Dal cantiere per la ciclabile delle Olimpiadi spunta una necropoli romana (FOTO): “Testimonianze d’alto valore storico e archeologico”
I lavori erano stati avviati per allargare la strada e costruire un sottopasso ciclo-pedonale in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina ma dal cantiere è spuntata una necropoli romana con 16 tombe, alcune risalenti a un periodo compreso tra il I e il II secolo d.C.

LONGARONE. Sono rimasti tutti sorpresi quando durante i lavori lungo la Strada Statale 51 “Alemagna” sono spuntati i primi reperti archeologici di epoca romana. In pochi però si aspettavano di imbattersi in ben 16 tombe di quella che con ogni probabilità era una vera e propria necropoli.
In questi mesi infatti erano in corso i lavori per la realizzazione della nuova pista ciclabile e l’allargamento della sede stradale in vista delle Olimpiadi invernali del 2026. A un certo punto però, a sud del nucleo abitato di Castellavazzo nel comune di Longarone, ci si è imbattuti in un antico tracciato stradale (sono ancora in corso gli studi per la sua datazione) consolidato con una stesura di scaglie di pietra. È proprio a ridosso di questo tracciato, dove si stava realizzando un sottopasso ciclo-pedonale, che sono state portate alle luce le sepolture romane.
In questi giorni, anche grazie alla collaborazione di Anas, si sono concluse le indagini curate per alcuni mesi dagli archeologi della cooperativa Petra sotto al direzione della Soprintendenza archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso. In totale sono state scoperte 16 tombe che presentano sia il rito dell’incinerazione sia quello dell’inumazione.

“Le sepolture a incinerazione rinvenute – spiegano dalla Soprintendenza – sono per lo più in semplice fossa, vale a dire che i resti combusti del defunto e del suo corredo non erano contenuti all’interno di recipienti (ossuari)”. In un caso si è riscontrata la presenza di un recipiente in terracotta utilizzato come urna cineraria che era stato protetto riutilizzando parte di un’anfora. Per due tombe inoltre è stato necessario il prelievo “in blocco”, per poterle sottoporre a scavo con le dovute attenzioni in laboratorio. Questo particolare procedimento si inserisce in un’azione sistematica di raccordo tra committenza, ditte esecutrici e istituzioni coinvolte, con l’obiettivo di conciliare i tempi e le esigenze del cantiere stradale con quelli della rigorosa indagine archeologica, minimizzando per quanto possibile i disagi per i cittadini.

Per quanto riguarda la datazione delle sepolture, sulla base delle prime osservazioni sulle monete associate e sui materiali di corredo destinati ad accompagnare i defunti nell’aldilà, si ipotizzano due fasi distinte: le tombe a incinerazione sono collocabili in un periodo compreso tra il I e il II secolo d.C., mentre almeno alcune delle inumazioni risulterebbero invece più recenti e databili alla fase tardo romana (IV secolo d.C.).

Dopo questa scoperta gli archeologi parlano di “un nuovo tassello che consente di cogliere la lunga storia della media Valle del Piave. Le indagini – proseguono dalla Soprintendenza – hanno riportato alla luce una serie di testimonianze d’alto valore storico ed archeologico, anche alla luce della particolarità di questo ambito territoriale che già anticamente costituiva un punto di passaggio ‘obbligato’ per risalire la valle del Piave verso le aree alpine più interne”.

Nella zona infatti era stata costruita una rete stradale dedicata alla viabilità militare che in epoca romana collegava Altino con il Norico (Austria), attraverso il centro Cadore e il passo di Monte Croce Comelico, altre aree il cui interesse a livello archeologico è ben noto.

“Considerato l’interesse complessivo dei dati finora emersi – concludono gli esperti – si procederà all’approfondimento scientifico tramite studi specialistici e analisi, con l’obiettivo di comunicare al pubblico, anche attraverso la proposta museale, elementi rilevanti per la conoscenza storica del romano Pagus Laebactium, che nel nome stesso rievoca il nucleo da cui ha avuto origine l’attuale Castellavazzo”.














