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| 25 lug 2025 | 13:28

"L'arresto (fake) di Obama? Così Trump avvelena i pozzi della comunicazione mentre è colpito dal caso Epstein. Ma attenzione a Vance, può far rimpiangere il tycoon"

Lo storico Francesco Filippi, partendo dal video (fake) postato da Donald Trump e in cui si vede Barak Obama arrestato dall'Fbi alla Casa Bianca, riflette sullo scenario politico americano: "Atteggiamento che denota mancanza di scrupoli da parte di chi gestisce la cosa pubblica. Trump pare non rendersi conto di aver posto sotto stress brutale la macchina delle istituzioni americana, sembra che pensi che dopo di lui non non ci possa essere qualcos'altro"

L'arresto (fake) di Obama?

TRENTO. "Cosa sta facendo Donald Trump? Sta facendo saltare tutti i paletti dell'educazione alla comunicazione pubblica. Attaccando Barack Obama ha scelto il bersaglio grosso, ossia l'ultimo mito dei democratici americani, e lo ha fatto per scaldare l'animo dei suoi cercando di sporcare l'immagine del suo rivale". Queste le parole dello storico Francesco Filippi che, intervistato da il Dolomiti, fornisce il suo punto di vista sull'ultimo degli episodi riguardanti il presidente Usa e che ha fatto, per usare un eufemismo, discutere mezzo mondo.

 

Riassumiamo in breve la vicenda: il Tycoon proprio nel momento in cui, come osserva Flippi, "sembra toccato sul vivo dall'affare Epstein", ha intrapreso una serie di azioni e pubblicato una serie di contenuti e attacchi che da molti sono stati interpretati come volontà di distogliere l'attenzione dal tema degli ipotizzati rapporti con il miliardario finanziere arrestato nel 2019 con l’accusa di aver sfruttato sessualmente decine di minorenni e suicidatosi in carcere. Su tutti ha spiccato il video pubblicato su Truth, e generato con l'intelligenza artificiale, in cui si vede l'ex presidente democratico che viene arrestato da tre agenti dell'Fbi nello studio Ovale della Casa Bianca, con Trump che ride accanto a lui. Infine il video mostra Obama in una cella, vestito in tuta arancione da detenuto, con la scritta in sovraimpressone "nessuno è al di sopra della legge". Il "video attacco" di Trump, nello specifico, sembrava riconnettersi alle dichiarazioni della direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard, che recentemente ha accusato Obama, e membri del suo staff, di aver allestito un’operazione per danneggiare Trump alle elezioni del 2016, con notizie false su interferenze della Russia per supportare l’elezione del candidato repubblicano.

 

E proprio partendo da questo video Francesco Filippi elabora una riflessione sulla modalità comunicativa scelta da Trump, per poi allargare lo sguardo alla fase storico-politica che stanno attraversando gli Stati Uniti. "Trump ha sempre fatto uso di iperboli, esagerazioni, forzature e mezze verità – osserva lo storico – e semplicemente i nuovi mezzi come l'intelligenza artificiale gli danno una possibilità estrema non solo di elaborazione dei fatti, ma addirittura di creazione di fonti 'altre' non legate in nessun modo al principio di realtà. "

 

Filippi, per suffragare la sua analisi, fa poi un salto nel passato, spiegando come nella storia questa modalità sia sempre stata attuata, a partire dallo storico romano Svetonio, che faceva parte dell'èlite senatoria e che scrisse la vita dei Cesari, raccontando le ‘peggiori cose’ su personaggi come Nerone o Caligola, guarda caso i più contrari alla politica senatoria. "Questo ci racconta di come si possa inventare una falsa notizia per fare politica estemporanea – spiega – con le vittime che sono la realtà e la storia stessa, dal momento che alcune storie vengono ascoltate molto di più di altre". Prima di tornare al presente, gettando ulteriori basi su cui innestare la riflessione, Filippi si affida al pensiero dello storico March Bloch, che nel suo libro "La Guerra e le false notizie" sottolinea come l'importanza di una comunicazione ben fatta sia fondamentale a livello politico, indipendentemente dal fatto che sia basata sulla verità. "Non importa che un fatto sia accaduto o meno – spiega – ma che sia abbastanza potente da far sì che la gente ci creda".

 

Ma torniamo al Tycoon e al presente: Filippi sottolinea come quello che fa paura sia proprio la capacità di creare messaggi e notizie non vere, ma verosimili ed utilizzati ad hoc. "A nessuno è sfuggito il fatto che lui abbia calcato la mano su un grande nemico simbolico come Obama proprio nel momento in cui l'affare Epstein sembra toccarlo in maniera concreta e in relazione al quale la base del movimento MAGA – prosegue Filippi – sembra non seguirlo e, anzi, sembra molto contrariato in merito al fatto. Cosa intendo? Il ricorso a questo tipo di comunicazione è sinonimo di una grande debolezza".

 

Lo storico trentino entra nel merito di questa condotta che rappresenta, giocando in metafora, un "mezzo per inquinare i pozzi che avrà conseguenze negative per tutti", in primis per chi si occupa di fare informazione: questo perché il rischio è quello che, nel vortice generato da tale approccio, ad essere messa in dubbio sarà alla fine anche la veridicità di quelle fonti che fino a qualche tempo fa erano considerate affidabili e veritiere.

 

E da questa riflessione, lo sguardo si allarga dalla comunicazione alla condotta politica vera e propria del presidente degli Stati Uniti. "Un determinato atteggiamento denota una totale mancanza di scrupoli da parte di chi gestisce la cosa pubblica – spiega – e Trump pare non essersi reso conto di aver posto sotto uno stress brutale la macchina delle istituzioni americana. Sembra quasi che pensi che non ci possa essere qualcosa dopo di lui, e che non ritenga possibile, un giorno, rimettere il suo mandato in modo pacifico: un segnale di ciò sono le frequenti sue battute sull'ipotetico terzo mandato, per legge non possibile".

 

Questa condotta, riflette Francesco Filippi, pare accomunare una buona parte della "nuova generazione" di governatori allineati su un preciso binario: "Spesso persone che si trovano a gestire la cosa pubblica e che dimostrano di non rendersi conto della responsabilità che questo comporta, e che ogni singolo loro atto avrà influenza, letteralmente, sulla vita di milioni di persone". E poi l'affondo, con lo storico che rimarca come questo sia sintomo non solo dello "stato di degrado" in cui versa la democrazia occidentale, ma anche del modo stesso con cui le persone valutano la cosa pubblica. "Dovrebbero tremarci i polsi per questo – dice – e invece la nostra attenzione rischia di rivolgersi esclusivamente al fatto che un quasi ottantenne giochi con l'intelligenza artificiale".

 

Tornando ad analizzare la condotta recente del presidente degli Usa, Filippi commenta poi la decisione del Tycoon di escludere il Wall Street Journal – dopo la pubblicazione sul quotidiano di una lettera dai tratti osceni che Trump avrebbe inviato nel 2003 a Epstein – dal gruppo di media che coprirà il suo viaggio in Scozia nel fine settimana, e la causa da miliardi di dollari intentata contro la testata.

 

"Colpire la testata più influente dell'America economica ha, a mio avviso, un significato molto chiaro: significa – osserva Filippi – colpire il più forte per educarne altri cento. Il tema è questo: quanta libertà di azione può pensare di avere un qualsiasi giornale nel caso in cui scelga di uscire dai binari del pensiero della Casa Bianca, se anche un colosso come Wsl è stato vittima di un tale sgarbo? Però Trump non è una scheggia impazzita e isolata: è solo la punta di diamante di un processo che sta demolendo dal suo interno la coscienza di quegli Usa cresciuti proprio nell'alveo della libera informazione e delle grandi inchieste".

 

E dal conflitto con il Wall Street Journal a quello con la squadra di football Washington Commanders, che prima si chiamava "Washington Redskins" (i pellerossa, ndr) e che ha scelto di cambiare il suo nome nel 2020, perché ritenuto offensivo nei confronti dei nativi americani. Cosa centra Trump? Il Tycoon, sempre in un post, ha vivamente consigliato al club di tornare alla denominazione iniziale, minacciando in caso contrario di non portare avanti l'accordo per la costruzione di un nuovo stadio.

 

"Questo rende bene l'idea di cosa significhi fare politica-spettacolo, o meglio arrivare al massimo livello e non avere argomenti reali su cui appoggiarsi – commenta Filippi – e parliamo della stessa persona che ha dichiarato, in campagna elettorale, che se fosse stato eletto avrebbe fatto finire la guerra a Gaza e in Ucraina in 24 ore. Ci troviamo di fronte, in sintesi e per fare una citazione, all'utilizzo di armi di distrazione di massa. Tornando alla squadra che ha scelto di modificare il suo nome con uno più attento al pantone sociale americano contemporaneo, se Trump fa questa minaccia è semplicemente per scaldare gli animi la sua base di sostenitori tendenzialmente bianchi, razzisti, in linea di massima suprematisti e che non si rivedono nei valori democratici americani. Gli stessi a cui piacerebbe tornare ad un mondo in cui c'erano i pellerossa cattivi e i cowboy buoni che, fatalità, risolvevano le questioni sparando".

 

In ultima battuta, chiediamo allo storico, alla luce dell'analisi, come si immagini il futuro politico degli States negli anni a venire. E, soprattutto, se il movimento Make America Great Again sia destinato o meno ad avere un'evoluzione.

 

"Posso basarmi su una comparazione storiografica e le dico, purtroppo, che le grandi figure accentratrici ed egocentrate, democratiche o no, difficilmente creano eredi ma spesso – spiega Francesco Filippi – lasciano enormi vuoti e la necessità di riscostruire, partendo da nuove basi, società terribilmente sfilacciate dal personalismo dei singoli".

 

E sul futuro del movimento MAGA? "Non so se finirà col suo fondatore – conclude lo storico – però mi sento di dire una cosa: il vice di Trump è tale J.D. Vance, personaggio che ha una propria visione del mondo e che, a differenza del Tycoon, ha un'agenda politica ben definita. L'ha descritta in un romanzo autobiografico e, a mio avviso, è una delle poche persone al mondo che potrebbe farci rimpiangere l'attuale presidente. Giocando con le metafore? Dobbiamo cercare di aggrapparci alla padella per non finire nella brace, tenendo conto anche del fatto che sull'altro fronte tutto tace, con i democratici statunitensi, e in generale la narrativa opposta a Trump, che al momento non pongono all'orizzonte nulla di seriamente concreto. E se l'alternativa a Trump è il nuovo American Party di Elon Musk, allora dobbiamo sì preoccuparci".

 

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