Caso Sara Pedri, 70 ostetriche del reparto chiedono di essere ascoltate. Poggio: “Mobbing e molestie sono problemi seri e molto diffusi nei contesti lavorativi”
Tramite una lettera una settantina di ostetriche hanno chiesto di essere sentite dalla commissione che indaga sulla scomparsa di Sara Pedri. Barbara Poggio parla di zone d’ombra all’interno dell’Apss: “Sul caso resistenze e reticenze, anche da parte dei responsabili politici locali, che pure nelle ultime settimane hanno cercato di difendere l’indifendibile, hanno continuato a persistere”

TRENTO. Circa 70 ostetriche del reparto di ginecologia dell’ospedale di Trento, lo stesso dove ha lavorato Sara Pedri, hanno inviato una lettera al direttore sanitario per chiedere di essere sentite sul caso. A rivelarlo Barbara Poggio prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento.
“La lettera – spiega Poggio – fa seguito all’invito dell’azienda al personale a presentarsi volontariamente alla commissione d’indagine interna, voluta dalla direzione e presieduta dallo stesso direttore sanitario, a seguito della forte risonanza che la storia di Sara, denunciata dalla sua famiglia, ha avuto a livello nazionale”. Eppure in molti hanno sollevato delle perplessità non tanto verso l’istituzione di una commissione in sé, sicuramente utile per provare a far luce sulla vicenda, ma sulle scarse tutele offerte a chi dovesse scegliere di esporsi. “Non è un caso – ricorda Poggio – che negli ultimi dieci anni ci fosse stato un turnover molto elevato e 19 medici avessero lasciato il reparto. Tra loro anche un’altra ginecologa che era stata licenziata, vincendo poi il ricorso, e che aveva inutilmente cercato di segnalare il problema, trovando davanti a sé un muro di gomma”.
Ad ogni modo secondo la prorettrice l’iniziativa delle 70 ostetriche rappresenta una buona notizia, “perché quando le organizzazioni non riescono a contrastare pratiche di mobbing e molestie al proprio interno, uno dei pochi modi per affrontare il problema è che persone al corrente dei fatti e disponibili a parlarne si presentino collettivamente per farlo, non lasciando che a esporsi siano pochi soggetti, con il rischio di ripercussioni personali”.
Ciononostante viene da chiedersi come sia possibile che in una organizzazione come l’Azienda sanitaria possano trovarsi quelle che Poggio definisce “zone d’ombra” e come sia possibile “che figure tanto controverse sul piano della gestione del personale possano agire indisturbate, trovando copertura così a lungo”. In altre parole è sconfortante la reticenza con la quale le autorità stanno affrontando la vicenda quando, per spingerle ad agire, è servita un’ampia mobilitazione. Mobilitazione che ha interessato in primis la famiglia della giovane ginecologa scomparsa, sostenuta dai media e da alcuni esponenti politici che, anche in passato, avevano provato ad accendere i riflettori sul reparto di ginecologia del Santa Chiara.
“Anche a seguito di un epilogo così drammatico come quello che si paventa per Sara Pedri, resistenze e reticenze, anche da parte dei responsabili politici locali, che pure nelle ultime settimane hanno cercato di difendere l’indifendibile, hanno continuato a persistere”, conclude la proretricce. “Anche per queste ragioni appare oggi urgente e necessario prendere coscienza del fatto che mobbing e molestie sono problemi seri e molto diffusi nei contesti lavorativi, anche pubblici, e che possono sfociare in conseguenze molto gravi. E che la politica solleciti e impegni le organizzazioni a dotarsi di strumenti mirati a contrastarli in modo efficace e capillare”.













