“Venezuela e Groenlandia, il 'rimland' Usa e le risorse nel mirino di Trump”. Il generale Chiapperini: “L'Ue deve armarsi, la politica americana non lascia spazi di manovra”
L'analisi di Luigi Chiapperini, generale di corpo d'armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare membro del Centro studi dell'Esercito, già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, in Libano e in Afghanistan: "Non ci sono dubbi che l’Europa debba rafforzarsi militarmente. La nuova politica statunitense non ci lascia spazi di manovra riguardo a scelte che sono diventate ineluttabili e non più procrastinabili"

TRENTO. Sulla possibilità di un'annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, come spesso accade all'avanguardia dell'universo Maga – tra post e dichiarazioni celebrative – ha fatto seguito una conferma ufficiale della Casa Bianca, che non ha escluso il potenziale uso della forza militare per acquisire l'isola – parte del Regno di Danimarca –, considerata una “priorità strategica per la deterrenza” degli avversari degli Stati Uniti nell'Artico. Si tratta di un obiettivo che il presidente americano, Donald Trump, aveva posto a diverse riprese fin dal suo primo mandato ma che oggi, in particolare dopo l'attacco lampo del 3 gennaio in Venezuela, spaventa per davvero non solo le autorità danesi, ma i leader di tutta Europa e della Nato.
Nonostante il segretario di Stato, Marco Rubio, abbia infatti frenato sull'ipotesi – sottolineando come l'intenzione di Washington sia di arrivare ad una acquisizione economica piuttosto che ricorrere all'opzione militare – i leader dei maggiori Paesi dell'Ue (Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna), insieme a Regno Unito e Danimarca hanno tracciato, almeno a parole, una linea rossa di fronte alle pretese americane sulla Groenlandia, in uno scontro tra alleati che di fatto rappresenta una minaccia esistenziale per la Nato e per l'intero blocco occidentale – in un confuso e auto-celebrativo messaggio sui suoi canali social, Trump sembrerebbe in seguito aver cercato di rassicurare gli alleati, ribadendo che “gli Stati Uniti ci saranno sempre per la Nato” anche se i Paesi alleati “non ci saranno per noi”.
Al di là però dello scontro politico sulle due sponde dell'Atlantico, all'indomani dell'attacco Usa in Venezuela è doveroso porsi questioni che, fino a pochi mesi fa, sarebbero sembrate fantascientifiche: cosa succederebbe se gli Stati Uniti decidessero effettivamente di invadere la Groenlandia? Che scenari si aprirebbero per l'isola e per l'intera Europa? Il Dolomiti lo ha chiesto a Luigi Chiapperini, generale di corpo d'armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare membro del Centro studi dell'Esercito, già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, in Libano e in Afghanistan, nonché autore del libro “Il conflitto in Ucraina”.
Generale, partiamo dal Venezuela e dall'ultima prova di forza Usa. Dopo l'attacco e la cattura di Maduro, Trump non ha nascosto diretti riferimenti alla dottrina Monroe - storpiata in 'Donroe' per includere il tycoon -, alludendo a una rinnovata spinta imperialistica a livello emisferico da parte di Washington. E' possibile immaginare che operazioni simili si ripropongano in altri contesti - ad esempio Colombia e Cuba, più volte citate dall'amministrazione americana negli scorsi giorni? A livello tecnico-militare che idea si è fatto dell'operazione realizzata dalle forze Usa?
Venezuela, Colombia e Cuba sono Paesi che hanno in comune due caratteristiche: la prima è che sono Paesi guidati da amministrazioni invise agli Stati Uniti e la seconda è che si trovano nel cosiddetto Rimland americano, cioè l’area che non solo ha risorse naturali considerevoli ma che è anche vitale in quanto attraversata, grazie al Canale di Panama, da una parte considerevole dei commerci statunitensi. Quindi sì, anche Colombia, Cuba e aggiungo il Messico, potrebbero essere oggetto di analoghe attenzioni da parte dell’attuale amministrazione statunitense.
Bisognerà attendere per vedere quali mezzi potrebbero essere usati per esercitare pressioni volte ad avvicinare agli Usa le politiche di dette nazioni. Non è certo che siano militari anche perché non è detto che il Congresso approvi l’uso indiscriminato della forza da parte del presidente. Tornando al Venezuela l’azione militare statunitense è stata limitata, selettiva e molto efficace. Era quello che potevano fare, ed hanno fatto in maniera eccellente, gli assetti attualmente schierati dagli americani nei Caraibi, e cioè una azione delle forze speciali supportate dall’aviazione. Sulla legittimità c’è bisogno di approfondimenti in quanto il tema è molto complesso.
A chi invoca l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro l’integrità di uno stato: esso è applicabile se esiste un’autorità legittima. Gli Stati Uniti e quasi tutti i paesi delle Americhe non riconoscono Maduro come legittimo presidente del Venezuela. A questi Paesi si aggiungono quelli dell’Unione Europea e altri Stati del mondo ad esclusione di Cina, Russia, Corea del Nord e Iran ai quali invero il Venezuela è stato svenduto.
L’Onu ha certificato che negli ultimi anni in Venezuela ci sono state quasi 39 mila vittime di torture e violenze, 18 mila detenuti politici e 10 mila esecuzioni capitali e 400 assassinati durante le proteste anti governative mentre ben 400 media sono censurati. La domanda che ci poniamo è se tutto questo può giustificare un intervento armato. Peraltro c’è da evidenziare che al momento il Venezuela mantiene la sovranità sul suo territorio e non sono stati violati i suoi confini. Vedremo quali saranno le prossime mosse di Trump e le reazioni interne al Paese. Una via di uscita potrebbero essere nuove elezioni con una supervisione da parte di organizzazioni internazionali che ne certifichino finalmente la regolarità.
Subito dopo l'attacco a Caracas, la Casa Bianca è nuovamente tornata a parlare con toni particolarmente aggressivi della possibilità di annessione della Groenlandia - "con ogni mezzo" ha detto Trump, non escludendo un possibile uso della forza. Per quali ragioni Washington considera così strategica l'isola? Quali vie potrebbe seguire l'amministrazione americana per ottenere il suo obiettivo?
Una delle giustificazioni addotte dagli Usa per annettere eventualmente la Groenlandia è la sua importanza vitale per la sicurezza del Paese. In realtà lì esistono già infrastrutture militari degli Usa e nessuno ostacolerebbe un incremento di detta presenza specialmente se inserita nell’organizzazione difensiva della Nato. Ma l’isola è strategica per altri due motivi. Abbiamo parlato del Rimland nell’America centro-meridionale ma in realtà i cambiamenti climatici ne hanno aperto un altro a nord, nell’area artica, dove la fusione dei ghiacci sta spalancando nuove rotte commerciali molto più economiche rispetto a quelle storiche.
Cinesi e russi sono già presenti con porti e rompighiaccio a propulsione nucleare e gli Stati Uniti non intendono rimanere indietro in questa corsa alle nuove rotte dove la Groenlandia rappresenta un’area focale. Da non sottacere infine le rilevanti risorse naturali presenti sull’isola e nei mari che la circondano. Per raggiungere l’obiettivo gli Stati Uniti potrebbero proseguire con la politica di pressione psicologica sulla Danimarca e sull’amministrazione autonoma della Groenlandia per ottenere in maniera concordata ritorni economici come lo sfruttamento privilegiato delle risorse naturali, la realizzazione di basi navali e aeroportuali civili e l’ampliamento delle infrastrutture militari. L’eventuale annessione dell’isola invece dovrebbe passare o da un referendum popolare oppure, nell’ipotesi più nefasta, da una vera e propria aggressione militare.
Quali sarebbero le conseguenze e gli scenari in caso di una effettiva azione militare americana in Groenlandia? Quali le conseguenze per la Nato? Come potrebbe strutturarsi l'operazione?
Per gli Usa un’eventuale azione militare in Groenlandia sarebbe agevole stante la distanza dalle basi in Alaska e grazie alla larga disponibilità di vettori navali e aerei. Le aree critiche da neutralizzare sarebbero veramente limitate così come sarebbero poche le aree da occupare stabilmente. L’isola infatti pur estendendosi per più di 2 milioni di chilometri quadrati, conta solo 56 mila abitanti raccolti in pochissime piccole cittadine. Basterebbero alcune migliaia di soldati. Ma una aggressione militare avrebbe fortissime ripercussioni per la Nato, che a quel punto non esisterebbe più, e per i rapporti con l’Europa che sarebbero irrimediabilmente compromessi stravolgendo gli equilibri mondiali. Insomma non esisterebbe più un blocco occidentale come lo abbiamo conosciuto dal secondo Dopoguerra.
La clausola di difesa reciproca imporrebbe gli Stati dell'Unione europea a intervenire in difesa della Danimarca?
L’intervento dell’Unione europea in difesa della Groenlandia non sarebbe automatico in quanto essa, pur facendo parte della Danimarca, è un territorio autonomo che si è dichiarato al di fuori dell’UE. D’altro canto i principali leader europei sono stati chiari nel dichiarare congiuntamente che la Groenlandia non si tocca. Come applicherebbero detto proposito è da vedere poiché un eventuale confronto militare con gli Stati Uniti da parte di una coalizione di Paesi europei sarebbe alquanto inverosimile oltre che catastrofico. Personalmente ritengo detto scenario improbabile almeno nel breve periodo.
Mentre il maggior fautore dell'architettura emersa dal secondo Dopoguerra - gli Stati Uniti stessi - sembra attaccare continuamente tanto il diritto internazionale quanto le istituzioni che lo promuovono e tutelano, l'emergere di un nuovo mondo multipolare – e caratterizzato dall'assertività di attori come Russia e Cina – deve spingere l'Unione Europea a rafforzarsi da un punto di vista militare? Sul fronte politico è necessario ragionare più in senso federalista per rappresentare un blocco alternativo – e resistere alle minacce del contesto internazionale odierno?
Non ci sono dubbi che l’Europa debba rafforzarsi militarmente. La nuova politica statunitense non ci lascia spazi di manovra riguardo a scelte che sono diventate ineluttabili e non più procrastinabili. In questo senso va la decisione necessaria dei Paesi europei di destinare il 3,5% del Pil alle spese militari (e fino all'1,5% per altre aree come infrastrutture critiche e cyber) entro il 2035. Dal punto di vista politico l’Europa deve poter giocare un ruolo più assertivo per non essere schiacciata dai vecchi e nuovi attori globali e regionali. Così come è strutturata oggi può fare molto, e lo sta facendo ad esempio in Ucraina, ma potrebbe fare molto di più per evitare l’irrilevanza. Chissà se si raggiungerà l’obiettivo da molti anelato di un’Europa federale ma intanto l’Unione Europea potrebbe mettere mano quanto meno ai processi decisionali che appaiono alquanto farraginosi. Situazioni che mutano in maniera repentina hanno bisogno di decisioni rapide ed efficaci. Pena l’irrilevanza a livello mondiale.












