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Coronavirus, le tre varianti che preoccupano l’Italia: “Test molecolare anche ai contatti”

Da quella inglese “maggiormente trasmissibile e forse più grave” a quella sudafricana che potrebbe causare dei casi di reinfezione, passando per quella brasiliana, già arrivata in Italia, ma della quale si conosce poco. Il Ministero della salute aggiorna e implementa le procedure di isolamento e contact tracing per limitare la diffusione delle nuove varianti di coronavirus

Di Tiziano Grottolo - 03 February 2021 - 21:33

TRENTO. Il Ministero della Salute ha recentemente inviato una circolare per mettere in guardia le Regioni sulle varianti del coronavirus attualmente in circolazione. Nel documento viene fatto anche il punto della situazione e vengono proposte una serie di azioni per contenere la diffusione delle varianti.

 

Quella inglese (denominata con la sigla Voc 202012/01) è stata la prima a salire alla ribalta delle cronache: emersa nel Sud del Regno Unito è stata dichiarata emergente nel dicembre 2020. Attualmente è la variante predominante nel Regno Unito ma ha già superato i confini dell’isola sbarcando non solo in Europa ma anche in tutti gli altri continenti. Al 25 gennaio ben 70 paesi hanno riportato casi importati o trasmissione comunitaria di questa variante, in particolare in Danimarca, Irlanda e Paesi Bassi,.

 

Nel Regno Unito, l’incidenza dei casi di Covid-19 è aumentata dall’inizio di dicembre 2020 fino al raggiungimento di un picco all’inizio di gennaio 2021, solo dopo aver introdotto quelle che vengono definite “rigorose misure di controllo sanitarie e di distanziamento sociale” l’incidenza è diminuita. Sulla possibilità che per via di una mutazione i test producano falsi negativi il Ministero della Salute è scettico e la ritiene un’eventualità “improbabile”.

 

 

Ad ogni modo, come sottolineano gli esperti, nel Regno Unito e in Irlanda del Nord la variante Voc ha dimostrato di avere una maggiore trasmissibilità rispetto alle varianti circolanti in precedenza. Studi preliminari suggeriscono una maggiore gravità della malattia, tuttavia per confermare questo dato sono necessarie ulteriori analisi. Mentre al momento non ci sono evidenze di una significativa differenza nel rischio di reinfezione rispetto agli altri ceppi virali circolanti. Sono in corso studi per valutare l’effetto di questa variante sull’efficacia vaccinale, che sembrerebbe limitatamente e non significativamente ridotta.

 

La variante identificata con la sigla 501Y.V2, è quella attualmente più diffusa in Sudafrica, Paese da cui prende il nome. Una settimana fa era stata rilevata in almeno 31 Stati (fra questi non c’era l’Italia). In Sudafrica i casi settimanali sono aumentati dai primi di novembre, e hanno raggiunto un picco ai primi di gennaio ma nelle ultime due settimane il trend è decrescente.

 

 

Non si conosce l’impatto di questa variante sull’efficacia dei test diagnostici. Come per quella inglese però anche la variante sudafricana potrebbe essere caratterizzata da una maggiore trasmissibilità, non è chiaro invece, se provochi differenze nella gravità della malattia. Sono in corso studi sulla maggiore frequenza di reinfezioni, in quanto la variante 501Y.V2 potrebbe sfuggire alla risposta anticorpale neutralizzante provocata da una precedente infezione naturale. Studi preliminari in vitro hanno evidenziato una riduzione dell’attività neutralizzante contro le varianti Voc SARS-CoV-2 nelle persone vaccinate con i vaccini Moderna o Pfizer-BioNTech rispetto alle varianti precedenti ma i dati per ora sono contrastanti.

 

Per quanto concerne la variante brasiliana (P.1) è stata segnalata per la prima volta dal Giappone lo scorso 10 gennaio dopo che quattro viaggiatori in arrivo dal Brasile erano risultati positivi al test. Pochi giorni dopo, sempre per via di alcuni viaggiatori provenienti dal Brasile, è stata rilevata anche in Corea del Sud. Alla fine di gennaio la variante P.1 era sicuramente presente in almeno 8 Paesi, fra cui l’Italia.

 

 

In Brasile il numero di nuovi casi settimanali nelle ultime due settimane ha raggiunto livelli più elevati rispetto ai numeri fatti registrare da settembre a novembre 2020, inoltre dall’inizio di novembre sono aumentati i decessi. Da quanto emerge la variante brasiliana non è strettamente correlata alle varianti 501Y.V2 e Voc 202012/01. Non è stato riportato alcun effetto della variante sui test diagnostici come non sono disponibili evidenze sulla gravità della malattia, sulla frequenza delle reinfezioni e sull’efficacia del vaccino. Comunque le indagini preliminari condotte a Manaus, nello Stato di Amazonas, riportano un aumento della percentuale di casi identificati come variante P.1, dal 52,2% nel dicembre 2020 all’85,4% nel gennaio 2021, evidenziando la trasmissione locale in corso e suggerendo una potenziale maggiore trasmissibilità o propensione alla reinfezione.

 

“Al fine di limitare la diffusione di nuove varianti”, il Ministero della Salute ha deciso di implementare e aggiornare le indicazioni per la ricerca e gestione dei contatti dei casi Covid-19 sospetti per infezione da variante. Fra queste si prescrive di eseguire un test molecolare ai contatti (sia ad alto che a basso rischio) il prima possibile dopo l’identificazione e al 14esimo giorno di quarantena; dare priorità alla ricerca e alla gestione dei contatti di casi Covid-19 sospetti/confermati da variante, effettuare la ricerca retrospettiva dei contatti e di non interrompere la quarantena al decimo giorno. Infine, “per prevenire la diffusione accidentale di una variante attraverso l’esposizione in laboratorio” l’isolamento virale delle varianti di SARS-CoV-2 dovrà essere effettuato nei laboratori con un livello di biosicurezza 3, il penultimo della scala, dove per l’appunto si conducono ricerche su agenti in grado di causare patologie serie o potenzialmente letali.

 

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