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| 22 ago 2021 | 13:21

“Lo sport che abbatte i muri – Il fair play nel sociale” tra calcio e frisbee, ecco il progetto di Csi Trento e Uepe che coinvolge dieci ragazzi, alcuni esecuzione penale esterna

“Lo sport che abbatte i muri – Il fair play nel sociale” è un progetto proposto dal Csi di Trento in collaborazione con Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) tra l’autunno del 2020 e giugno di quest’anno, che a breve sarà riproposto con un finanziamento Caritro. I cinque ragazzi iscritti al progetto hanno giocato a calcio e a ultimate frisbee assieme ad altrettanti ragazzi in Epe (Esecuzione Penale Esterna). Tra una partita e l’altra, i ragazzi in Epe hanno “svelato” la loro identità e, assieme a Uepe Trento, si è parlato di giustizia riparativa e di reinserimento sociale

“Lo sport che abbatte i muri – Il fair play nel sociale” tra calcio e frisbee
di Marianna Malpaga

TRENTO. Il termine fair play racchiude un mondo. Con quest’espressione inglese si indica letteralmente il “gioco corretto”, una regola non scritta che però dovrebbe essere rispettata da tutti gli sportivi. Il fair play è stato al centro di un progetto proposto dal Centro Sportivo Italiano (Csi) di Trento in collaborazione con l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe), che prende in carico persone in misura d’affidamento, detenuti domiciliari e semiliberi. 

 

Lo sport che abbatte i muri – Il fair play nel sociale” è stato finanziato da un bando della Fondazione Caritro, e si è svolto per tre volte tra ottobre del 2020 e giugno del 2021. A breve sarà riproposto, sempre attraverso un bando della Caritro. 
Tutto nasce da una collaborazione tra Csi e Uepe di Trento che prende spunto da una convenzione siglata a livello nazionale tra il Ministero della Giustizia e il Centro Sportivo Italiano. “Ho pensato che fosse importante avviare una collaborazione con il Csi di Trento – spiega Luisa Russo, assistente sociale di Uepe – perché la fascia di utenti in messa alla prova tra i 18 e i 29 anni è in crescita, ed è cruciale prestare attenzione ai loro bisogni e favorire delle azioni di inclusione sociale”. 

 

Il progetto è stato ideato da Gianluca Fedel del Csi di Trento assieme a un ragazzo in servizio civile, ed ha coinvolto ogni volta dieci ragazzi e ragazze diversi, di cui cinque in Esecuzione Penale Esterna (Epe). Gli iscritti a “Lo sport che abbatte i muri”, però, non sapevano con chi – o contro chi – stessero giocando. L’identità dei cinque ragazzi in Epe è stata svelata solamente in un secondo incontro, dopo una prima partita di calcio giocata nei campetti dell’Arcivescovile di Trento

Gli sport scelti sono stati il calcio e l’ultimate frisbee. Non si è trattato di una decisione casuale. “Sono entrambi degli sport di squadra, ma presentano alcune differenze – spiega Gianluca Fedel, laureato in Scienze motorie -. Mentre il calcio purtroppo rappresenta spesso ‘l’antisportività’, nell’ultimate frisbee i valori del fair play sono molto più accentuati. I partecipanti al progetto, quindi, si sperimentano prima in uno sport arbitrato e regolamentato come il calcio e poi in uno sport meno conosciuto e auto-arbitrato, l’ultimate frisbee. Si gioca inizialmente con un arbitro che pone delle regole che bisogna rispettare, per poi confrontarsi in un gioco del quale bisogna conoscere alla perfezione il regolamento, perché ognuno è al tempo stesso giocatore e arbitro”. 

 

Tra la partita di calcio e quella di ultimate frisbee è avvenuto anche un altro passaggio: i ragazzi in Esecuzione Penale Esterna hanno “svelato” la loro identità e, assieme a Uepe Trento, si è parlato di giustizia riparativa, pregiudizi e reinserimento sociale. “Prima di arrivare a raccontarsi davanti ad altre persone, esterne all’ambito della giustizia, alcuni ragazzi si sono preparati assieme a me – racconta Chiara Paris, psicologa -. A volte per loro è difficile parlare di ciò che è successo persino con noi, anche perché molte persone spesso non riconoscono neanche la gravità del reato che hanno commesso. Farlo davanti ad ascoltatori non formati è ancora più difficile. È stato un salto nel vuoto per loro, anche perché ci sono molti pregiudizi sulle misure alternative: alle volte da fuori si pensa che rappresentino una sorta di vacanza in cui una persona non si mette in gioco e conduce una vita facile, come se avesse ricevuto una sorta di regalo”. 

 

Che effetto ha fatto giocare a ultimate frisbee dopo il momento di riflessione sull’esecuzione penale esterna? “Molti ragazzi mi hanno confessato che non è cambiato niente – spiega Gianluca Fedel – e che il rapporto che avevano sia da compagni di squadra sia da avversari con i ragazzi in Epe era lo stesso rispetto a quello che avevano quando ci avevano giocato non conoscendoli assolutamente. Anche i ragazzi in Epe si sono sentiti più tranquilli: nella prima partita, infatti, avevano un po’ di timore perché sapevano che avrebbero dovuto ‘svelarsi’”. 

 

Per i ragazzi e le ragazze in Epe ci sarà in futuro la possibilità di fare un corso di formazione – come arbitro o aiuto-animatore - al Csi di Trento, in modo tale da coinvolgerli maggiormente in percorsi di reinserimento sociale. 

“Il reato è solo un aspetto della vita della persona – sottolinea Chiara Paris -. La parte più rilevante del lavoro di Uepe riguarda spesso la presa in carico di situazioni disfunzionali che vanno ben oltre il comportamento deviante. Abbiamo a che fare con problematiche legate alle dipendenze, non soltanto da sostanze ma anche da gioco d’azzardo, o con persone che hanno un vissuto complesso: immigrati o ragazzi che hanno situazioni familiari difficili alle spalle. Alcune delle persone che seguiamo sono in affidamento o in detenzione domiciliare, e si trovano spesso in una situazione di solitudine ed emarginazione. Uno dei nostri scopi è proprio quello di supportarli nella costruzione di un contesto sociale più sano. Ed è anche uno degli obiettivi del progetto ‘Lo sport che abbatte i muri’, grazie al quale i ragazzi in Epe possono conoscere dei loro coetanei che non hanno contatti né con il nostro ufficio né con il mondo della delinquenza”. 

 

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