Contenuto sponsorizzato
| 21 gennaio | 21:00

"American Psycho". Un anno di Trump tra narcisismo e progetto autoritario: dai dazi alla Groenlandia ai video Ia, la situazione è grave (ma non seria)

Tra narcisismo, potere e spettacolo: una metafora con il romanzo di Bret Easton Ellis – a cui è ispirato l'omonimo film diretto da Mary Harron con protagonista Christian Bale – e il bilancio del primo anno di (nuova) presidenza Trump

TRENTO. Solo un anno. In appena dodici mesi il “terremotoTrump ha picconato e rimodellato, a forza di scossoni dialettici, economici, geopolitici e militari, tanto il sistema di alleanze incentrato sugli Stati Uniti – la Nato – quanto il concetto stesso di diritto internazionale e la percezione di Washington nel mondo – per la gioia di chi, Cina in primis, può rivendicare così un ruolo di potenza responsabile e rispettosa delle regole internazionali.

 

Nel suo secondo mandato il presidente americano sta di fatto seguendo un doppio e radicale binario, operando secondo alcuni da un lato un tentativo di svolta autoritaria sul fronte interno – basti pensare ai vari riferimenti a un eventuale terzo mandato; tra l'altro a 50 dollari oggi si può acquistare sull'omonimo store il cappellino “Trump 2028” con tanto di messaggio: “Il futuro è luminoso” e “Riscrivi le regole” – e rispolverando dall'altro un muscolare e assertivo nazionalismo imperialista per la sua politica estera – non a caso il tycoon ha citato nei suoi discorsi l'ex presidente William McKinley, grande fan dell'introduzione di nuovi dazi che a cavallo tra '800 e '900 ha innescato la svolta verso una maturità imperiale per gli Stati Uniti.

 

Eppure la situazione, per quanto grave, non è seria: ad accompagnare infatti le varie iniziative della presidenza americana ci sono stati, nel corso dei mesi, una serie di “contenuti”, spesso generati dall'intelligenza artificiale, ben oltre il limite del grottesco – basti pensare in primis allo scandaloso video sulla “riviera di Gaza” o recentemente alla clip nella quale il presidente “scarica letame” sui manifestati del “No Kings Day”.

 

Solo un anno, dicevamo. Un anno, per usare una metafora, in qualche modo da “American Psycho”, – su YouTube qualche anno fa, in occasione del primo mandato del tycoon, era apparso anche un cartoon nel quale il presidente americano vestiva i panni di Patrick Bateman – non come giudizio clinico, ovviamente, ma piuttosto come orizzonte politico-culturale. Tra narcisismo, potere e spettacolo, cerchiamo quindi di ripercorrere gli ultimi dodici mesi in una serie di tappe tematiche, tra gli episodi più eclatanti e le uscite più "trash" (in attesa delle prossime: "A quando lo scolapasta in testa?" si è chiesto ironicamente negli scorsi giorni Enrico Mentana). 

 

1) Dazi

 

Immancabile, al primo posto, il riferimento alla parola preferita dal presidente americano: i dazi. Fin dal “Liberation Day”, nel quale Trump ha annunciato una serie di barriere nei confronti di oltre 100 Paesi in tutto il mondo, la guerra commerciale – tra avanzate precipitose e altrettante precipitose ritirate, come nel caso dei botta e risposta continui con la Cina – è stata uno degli strumenti d'elezione per il tycoon. Una sorta di ritorno a un Far West per l'economia internazionale, che si è trovata a fare i conti con una “tabella” di percentuali calcolate dividendo per due il rapporto tra il deficit commerciale Usa verso un Paese e il totale del valore dei beni importati da quel Paese (per davvero).

 

2) Ucraina

 

Sul fronte internazionale, la postura Usa nei confronti dell'Ucraina si è subito dimostrata in controtendenza rispetto alla posizione di netto sostegno di Joe Biden - con grande sconforto da parte della popolazione ucraina. Così si è arrivati al duro scontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky allo Studio Ovale, al successivo grande “ricatto” da parte degli Stati Uniti – tra sfruttamento delle terre rare e mancanze di garanzie di sicurezza per Kyiv – e ancora all'incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, in Alaska - una vittoria diplomatica per il presidente russo, che che ha ottenuto di fatto la legittimazione pubblica del leader americano e la fine dell'isolamento internazionale imposto a Mosca dall'inizio dell'invasione. I risultati, nonostante i proclami, per ora sono stati sostanzialmente nulli.

 

3) Gaza

 

Nonostante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas raggiunto nell'ottobre dello scorso anno, la tragedia per la popolazione civile a Gaza sta continuando - come continuano le accuse incrociate di attacchi da parte di Israele e Hamas - mentre ilpiano di pace” delineato dallo stesso Trump sta (nuovamente) manifestando oggi i suoi limiti. I 20 punti proposti da Trump erano infatti fin da subito apparsi per certi versi ambiziosi – per altri estremamente lacunosi, in particolare nella mancanza di ogni riferimento alla Cisgiordania e alla sempre maggior presenza illegale di coloni israeliani – pur con pochissimi dettagli su come raggiungerli. E oggi, con l'arrivo della cosiddetta "fase 2", sono diversi i leader internazionali, a partire dalla Francia, che hanno rifiutato di partecipare al Board of peace” per Gaza voluto dal presidente americano e visto da alcuni analisti come uno strumento che potrebbe indebolire le Nazioni Unite.

 

Sul fronte comunicativo, tra le tante cose è impossibile non ribadire la bassezza del già citato video Ia sulla “riviera di Gaza”: di fronte a un'immane tragedia umana, nel febbraio dello scorso anno il presidente ha condiviso immagini di grattacieli, soldi che piovono dal cielo, palme, lusso – e cocktail in piscina con Netanyahu – nell'immaginare la “Gaza del futuro”.

 

4) La “pace” e il premio Nobel

 

Intorno al premio Nobel per la Pace di quest'anno il presidente americano ha costruito una vera e propria fissazione, intestandosi la conclusione di otto conflitti a livello internazionale – compreso quello tra Armenia e Azerbaigian, ribattezzati “Albania” e “Aber-baigian” in una conferenza stampa dallo stesso Trump – e chiedendo esplicitamente il riconoscimento poi andato alla leader dell'opposizione venezuelana Marìa Corina Machado – la quale ha donato la sua medaglia proprio al tycoon durante una recente visita. L'ultimo episodio della querelle è di questi giorni: il tycoon ha scritto al primo ministro norvegese per sottolineare che, non avendo ricevuto il premio, ora non si sente più in dovere “di pensare esclusivamente alla pace”. E meno male, direbbe qualcuno.

 

5) Tra Venezuela e Groenlandia

 

Proprio parlando di pace infatti, da quando è tornato alla Casa Bianca Trump non si è risparmiato né sul fronte degli interventi militari né sulle minacce a possibili annessioni di territori da parte di Washington. Dalle boutade sul Canada come 51esimo stato fino alle mire – molto più serie a quanto pare – sulla Groenlandia passando per l'intervento con il quale le forze speciali americane hanno prelevato e portato a New York il leader venezuelano Nicolàs Maduro, i recenti bombardamenti in Siria e Nigeria e la Guerra dei 12 Giorni con l'Iran. Il tutto “condito”, come al solito, da una comunicazione molto diretta – basti pensare ai riferimenti espliciti alla volontà di sfruttare le risorse petrolifere venezuelane – e dalle immancabili immagini generate dall'intelligenza artificiale – l'ultima vede il tycoon issare la bandiera americana in Groenlandia insieme al vice-presidente J.D.Vance e al segretario di Stato Marco Rubio. Un Risiko mondiale niente male insomma per un presidente che si dice amante della pace – ma che ha ufficialmente cambiato il nome del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.

 

6) Dialettica

 

Proprio l'attenzione sull'uso delle parole e l'utilizzo di un linguaggio spesso sfacciato (“unapologetic” si direbbe in inglese) sono altri due elementi centrali nell'analisi della seconda presidenza Trump. Gli esempi che si possono citare sono tanti: dall'attacco al linguaggio inclusivo e ai programmi Dei (diversità, equità, inclusione) al nuovo nome dato al Golfo del Messico – diventato, ovviamente, Golfo d'America – e al Monte Denali fino al già citato Dipartimento della Guerra, dalla risposta ai manifestanti per il “No Kings Day” fino alle promesse lasciate sulle bacheche dei social – una delle ultime quella rivolta agli iraniani in piazza per manifestare contro il regime degli ayatollah, alcuni con in mano le foto dello stesso Trump, ai quali aveva detto “vi aiuteremo” – fino al siparietto con il quale dice ironicamente al neo-eletto sindaco di New York, Zohran Mamdani, di definirlo senza troppi problemi un “fascista” dopo la domanda di una giornalista (“that's okay, you can just say it. It's easier”). E una volta sdoganate, certe modalità comunicative sono destinate a restare. 

 

7) Tagli: tra scienza e burocrazia

 

Se la netta chiusura sul tema della crisi climatica era, in buona parte, preventivata – in campagna elettorale uno degli slogan di Trump è stato “drill baby, drill!” – più sorprendente è stato l'attacco portato a livello generale al sistema della ricerca americano, con tagli ai finanziamenti e licenziamenti. Un atteggiamento che richiama tendenze anti-intellettuali e anti-scientifiche che continua a preoccupare non poco il mondo accademico mondiale. Tagli e licenziamenti non hanno però riguardato solo il settore della ricerca: nei suoi primi mesi di attività, il Doge a guida Musk – prima del litigio che ha allontanato il patron di Tesla dal presidente – ha preso di mira la burocrazia e i dipartimenti federali a stelle e strisce – per combattere un fantomatico “deep state” che avrebbe agito contro lo stesso Trump – portando a circa 300mila licenziamenti.

 

8) Immigrazione e proteste

 

Tra agenti a volto coperto, blitz nelle strade e nei luoghi di lavoro, arresti e detenzioni, i video che mostrano le azioni dell'Icel'Immigration and Customs Enforcement – negli Stati Uniti hanno fatto il giro del mondo. La brutale dialettica – e le conseguenti, brutali, azioni – contro l'immigrazione portata avanti dal mondo Maga si è concretizzata nell'ultimo anno, diventando la priorità sul fronte interno per Trump. Dopo la morte della 37enne Renee Good, uccisa a Minneapolis da un colpo di pistola sparato da un agente dell'Ice, una nuova ondata di proteste ha interessato diverse città, portando a scontri con le autorità e le forze dell'ordine.

 

Nel frattempo, nel corso degli ultimi mesi in diverse occasioni il presidente americano ha dispiegato la Guardia nazionale in città controllate dai democratici (la lista, tra deployment effettivi e annunciati, è piuttosto corposa: Los Angeles, Washington, Memphis, Chicago - in questo caso Trump è arrivato a generare un'immagine di sé in stile "Apocalypse Now", scrivendo sui social: "'I love the smell of deportations in the morning...' Chicago about to find out why it's called the Department of WAR"), New Orleans, Minneapolis), giustificandone l'intervento sul fronte della sicurezza, della lotta al crimine e per supportare le politiche di deportazione degli immigrati illegali. Una militarizzazione in piena regola insomma - ma, certo, in nome della pace

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 11 maggio | 21:11
Calcio e tennis, tennis e calcio...in "Sarò Franco", la seconda puntata del podcast di Franco Bragagna su il Dolomiti
Politica
| 11 maggio | 20:00
Il bando di gara per il servizio di assistenza domiciliare è stato vinto da una cooperativa con sede fuori dal Trentino. Il Partito Democratico [...]
Cronaca
| 11 maggio | 19:15
Sergio Merz della Lipu sulla falesia di Oltrezengol: “Alcuni se ne fregano delle specie protette e vanno su. Non esiste più etica”. Rondone [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato