Operazione 'Matrioska', intercettavano le mail delle aziende per poi controllarle dirottando i pagamenti. Patteggia a 10 mesi di reclusione uno degli imputati
Il processo ora andrà avanti con il filone che riguarda gli altri imputati. L’uomo davanti al Gip di Trento è riuscito però a ridimensionare la propria posizione vedendo riconosciuto un ruolo molto più marginale di mero favoreggiamento rispetto gli altri coinvolti

TRENTO. Dall’accusa di riciclaggio transnazionale a quella diversa e più lieve di favoreggiamento con il patteggiamento della pena a 10 mesi di reclusione che ha però già interamente scontato durante le indagini preliminari.
Si è chiusa in questo modo la vicenda per uno degli imputati del processo nato dall'operazione “Matrioska” (Qui l'articolo) eseguita dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato tra il 2020 e il 2021 e che aveva portato all’arresto di sette persone di cui 5 italiani, un rumeno ed un cingalese, ritenuti responsabili di una articolata frode informatica che aveva consentito la sottrazione a due aziende di circa 600 mila euro, pari al valore di un grosso macchinario industriale.
Le indagini hanno poi consentito di individuare tra le presunte menti della complessa frode anche un cittadino nigeriano che si sarebbe occupato anche in prima persona della ripulitura del denaro. L’uomo, difeso dall'avvocato Nicola Zilio, davanti al Gip di Trento è riuscito però a ridimensionare la propria posizione vedendo riconosciuto un ruolo molto più marginale di mero favoreggiamento degli altri coinvolti.
L'OPERAZIONE
Il 13 ottobre del 2020 la squadra mobile e il nucleo di Polizia economica-finanziaria ha effettuato i primi arresi di sette persone colpevoli di una truffa che ha sottratto a due aziende oltre 600 mila euro tramite la tecnica del Bec (Business email compromise).
Questa tecnica consiste nell’hackeraggio delle caselle di posta elettronica di aziende e professionisti, per poi controllarle segretamente, dirottando così i pagamenti relativi all’acquisto di beni e servizi nelle mani dei criminali. In questa trappola erano finite due società, una trentina del settore siderurgico e una bosniaca, che stavano trattando per la cessione di un costoso macchinario da parte dell’azienda italiana.
L’investigazione si è sviluppata sia in Italia che all’estero, con perquisizioni nelle città di Belluno, Bergamo, Brescia, Lodi, Milano, Modena, Reggio Emilia, Udine e Verona che hanno portato alla scoperta degli elementi probatori presso le sedi societarie e i domicili degli indagati. Grazie a questo lavoro gli agenti hanno identificato altri due complici: un italiano di Reggio Emilia ed un nigeriano.
Il modus operandi era stato quello di violare la casella di posta elettronica di una società monitorando poi la fase delle trattative con una azienda bosniaca per l’acquisto di un macchinario che doveva essere pagato tramite bonifico bancario. A quel punto, gli hacker sono entrati in azione creando delle false mail in tutto e per tutto identiche a quelle ufficiali della società, e non immediatamente identificabili come falsificate, comunicando diverse coordinate bancarie sulle quali far accreditare l’ingente somma.
Immediatamente dopo l’accredito su un conto di una società fittizia creata da uno degli imputati italiani, tramite quella che viene definita attività di “polverizzazione”, la somma veniva suddivisa su vari altri conti bancari, intestati anche a società di comodo tramite gli altri imputati, alcuni dei quali imprenditori, che sfruttavano quindi anche la loro apparente affidabilità per ripulire i proventi della truffa. Ad ogni passaggio il titolare del conto tratteneva per se una “quota” della somma a titolo di provvigione, e inoltrava a sua volta la rimanenza su altri conti al fine di rendere impossibile recuperarle o ricostruirne la sua origine delittuosa.
IL COINVOLGIMENTO DI UN CITTADINO NIGERIANO
Durante le indagini le forze dell'ordine avevano individuato il coinvolgimento di un cittadino nigeriano, regolarmente soggiornante in Italia e con una regolare attività lavorativa, che era stato ritenuto una delle menti della complessa operazione di riciclaggio, e che durante le indagini si era però trasferito in Germania con la famiglia. Grazie alla collaborazione con le Autorità tedesche, è stato raggiunto da mandato di arresto europeo e portato in carcere in Italia in attesa di giudizio con l’accusa di riciclaggio transnazionale. Reato molto grave punito con la pena fino a 18 anni di reclusione.
L’uomo, difeso dall’avvocato Nicola Zilio, ha però dimostrato, come detto, che non vi è prova della sua consapevolezza dell’origine delittuosa delle somme e nemmeno della sua concreta partecipazione alle operazioni di pulitura del denaro, non essendo intestatario dei conti correnti in discussione e nemmeno socio delle società coinvolte. L’originaria accusa è stata quindi modificata in quella di favoreggiamento e l’uomo ha patteggiato la pena di 10 mesi di reclusione, che ha già interamente scontato durante le indagini preliminari.
Il processo ora andrà avanti con il filone che riguarda gli altri imputati.














