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| 03 gennaio | 18:58

Attacco Usa, Maduro catturato e diretto a New York: "Rischio si apra vaso di Pandora a livello internazionale. In Venezuela c'è base per alternativa democratica"

L'analisi di Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento: “Ogni volta che si attacca il diritto internazionale si rischia di aprire il vado di Pandora, di legittimare ogni azione unilaterale. In Venezuela esiste un sostrato sul quale costruire un'alternativa per riportare il Paese nell'alveo democratico, garantendo diritti civili e crescita economica"

CARACAS. Un attacco contro diversi obiettivi nella capitale, Caracas, e non solo. Un asset della Cia, dicono fonti americane, all'interno del governo venezuelano impegnata da giorni a fornire indicazioni sulla posizione di Nicolàs Maduro, due squadre delle Delta Force americane impegnate per settimane a tracciare i suoi movimenti prima dell'operazione con la quale, questa notte, il presidente venezuelano è stato catturato dalle forze speciali Usa e trasportato – insieme alla moglie Cilia Flores – verso gli Stati Uniti per essere incriminato per narcotraffico.

 

I dettagli sull'attacco lampo lanciato dal presidente americano Donald Trump sul territorio venezuelano stanno emergendo sui giornali statunitensi – lo stesso tycoon si è detto estremamente soddisfatto del risultato, ottenuto senza vittime americane e assicurando che gli Stati Uniti "governeranno" in Venezuela fino a una transizione del potere – mentre a livello internazionale l'ennesima prova unilaterale e muscolare per la politica estera Usa sembra destinata a destabilizzare ulteriormente un contesto già fragile e precario.

 

A sottolinearlo a il Dolomiti è il direttore della Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento, Stefano Schiavo, che allarga lo sguardo per analizzare i possibili scenari dopo l'intervento Usa. “Innanzitutto – dice – il parallelo che più salta all'occhio è quello con l'invasione di Panama dell'89, quando il de facto leader del Paese, Manuel Noriega, è stato arrestato e poi condannato a 40 anni di galera dalle autorità Usa proprio per narcotraffico”. Anche in quel caso le ragioni erano ben diverse – e prettamente geopolitiche – ma a colpire è anche il simbolismo che sembra sottendere l'operazione americana: Noriega si era infatti consegnato alle autorità americane proprio il 3 gennaio del 1990.

 

“Di certo – continua Schiavo – c'è che siamo di fronte a un'evoluzione che fino a pochi mesi fa avremmo considerato fantascienza e potenzialmente rischiosa a livello di stabilità interna per il Paese. Guardando però nel dettaglio alla situazione venezuelana, abbiamo da una parte un regime non riconosciuto dalla comunità internazionale e che non rispetta i diritti umani e le libertà basilari della propria popolazione. Dall'altra troviamo una forte opposizione politica e una società civile molto ben organizzata, la cui presenza potrebbe dunque ridurre, rispetto ad altri contesti, il pericolo di una fase di caos nel Paese”.

 

Dopo la notizia della cattura di Maduro sono comunque diversi i nomi dei 'fedelissimi' del leader venezuelano che hanno iniziato a circolare nell'immaginare un cambio al vertice del regime: “La sensazione però – continua il professore – è che avendo gli Usa dato questa muscolare prova di forza, chiunque si trovi a sostituire Maduro non avrà grande interesse a porsi in opposizione a Washington, anzi. È possibile piuttosto prefigurare un processo di transizione nel quale si coinvolga anche l'opposizione la cui leader, Marìa Corina Machado, è in grande sintonia con questa amministrazione americana, oltre ad aver da poco ricevuto il premio Nobel per la pace”.

 

In altre parole “ci sono tutti gli elementi per immaginare che l'opposizione venezuelana possa prendere in mano la situazione” continua Schiavo, anche se non è chiaro al momento con che tempi e che modalità. “Potenzialmente – continua – il Venezuela è un Paese molto ricco, ha grandi risorse in particolare sul fronte petrolifero. Risorse che il 'predecessore' di Maduro, Hugo Chavez, aveva utilizzato per portare il Venezuela a giocare un ruolo sullo scacchiere internazionale. Negli ultimi vent'anni però la situazione è cambiata profondamente, la comunità internazionale ha sempre più boicottato il petrolio venezuelano e Caracas ha progressivamente perso l'influenza che era riuscita ad ottenere. Negli ultimi 15 anni il Pil del Venezuela è calato dell'80%, il Paese è sull'orlo del disastro e decine di migliaia di venezuelani sono dovuti fuggire. In questo contesto, un governo non osteggiato dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale può puntare tra le altre cose a una forte ripresa economica. E proprio in questo senso è quindi da inserire nell'equazione che ha portato all'operazione di questa notte un particolare interesse economico di attori americani, i gruppi petroliferi in particolare, nonostante l'incompatibilità tra Maduro e Trump sia fin da subito stata più marcatamente ideologica”.

 

Il tycoon negli scorsi mesi aveva parlato apertamente della possibilità di un regime change in Venezuela, trovando in Maduro un nemico utile anche sul fronte della politica interna per quanto riguarda la lotta al traffico di stupefacenti: “Maduro è stato arrestato come narcotrafficante – continua Schiavo – e per questo verrà processato negli Stati Uniti. Nel concreto è però chiara la volontà di Trump di far valere una sua interpretazione della dottrina Monroe per ribadire come l'intero continente americano continui ad essere il 'cortile di casa' degli Stati Uniti. Una postura muscolare, assertiva e unilaterale che mutatis mutandis negli scorsi mesi abbiamo ampiamente visto anche in altri contesti, dai bombardamenti in Iran alla guerra commerciale”.

 

Che il Venezuela presenti una situazione peculiare in particolare per il ruolo che Machado – tanto vicina a Trump e alle destre che a lui si richiamano su entrambe le sponde dell'Atlantico – e in generale l'opposizione a Maduro possano giocare non però nasconde la domanda cruciale: “La popolazione è in larghissima parte ostile al regime di Maduro – dice infatti il direttore della Scuola di Studi Internazionali di UniTrento – e nel Paese esiste un sostrato sul quale costruire un'alternativa per riportare il Venezuela nell'alveo della democrazia, garantendo diritti umani e crescita economica. Rimane però da chiarire la questione principale: quando cioè sia legittimo intervenire militarmente, a che titolo lo si faccia, perché in un particolare contesto e non in altri dove si registrano le stesse violazioni dei diritti umani, se non peggiori”.

 

“Ogni volta che si attacca il diritto internazionale – precisa – si rischia di aprire il vaso di Pandora, di legittimare ogni azione unilaterale. Un intervento di questo tipo, per quanto salutato subito dagli Usa come un grande successo, porterà con sé strascichi nei quali si possono innestare altre considerazioni”. E così per esempio la Cina – nonostante le rivendicazioni su Taiwan e nel Mar cinese meridionale e la brutale repressione uigura nello Xinjiang – può trovare buon gioco nel presentarsi come una potenza con grande proiezione e rispettosa delle regole internazionali mentre la Russia – impegnata dal 22 febbraio 2022 in una brutale e sanguinosa guerra d'invasione in Ucraina – può condannare le azioni americane parlando di una “inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente, il cui rispetto è un principio fondamentale del diritto internazionale”.

 

Cortocircuiti che certificano – se ce ne fosse ancora bisogno – il continuo indebolimento di un sistema internazionale sempre più precario: “Nel dettaglio – conclude Schiavo – bisognerà ora osservare gli sviluppi in Venezuela. Un periodo caratterizzato da un drammatico vuoto di potere e da un caos generalizzato renderebbe difficile per Washington rivendicare ancora come un successo l'operazione nel medio periodo. Ma proprio per la natura dell'intervento, per l'attenta pianificazione e per la sua realizzazione, credo che alla Casa Bianca si attendano una transizione piuttosto rapida e ordinata”.

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