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| 16 ago 2025 | 11:47

“L'incontro in Alaska? Una vittoria per Putin, accolto con il tappeto rosso. Ma poteva andare peggio: Trump poteva dire sì a una proposta inaccettabile per gli ucraini”

L'analisi di Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento, dopo il summit tra il presidente americano e l'omologo russo in Alaska: “Sono evaporati gli ultimatum posti alla Russia nelle ultime settimane, come sono sparite le minacce di Trump in caso di un mancato accordo sul cessate il fuoco”

ANCHORAGE. Un tappeto rosso per Putin, un agguato per Zelensky. In assenza di altre cose da direperché nulla, di fatto, è stato detto – il senso profondo dell'incontro che nella giornata di ieri si è tenuto tra il presidente americano Donald Trump e l'omologo russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, rischia in definitiva di essere questo.

 

Il meeting tra i due leader era stato infatti organizzato per discutere, senza gli ucraini, del futuro dell'Ucraina, invasa oltre tre anni fa dalle forze russe: quando la stessa cosa aveva fatto Volodymyr Zelensky, poco dopo il ritorno del tycoon alla Casa Bianca, Trump l'aveva invece attaccato duramente in un osceno spettacolo portato avanti insieme al vice-presidente, J.D.Vance.

 

Ma se all'epoca Trump era uscito dallo Studio ovale in qualche modo trionfante – “Questa sarà grande televisione” aveva detto – a vincere la sfida diplomatica tra la delegazione americana e quella russa, oggi, è sicuramente quest'ultima: al netto di un nulla di fatto sul fronte delle negoziazioni infatti, Putin ha ottenuto la legittimazione pubblica del leader americano e la fine dell'isolamento internazionale imposto a Mosca dall'inizio dell'invasione.

 

A voler esser ottimisti, spiega a il Dolomiti Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento: “Potremmo dire 'nessuna nuova, buona nuova' visto il rischio che si celava dietro l'incontro”. Tra premesse e dichiarazioni confuse infatti, dice l'esperto: “Non si conosceva nemmeno a fondo l'obiettivo del vertice: si è parlato di un cessato il fuoco, ma Putin ha menzionato anche la volontà di discutere dell'accordo sul nucleare tra le due nazioni (il riferimento è all'ultimo trattato ancora in vigore tra Washington e Mosca per la limitazione degli ordigni atomici tra i due Paesi, il New Start, in scadenza a febbraio 2026 ndr) e ancora di business e accordi commerciali”.

 

Un pot-purri di temi nel quale nessuno, tra gli osservatori internazionali, aveva immaginato la possibilità che Putin mettesse sul tavolo un cessate il fuoco su basi anche lontanamente accettabili da parte dell'Ucraina: “Il grande rischio però – continua Schiavo – stava proprio lì: che Trump considerasse accettabile una proposta russa di fatto inaccettabile per gli ucraini e per i partner europei. Un'eventualità che aveva portato negli scorsi giorni alla call tra Bruxelles, Zelensky e lo stesso Trump. Il fatto che questa prospettiva non si sia concretizzata ieri è di per sé una notizia positiva”.

 

Per quanto triste sia considerare una notizia positiva il nulla diplomatico uscito da Anchorage dopo tre anni e mezzo di conflitto, precisa Schiavo: “Per fare un paragone pugilistico, ieri Putin ha sicuramente vinto ai punti. È stato accolto con un tappeto rosso e con gli applausi del presidente americano. Di fatto non è più un paria nel sistema internazionale e, visto lo show allestito da Trump, è apparso chiaro che per la Casa bianca non si è trattato di un meeting con un avversario, ma piuttosto con un leader con il quale avere un rapporto paritario”.

 

In altre parole: esattamente l'obiettivo di Putin. Il presidente russo ha poi restituito il favore dicendo a Trump di essere convinto che sia lui il vero vincitore delle presidenziali del 2020 e che se ci fosse stato lui alla Casa bianca la guerra non sarebbe mai scoppiata. Il capo del Cremlino ha pure invitato Trump a Mosca per un successivo incontro tra i due, strappando un'apertura del presidente americano alla possibilità di un meeting nella capitale russa.

 

“Insomma sono evaporati gli ultimatum posti alla Russia nelle ultime settimane – continua Schiavo – come sono sparite le minacce in caso di un mancato accordo sul cessate il fuoco. A trasparire dall'incontro di Anchorage è anche la grande differenza che caratterizza le posture della leadership russa e di questa amministrazione americana: Putin, che studia maniacalmente i vari dossier per colpire l'interlocutore sui suoi punti deboli, si è presentato accompagnato da uno staff diplomatico di peso. Trump tende a non consultarsi con nessuno, ha collaboratori senza un'esperienza diplomatica seria (basti pensare che il suo braccio destro, Steve Witkoff, era un immobiliarista prima di essere nominato inviato speciale degli Usa in Medio Oriente) e ha sistematicamente demolito il Dipartimento di Stato. Proprio per questo, torno a dire, un nulla di fatto dopo l'incontro era una delle prospettive meno preoccupanti per gli ucraini, che pur si trovano in difficoltà sul campo in queste fasi”.

 

Preoccupante è invece il chiaro riferimento fatto dal presidente russo alla necessità di risolvere le “questioni profonde” del conflitto con Kyiv: “Il riferimento – spiega infatti il direttore della Ssi – è di fatto all'indipendenza da Mosca dell'Ucraina, vista come una sorta di Stato vassallo dalle autorità russe”.

 

Questa mattina il presidente americano ha chiamato nuovamente Zelensky e i leader europei, dicendosi ottimista nonostante la mancanza di un benché minimo accordo su ciò che Trump aveva promesso da settimane: la possibilità di un cessate il fuoco immediato. “A questo punto – conclude Schiavo – non resta che attendere le prossime settimane per vedere se emergeranno nuovi elementi. Al momento però è difficile immaginare una discussione successiva: sarebbe stato necessario mettere a terra qualche principio condiviso, una discussione di massima per portare anche la delegazione ucraina al tavolo”.

 

E nonostante la faccia di bronzo del tycoon: “Nemmeno Trump può permettersi a stretto giro un secondo incontro che non porti a niente. Nel frattempo la sua particolare strategia negoziale continua a muoversi su due binari: ai leader europei e a Zelensky aveva assicurato che non ci sarebbe stato un accordo senza l'ok degli ucraini. Nel frattempo però viene portata avanti l'idea che i disaccordi internazionali devono essere gestiti da chi ha il potere. Proprio questa, credo, sarà una delle più pesanti eredità del trumpismo: l'idea che parlando di relazioni e commercio internazionali, le regole non siano importanti quanto la volontà di chi è al potere”.

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