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Omicidio Meredith, Sollecito a Trento: ''Sui social non ho pace, continuano a scrivermi 'assassino, la pagherai'''. Il carcere? ''Accettato solo dai pedofili, presunti e non''

Raffaele Sollecito fu condannato in primo grado nel 2009 e poi definitivamente assolto insieme ad Amanda Knox,  per la morte di Meredith Kercher (per il delitto è stato condannato Rudy Guede). A Trento ha incontrato alcuni studenti dell'Arcivescovile: "In tutta questa vicenda il prezzo che ho pagato è stata la mia vita e a soffrirne è stata anche la mia famiglia per tutto il fango che mi è arrivato addosso”

Di Giuseppe Fin - 02 dicembre 2022 - 19:23

TRENTO. “Quello che è successo a me per superficialità può succedere a tutti. Non me la sono andata a cercare come qualcuno crede e non ho nemmeno avuto un risarcimento per tutto quello che ho pagato ingiustamente. Le istituzioni sono state assenti ed è solo ed unicamente grazie alle mie forze che sono riuscito a ricostruire la mia vita un po' alla volta”. Raffaele Sollecito ha la voce che in alcuni momenti trema ma il messaggio lo ha voluto portare forte e chiaro a Trento. 

 

Oggi 38enne, ha raccontato la sua vicenda giudiziaria e la sua vita ai ragazzi dell'Arcivescovile. L'incontro è avvenuto all'interno del progetto “Carcere” per le classi quinte rispetto alla conoscenza della realtà carceraria e alla comprensione della condizione dell’uomo recluso in rapporto a colpe, pene ed iter giudiziari. Sono state organizzate lezioni di “diritto penale” con l’avvocato Filippo Fedrizzi, presidente della Camera Penale di Trento e membro dell’Osservatorio Nazionale Carcere. Ma anche momenti per entrare nella storia processuale di un caso vero. Da qui l'appuntamento con Raffaele Sollecito e con la grafologa giudiziaria e consulente investigativa Cristina Sartori che nell'incontro con gli studenti ha spiegato in modo molto dettagliato e approfondito come sono state portate avanti le indagini e soprattutto quali sono stati gli errori fatti dalla metodologia errata fatta nei primi rilievi ai rischi di inquinare le prove.  

 

Per Raffaele Sollecito una vita stravolta da quello che tutti conoscono come “L'omicidio di Perugia”. Dobbiamo tornare indietro al primo novembre del 2007 quando in un'abitazione in via della Pergola è stata trovata senza vita, accoltellata, Meredith Kercher, classe 1985 studentessa inglese in Italia. 

 

Raffaele Sollecito, assieme a Amanda Knox, fu inizialmente accusati dell'omicidio.  Ci  fu un processo complicato: prima la condanna, poi l’assoluzione, poi il rinvio della Cassazione, poi di nuovo la condanna e infine l’assoluzione definitiva che è avvenuta nel 2015 con la Cassazione che ha dichiarato entrambi innocenti. (L'unico condannato in via definitiva è stato Rudy Guede, tornato libero nel novembre del 2021 ).

 

Raffaele Sollecito ha trascorso 4 anni in carcere prima di vedere riconosciuta la propria innocenza. Quattro anni che hanno stravolto la sua vita disintegrandola. Ed è stato lui stesso a raccontarlo ripercorrendo le tappe della vicenda, quelle ore di attesa all'esterno dell'abitazione dove è stata trovata Meredith assassinata, mentre la scientifica faceva il proprio lavoro. E soprattutto riportando le parole scritte nella sentenza di assoluzione emessa della Cassazione nelle quali si parla di “colpevoli omissioni nelle indagini condotte con deprecabile pressapochismo". 

 

Raffaele Sollecito è stato arrestato dalla polizia il 6 novembre del 2007 e per sei mesi è rimasto in completo isolamento, un periodo che lo ha segnato in modo permanente. “Dovevo rimanere in carcere vicino al tribunale di Perugia – racconta – ma non era presente la cosiddetta 'sezione protetta' e quindi ho firmato per rimanere in isolamento. Ero ottimista pensavo che gli inquirenti si sarebbero subito accorti di aver preso una cantonata perché io non avevo nessuna colpa ma così non è stato e i giorni che passavano in completo isolamento continuavano ad aumentare”. Sollecito non poteva parlare con nessuno, non poteva vedere nessuno. “Giravo come un criceto all'interno di una scatola. Con il passare del tempo in questa situazione anche le più basilari certezze sono cadute. Ad un certo punto anche i colori non riuscivo più a capirli” racconta. “Una mattina sono venuti a portarmi una pillola per dei problemi di tiroide ed ero completamente nudo. Solo dopo due ore me ne sono accorto”. 

 

Il racconto della vita in carcere è molto forte e drammatico. Raffaele Sollecito non riuscendo più a sopportare l'isolamento chiede di essere riammesso nella vita comune della struttura carceraria. “Non tutti sanno ma in carcere ci sono delle regole. Esistono dei gruppi, delle faide. Trovarsi a scegliere di essere parte di un gruppo piuttosto di un altro significava anche avere le ore contate. L'unico modo che avevo per sfuggire a queste regole è stato quello di frequentare i pedofili, presunti e anche quelli veri. Erano gli unici schifati da tutti e per questo erano l'unica categoria che poteva non entrare mai in una faida” . 

 

Sono tanti gli episodi raccontati da Sollecito durante l'incontro con gli studenti per cercare di far capire come la sua vita sia completamente cambiata dopo una condanna e successivamente una piena assoluzione per non aver commesso il fatto. Oggi Raffaele è un ingegnere informatico. “Il prezzo  che ho pagato è stata la mia vita e a soffrirne è stata anche la mia famiglia per tutto il fango che mi arrivato addosso”. E ancora oggi quello che è successo in qualche modo lo perseguita. “Dove lavoro la faccenda è nel cassetto – continua – ma gli attacchi e le offese sui social continuano anche oggi. Io sono presente su Instagram, su tiktok su Facebook e altri. L'ultimo messaggio mi è arrivato due giorni fa. Mi hanno scritto 'sei un assassino, sei uno schifoso, la pagherai' ma ce ne sono stati anche altri. Io quando li vedo non rispondo, blocco le persone" spiega a il Dolomiti. E infine il messaggio lasciato agli studenti: “Ai giovani dico di stare sempre molto in allerta. Quello che è capitato a me può capitare a tutti. Può capitare ai vostri fratelli, ai vostri figli, ai vostri genitori o parenti”.

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