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Proteste in Myanmar, bossoli italiani usati contro i civili: come ci sono arrivati?

Dal 1991 la vendita di armamenti al Myanmar è vietata in Europa, ma un sito locale ha riportato le immagini di un bossolo dell’azienda italiana Cheddite, sparato dalla polizia locale contro un’ambulanza che trasportava feriti: l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, Amnesty International ed Opal hanno chiesto chiarimenti

Di Filippo Schwachtje - 31 March 2021 - 17:55

TRENTO Era l’inizio di marzo quando la polizia locale della città di Yangon, in Myanmar, ha aperto il fuoco – dopo aver picchiato i soccorritori – contro un’ambulanza giunta sul luogo per soccorrere dei feriti. Si tratta di una delle tante scene di violenza che dal 1° febbraio, quando la giunta militare ha preso il potere nel paese asiatico, si susseguono per le strade dell’ex Birmania, ma il particolare che non è sfuggito ai fotografi è la scritta sulla base dei bossoli rinvenuti a terra: “Cheddite” calibro 12.

 

“Altri bossoli della stessa azienda con sede a Livorno – scrive l’Atlante delle Guerre e dei conflitti del mondo che, insieme ad Amnesty International Italia, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa, Italia-Birmania.Insieme, e Rete italiana pace e disarmo ha chiesto chiarimenti, senza ottenerli, direttamente a Cheddite – sono stati utilizzati dalle forze di sicurezza contro i manifestanti nei giorni successivi. Altre cartucce sono state ritrovate in altre località del paese, come documentano numerosi scatti postati sui social”.

 

Sul tema si è discusso anche in Parlamento, dopo la presentazione di alcune interrogazioni al Ministro degli Esteri sulla questione per sollecitare una verifica. Negli ultimi giorni a testimoniare la gravità della situazione nel paese asiatico, dove ieri sono stati superati i 500 morti dall'inizio della repressione, il regime ha dichiarato ai cittadini che potrebbero essere colpiti “alla testa o alla schiena” dalle forze di polizia in strada per bloccare le manifestazioni.

 

Nel ricostruire il percorso che avrebbero seguito i proiettili dall’Italia, dopo aver identificato il lotto di appartenenza risalente al 2014, grazie alla ricostruzione effettuata a partire dalle immagini, l’Atlante ha individuato una società turca che, utilizzando proiettili di gomma che contengono componentistiche di munizioni prodotte da Cheditte, avrebbe in poche parole potuto fare da ‘tramite’, permettendo l’arrivo delle cartucce in Myanmar.

 

“Da un’attenta analisi del registro del commercio internazionale delle Nazioni Unite (Comtrade) - riporta l'Atlante - risultano nel 2014 diverse forniture di fucili e munizioni dalla Turchia al Myanmar: si tratta, nello specifico, di 7.177 tra fucili di tipo sportivo o da caccia per un valore di 1.452.625 dollari, con in aggiunta 2.250 ‘parti ed accessori’ e di 46mila munizioni dal valore di 223.528 dollari”. Le organizzazioni hanno quindi chiesto all’azienda se gli accordi di licenza di esportazione con la società turca consentissero l’esportazione alle forze di polizia e di pubblica sicurezza del Myanmar e se eventualmente Cheditte ne fosse a conoscenza. Al momento però non è ancora arrivata una risposta.

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