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| 03 apr 2025 | 19:49

Trump e dazi: "Così si torna al Far West. Per il tycoon il commercio è un gioco a somma zero dove c'è chi vince e gli altri perdono'', ma a pagare saranno (anche) gli americani

I dazi di Trump e il ritorno del Far West, parla Stefano Schiavo: "La decisione di Trump rappresenta di fatto il coronamento di un processo di trasformazione delle relazioni internazionali, ora intese sempre di più come una competizione a somma zero. Un sistema nel quale se qualcuno vince, qualcun altro deve necessariamente perdere"

TRENTO. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio, la riscrittura della postura americana tanto sul fronte interno quanto su quello estero è stata radicale. Giusto per citare alcuni esempi: si va dai tagli alle strutture federali (Qui e Qui Articolo) al chiaro tentativo di svolta autoritaria del tycoon (Qui Articolo), dalla chiusura netta nei confronti della crisi climatica (Qui Articolo) e delle politiche di diversità e inclusione (Qui Articolo), fino alla repentina svolta sul fronte ucraino (Qui Articolo). Di tutte le mosse di Trump però, il tanto atteso annuncio dei pesantissimi dazi disposti nei confronti di oltre 100 Paesi in tutto il mondo – nel neo-coniato “Liberation day” americano: chissà non se ne faccia una festa nazionale nei prossimi anni di mandato del tycoon – è quella con le conseguenze più profonde. E non solo dal punto di vista economico. Come spiega infatti a il Dolomiti Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento, con la farsesca presentazione delle nuove tariffe “reciproche” – non è chiaro al momento come l'amministrazione Usa abbia calcolato i supposti 'dazi' che gli altri Paesi avrebbero posto sui prodotti americani – ad essere colpiti non sono stati infatti solo i mercati di mezzo mondo (e gli effetti, la mattina dopo, si sono fatti sentire Qui Articolo), ma il concetto stesso di interdipendenza in un mondo del commercio gestito da regole comuni. Ma procediamo con ordine.

 

“La decisione di Trump – spiega il professore – rappresenta di fatto il coronamento di un processo di trasformazione delle relazioni internazionali, ora intese sempre di più come una competizione a somma zero. Un sistema nel quale se qualcuno vince, qualcun altro deve necessariamente perdere. Così si torna al Far West: è una visione che anche politicamente ci riporta indietro di almeno un secolo”. Ed il pericolo va al di là delle sole conseguenze economiche: “In questo modo il presidente americano ha sfasciato tutte le regole del commercio internazionale, l'impianto attorno al quale si era costruito quell'ordine liberale occidentale che, per decenni, aveva garantito una pace e una prosperità senza precedenti sulle due sponde dell'Atlantico. L'idea che il commercio internazionale sia a somma zero, che gli Usa debbano 'vincere' la competizione, è semplicemente mal posta: il commercio funziona proprio perché tutti ne beneficiano, differenziando la produzione per avere, in definitiva, più beni a prezzi più bassi”.

 

Tra gli addetti ai lavori, continua Schiavo, non ci aspettava inoltre un livello simile per quanto riguarda le tariffe annunciate da Trump: “Non è ben chiaro come l'amministrazione Usa – dice – abbia fatto i suoi calcoli. Quel che è certo però è che nessuno si aspettava una mossa così azzardata: anche nelle previsioni più fosche non si era arrivati a prevedere tassi del genere. Penso che per qualche giorno in tutto il mondo i Paesi colpiti assorbiranno lo shock per poi rispondere in qualche modo”. Dal punto di vista interno americano, dice il professore, senza dubbio il tutto si tradurrà in un aumento dell'inflazione: il costo aggiuntivo dei dazi finirà infatti inevitabilmente per riflettersi sui prezzi dei beni di consumo, molti dei quali arrivano negli Stati Uniti – che esportano, principalmente, servizi e non manifattura – proprio dai mercati esteri. “Penalizzate però – aggiunge – saranno anche le imprese americane che importano dall'estero componentistica da assemblare poi in prodotti finiti 'Made in Usa'. Le importazioni, nell'economia moderna, non seguono certo le logiche di 100 anni fa: per questo dire che il saldo commerciale tornerà in pareggio con i dazi è una sciocchezza totale. D'altra parte si è spesso detto che Trump è un 'negoziatore', ma in questa decisione si fatica, anche da questo punto di vista, a trovare una possibile strategia”.

 

Difficile è anche immaginare uno scenario nel quale gli Stati Uniti, già oggi vicini alla piena occupazione, riorganizzino il loro sistema produttivo per soddisfare i bisogni della popolazione con beni realizzati sul suolo americano: “L'idea è folle – dice Schiavo –. Perché attivare catene produttive negli States per rifornire i cittadini, per esempio, di beni di uso comune quando quegli stessi beni possono essere importati a basso costo da altri Paesi? La scommessa, a quanto pare, è che i singoli Paesi colpiti dai dazi decidano di assorbire una parte delle tariffe, ma con l'ammontare annunciato la vedo dura. Di fronte a questa situazione l'economia americana inevitabilmente rallenterà: resta da capire con che tempistiche e che effetto questo avrà sulla popolarità di Trump”.

 

In Europa nel frattempo, dice il professore, gli effetti sul fronte dell'inflazione saranno minori: “Nell'Unione non c'è particolare preoccupazione per quanto riguarda l'aumento dei prezzi. Gli effetti maggiori saranno su quei (pochi) prodotti che vengono importanti dagli Stati Uniti e che richiedono molta componentistica europea, e quindi colpita dai dazi, per la loro realizzazione. Il problema, ovviamente, è piuttosto per le realtà esportatrici”. E in questo contesto, spiega Schiavo, l'Italia è molto esposta: “Per quanto riguarda il Trentino gli effetti saranno importanti: gli Stati Uniti d'altronde sono il secondo mercato per le esportazioni in Provincia, e in alcuni comparti le aziende molto esposte nei confronti degli States finiranno in difficoltà. L'economia trentina non ha però una particolare vocazione all'export, al contrario di diversi territori vicini, dalla Provincia di Verona a quella di Vicenza e fino al Bellunese: per il Trentino gli effetti potrebbero essere quindi comparativamente più leggeri”.

 

Per il professore di UniTn un effetto secondario potenzialmente rischioso per l'Europa è rappresentato piuttosto da un progressivo aumento della competizione per l'allocazione delle merci: “In poche parole – spiega – con un mercato americano poco accessibile quelle realtà produttive, penso alla Cina, che vedranno una fisiologica riduzione nelle esportazioni negli Stati Uniti cercheranno altri mercati di sbocco. In questo contesto il rischio è di vedere nel medio termine il mercato europeo inondato, per esempio, dalla manifattura cinese”. Il tutto a discapito, ovviamente, della produzione locale: “Di fronte ai dazi però – aggiunge Schiavo – dal punto di vista economico rispondere con misure di ritorsione non è la scelta migliore né aiuterebbe a proteggere le nostre imprese. Il rischio è che si intraprenda una corsa ai dazi come quella vista negli anni '30 del secolo scorso, con gli scarsi risultati, da tutti i punti di vista, che conosciamo”. Come comunicato dalla presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, l'Unione europea ha comunque deciso di rispondere, anche se l'entità degli strumenti economici da mettere in campo non è ancora stata chiarita: “E' probabile – conclude Schiavo – che l'Ue decida di imporre dazi molto specifici, su beni finiti, per mandare un segnale più politico che economico, come già fatto nel 2018 tra l'altro. Ma torno a dire che rispondere ai dazi con altri dazi non è una risposta razionale e che se tutti decidessero di rispondere con una rappresaglia del genere il commercio internazionale collasserebbe”.

 

E nel caos seguito all'annuncio di Trump, conclude il professore, a provare a giocare nel ruolo di chi si batte per un sistema che rispetti le norme internazionali sarà, probabilmente, proprio la Cina: “Le implicazioni geopolitiche di quanto abbiamo visto ieri sono sicuramente interessanti, con la Cina che tenterà con ogni probabilità di giocare un ruolo maggiore. La politica economica americana per quanto riguarda per esempio gli aiuti allo sviluppo ha sempre avuto chiaramente una dimensione geopolitica nel cercare di strappare i Paesi in via di sviluppo all'influenza prima dell'Urss e, oggi, della Cina. L'imposizione dei dazi, e prima ancora i tagli operati da Trump e Musk, sembrano aver definitivamente chiuso questi canali, lasciando in particolare alla Cina margine di manovra anche in questo contesto”.

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