 2.600 metri, nel gruppo del Latemar, al confine tra le province di Trento e Bolzano. Una ragazza di 14 [...]
Cronaca
| 06 agosto | 15:29
Tempi di bilancio di metà mandato per Claudio Soini, presidente del Consiglio provinciale di Trento, ospite della redazione de il Dolomiti: [...]
Cronaca
| 06 agosto | 15:24
E' successo alla seggiovia di Fedare arrivata a Forcella Nuvolau, sul posto il soccorso alpino e il personale sanitario 
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato