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Trento
10 luglio | 12:45

Dengue e chikungunya, ecco la “mappa del rischio” per l'Italia: “I casi autoctoni sono in aumento in tutta l'Europa meridionale”

In uno studio coordinato da Fondazione Bruno Kessler e Istituto superiore di sanità si fa il punto sul livello di rischio per le due malattie, trasmesse dalla cosiddetta “zanzara tigre” (Aedes Albopticus): “Periferie urbane e aree costiere le più adatte per lo sviluppo di focolai”

Dengue e chikungunya, ecco la “mappa del rischio” per l'Italia

TRENTO. Dengue e chikungunya, mentre i casi autoctoni delle due malattie sono in aumento in tutta l'Europa meridionale, grazie a uno studio coordinato da Fondazione Bruno Kessler e Istituto superiore di sanità arriva la “mappa del rischioin Italia.

A riportarlo sono gli stessi ricercatori, che hanno lavorato al report con il Ministero della Salute e le Regioni/Province autonome: nello studio, appena pubblicato da Nature Communications, si evidenzia come siano soprattutto le aree costiere e le periferie urbane lungo tutta la penisola ad avere le condizioni più adatte allo sviluppo dei focolai.

 

Le mappe presentate per quanto riguarda la stima del rischio per entrambe le malattie sono sostanzialmente sovrapponibili: le zone potenzialmente più adatte per la diffusione sono in particolare la pianura padana e, come anticipato, le aree più urbanizzate lungo le coste.

In generale le Regioni che hanno visto più casi importati, per entrambe le malattie, sono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Piemonte.

“Anche se negli ultimi anni in Italia – dicono infatti gli esperti – episodi localizzati di trasmissione autoctona di dengue e chikungunya si sono verificati soprattutto nelle regioni del nord e del centro, il rischio che si verifichino altre focolai riguarda diverse altre zone del Paese caratterizzate dalla presenza significativa del vettore di questi virus, la cosiddetta 'zanzara tigre' (Aedes Albopticus), insieme a condizioni climatiche favorevoli”.

 

In altre parole il rischio è diffuso ed è auspicabile quindi “aumentare la conoscenza clinica di queste infezioni, mantenere alta l'attenzione alla sorveglianza e rafforzare la consapevolezza di chi rientra da luoghi in cui queste infezioni sono presenti ed endemiche”.

 

In Europa Meridionale entrambe le malattie erano infatti esclusivamente importate in passato: oggi invece, come anticipato, i casi autoctoni sono in aumento per effetto della ripresa dei viaggi internazionali, della diffusione degli insetti vettori, e per l'aumento delle epidemie in paesi a clima tropicale e sub-tropicale.

 

Nel loro lavoro, i ricercatori hanno quindi analizzato gli episodi di trasmissione locale in un lungo periodo (tra il 2006 e il 2023), applicando dei modelli matematici per analizzare i focolai italiani e per stimare il rischio di trasmissione in Italia, tenendo conto sia della densità di popolazione umana che dei dati entomologici e climatici.

 

Complessivamente – scrivono – nel periodo considerato sono stati confermati 1435 casi importati di dengue e 142 di chikungunya. Le infezioni sono state contratte prevalentemente in Thailandia, Cuba, India, Maldive per quanto riguarda la dengue, e India, Repubblica Dominicana, Brasile e Thailandia per chikungunya. Nello stesso arco di tempo, sono stati diagnosticati 388 casi autoctoni di dengue e 93 di chikungunya. Il periodo più favorevole alla trasmissione locale a seguito dell'importazione di un caso è risultato da luglio a fine settembre, anche se nelle aree del sud le condizioni favorevoli possono durare anche fino a novembre”.

 

“Tutte le aree in cui si è verificata una trasmissione locale e focale dei due virus in Italia – continuano gli autori – erano fra quelle identificate ad alto rischio nella nostra analisi. Tuttavia sono state trovate anche molte altre aree con condizioni ecologiche simili, e potrebbero quindi essere ugualmente a rischio in caso di importazione di casi dall’estero. Questo implica che le misure di prevenzione e di sorveglianza devono essere orientate verso le aree con condizioni ambientali favorevoli, sia che abbiano già avuto focolai, sia che non abbiano ancora identificato casi contratti sul territorio”.

 

In ogni caso, secondo lo studio una volta identificati i focolai autoctoni l'indice di trasmissibilità è stato portato sotto la soglia epidemica in poco tempo, circa due settimane, a supporto della qualità degli interventi reattivi di controllo. Rimane, tuttavia, un certo ritardo nell'identificazione dei casi: “Nelle regioni non endemiche, come l'Italia – concludono i ricercatori – è importante aumentare la consapevolezza delle patologie emergenti trasmesse dai vettori perché una diagnosi ritardata o mancata rallenta il rilevamento dei focolai e quindi la possibilità di controllarli”.

 

Dengue e chikungunya vengono trasmesse agli esseri umani proprio tramite le punture di zanzara – non si ha quindi un contagio diretto. Rispettivamente, riporta l'Iss, i sintomi si manifestano con febbre, anche con temperature molto elevate, nell'arco di 5-6 giorni dalla puntura per quanto riguarda la dengue: la febbre è accompagnata da mal di testa acuti, dolori attorno e dietro agli occhi, forti dolori muscolari e alle articolazioni, nausea e vomito, irritazioni della pelle che possono apparire sulla maggior parte del corpo dopo 3-4 giorni dall'insorgenza della febbre.

 

Nella maggior parte dei casi le persone guariscono completamente in due settimane, anche se non esiste un trattamento specifico: “La malattia – dicono gli esperti – può svilupparsi sotto forma di febbre emorragica con emorragie gravi da diverse parti del corpo che possono causare veri e propri collassi e, in rari casi, risultare fatali”.

 

Per la chikungunya il periodo di incubazione è variabile fino a un massimo di 12 giorni, scrive sempre l'Istituto superiore di sanità: “Si manifestano improvvisamente febbre e dolori alle articolazioni tali da limitare i movimenti dei pazienti, che quindi tendono a rimanere assolutamente immobili e assumere posizioni antalgiche. Altri sintomi includono dolore muscolare, mal di testa, affaticamento e rash cutaneo. Il dolore alle articolazioni è spesso debilitante, generalmente dura alcuni giorni ma può anche prolungarsi”.

 

Nella maggior parte dei casi i pazienti si riprendono completamente, tuttavia, in alcuni casi “il dolore alle articolazioni può persistere per mesi o anche anni”. Occasionalmente sono state segnalate complicazione oculari, neurologiche, cardiache e gastrointenstinali. Raramente si verificano complicanze gravi, tuttavia negli anziani la malattia può essere concausa di morte.

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