Dalla Rus' di Kyiv all'Holomodor, come la Russia piega la storia per giustificare l'invasione dell'Ucraina: "L'identità ucraina oggi trova radici nella scelta democratica"
Un'analisi della narrazione storica del Cremlino insieme a Simone Attilio Bellezza, docente di Storia contemporanea all'Università del Piemonte Orientale e autore di diversi volumi sulla storia e l'identità ucraina: "L’identità ucraina oggi è civica e trova le sue radici nella scelta democratica che la popolazione ha fatto in più occasioni, dalla fallita rivoluzione del 2001 alla rivoluzione arancione fino a Euromaidan: sono tutte testimonianze di una memoria storica e di una retorica nella quale gli ucraini si leggono come altro dalla Russia”

TRENTO. Poco più di un anno prima dell'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin aveva chiarito, ancora una volta e senza mezzi termini, la posizione ufficiale del Cremlino circa l'identità e l'esistenza stessa della nazione ucraina: “Prima di tutto – aveva scritto in un articolo dal titolo emblematico: 'Sull'unità storica di russi e ucraini' –, vorrei sottolineare che il muro che è emerso negli ultimi anni tra la Russia e l'Ucraina, tra le parti di quello che è essenzialmente lo stesso spazio storico e spirituale è, a mio avviso, la nostra grande comune sciagura e tragedia. Queste sono, prima di tutto, le conseguenze dei nostri errori, compiuti in diversi periodi di tempo. Ma sono anche il risultato degli sforzi deliberati da parte di quelle forze che hanno sempre cercato di minare la nostra unità. La formula che applicano è conosciuta da tempo immemorabile: dividere e governare”. Già in queste poche righe, che aprono di fatto il lungo intervento di Putin, si trovano alcuni dei punti chiave sui quali la propaganda russa nei mesi e negli anni successivi avrebbe spinto per tentare di fornire una sorta giustificazione 'storica' all'invasione stessa: la sostanziale unicità tra russi e ucraini e l'intervento di non meglio specificate “forze” (occidentali e dunque anti-russe, nella narrativa che ha preso progressivamente piede nel Cremlino partendo dalle frange di pensatori più ideologizzati: Aleksandr Dugin su tutti) per dividere ciò che storicamente sarebbe, invece, unito.
Una rilettura della natura dello Stato ucraino – o meglio: una negazione della sua esistenza e possibilità di indipendenza – che si fonde con l'auto-narrazione attraverso la quale la storiografia russa racconta la nascita della Russia stessa e che trova sostenitori ben al di fuori dei confini del Paese, intrecciando un mitico passato unitario con l’esaltazione di taluni fatti storici, la minimizzazione e mistificazione di altri. Il tema ovviamente, è complicato. Ma di fronte a un Paese distrutto da tre anni di guerra d'invasione – e abbandonato, nel momento più difficile, dal suo più importante alleato –, di fronte a centinaia di migliaia di morti e altrettanti feriti, fare luce sulla propaganda 'storica' operata dalla Russia e, soprattutto, sulle rivendicazioni ucraine è un esercizio tutt'altro che superfluo. Per questo il Dolomiti ha contattato Simone Attilio Bellezza, docente di storia contemporanea all'Università del Piemonte Orientale e autore di diversi volumi sulla storia e l'identità ucraina.
L'Ucraina odierna
Prima di addentrarci nel percorso storico che ha coinvolto il Paese, è d'obbligo una premessa: “L'Ucraina odierna – dice Bellezza – nasce nel '91, dalla frammentazione dell'Unione Sovietica. Si tratta di un processo che, chiaramente, non è legato direttamente al nazionalismo ucraino o delle altre repubbliche sovietiche. Fin dalla fine degli anni '80 il crollo del potere sovietico è stato determinato da una concatenazione di problematiche e difficoltà di natura principalmente economica. Le dinamiche, nella fondazione del moderno Stato ucraino, sono quindi da ricercare altrove, tanto che i confini dello Stato stesso sono di fatto quelli sovietici. Se è vero però che non furono i movimenti nazionali a sconvolgere l'edificio imperiale in Russia, è altrettanto vero che le rivendicazioni nazionali in Ucraina (e non solo) affondano le loro radici in processi storici di portata ben più lunga”.
I riferimenti storici dell'identità ucraina (e la narrativa russa)
Un primo, noto, riferimento storico – rivendicato, per la verità, tanto dai russi quanto dagli ucraini: proprio qui, lo vedremo, sta uno dei punti principali della narrativa russa – è quello alla Rus' di Kyiv: “Parliamo – spiega il professore – di un principato, sorto attorno al IX secolo grossomodo nella zona dell'odierna Ucraina, che nelle auto-narrazioni russa e ucraina rappresenta, con cruciali differenze, l'antesignano dei rispettivi popoli. La versione russa, e poi sovietica, ha sempre raccontato la Rus' di Kyiv come un principato del tutto autoctono, sorto da alcune forze locali che si sono riunite per scopi, di fatto, commerciali proprio attorno all'odierna capitale ucraina. La storiografia russa vede nella Rus' di Kyiv, in questa federazione di principati medievali, l'origine della Russia (la 'Grande Russia') della Bielorussia (la 'Russia bianca') e dell'Ucraina (la 'Piccola Russia'): dopo la crisi innescata dall'invasione mongola del Khanato dell'Orda d'Oro infatti, la stessa Rus si sarebbe divisa nelle sue tre componenti, legate in questa interpretazione da un'origine comune”.
Diversa è invece l'opinione della storiografia ucraina (e di molti storici internazionali): “In questo caso la nascita della Rus' di Kyiv, che adotterà poi il cristianesimo ortodosso con Vladimiro I, viene ricondotta all'unione fra le popolazioni slave qui stanziate e alcune tribù vichinghe, i Variaghi, che scendendo a sud dalla Scandinavia avrebbero fondato Kyiv con l'omonima federazione di principati e città commerciali che gestivano gli scambi tra Asia Minore e Nord Europa. Per la storiografia ucraina quella specifica eredità storica, dopo la caduta di Kyiv seguita all'arrivo dell'Orda d'Oro, sarebbe rimasta in Ucraina: il principato di Mosca non sarebbe dunque 'erede' della Rus', ma piuttosto un potentato con caratteristiche, almeno in un primo momento, spiccatamente ‘asiatiche’. Ucraina, Russia e Bielorussia non condividerebbero un'unica identità ed il principato di Mosca, in particolare, viene come detto interpretato come più legato ai principati tataro-mongoli e turco-mongoli, a lungo signori, peraltro, anche della Moscovia”.
Da un punto di vista prettamente storico, si tratta, come precisato, di interpretazioni, il cui significato va letto alla luce delle auto-narrazioni dei popoli che le partoriscono: “Prima dell'800 – dice infatti Bellezza – il concetto di nazione come lo intendiamo, grossomodo, oggi non esisteva. Per questo è sbagliato vedere nella Rus' di Kyiv la nazione russa o la nazione ucraina in nuce: sarebbe una lettura del passato che travisa il senso genuino della ricostruzione storica”. Questo non vieta, però, al potere di utilizzare una certa narrativa per giustificare le proprie azioni, anzi: l'articolo firmato da Putin nel 2021 ne è la riprova. E il potere in Russia lo ha dimostrato, nei confronti in particolare degli ucraini, in molte altre occasioni.
I Cosacchi
Il proto-stato ucraino dei Cosacchi è un altro importante riferimento storico per quanto riguarda l'identità ucraina, sul quale le narrazioni russe e ucraine divergono. “In una ricostruzione non scevra di una certa dose di mitizzazione – dice Bellezza – le signorie militari cosacche si sarebbero riorganizzate in un insieme di comunità eguali (rappresentate da un capo eletto, l'Etamano) che, nel territorio dell'Ucraina orientale avrebbero resistito tra il '600-'700 all'espansione del Regno Polacco-Lituano. Un proto-stato ortodosso, dunque, che si contrapponesse ai polacchi cattolici e i cui simboli, ancora oggi, ritornano nei riferimenti del potere ucraino. Proprio nell'ottica di resistenza all'espansionismo polacco-lituano, l'élite cosacca avrebbe cercato di allearsi militarmente con varie potenze. Dopo un tentativo fallito con l'Impero Ottomano, i Cosacchi troveranno un punto di contatto militare con lo Zar di Russia Alessio I tramite il trattato di Perejaslav (1654)”. E proprio qui sta un ulteriore punto di discussione.
“Secondo la storiografia ucraina – continua Bellezza – il trattato rappresentava per i Cosacchi un riconoscimento della propria specificità e indipendenza. Da parte russa viene invece letto come un atto di sottomissione nei confronti dell'autorità dello Zar di Mosca. È proprio da questa interpretazione e rivendicazione che nascerà successivamente lo scontento dei nobili cosacchi nei confronti dell'autorità russa, la cui interpretazione porterà alla nascita, nel corso dell'800, di un primo nazionalismo, nel pieno significato del termine, ucraino”.
L'epoca sovietica, tra Lenin e Stalin
Spostandoci ancora un più in avanti, tra i discorsi di Putin sul tema rientra spesso un duro attacco alla creazione di uno stato ucraino in epoca sovietica; una ricostruzione che, ancora una volta, mistifica lo svolgersi dei fatti e che nasconde l’intuizione politica che ha contribuito, tra le altre cose, al mantenimento di un'unità all'interno dell’Urss nei suoi primi, convulsi, anni di vita. Innanzitutto, dice Bellezza: “Dalla rivoluzione di febbraio del ‘17 (non, quindi, da quella di ottobre che vede la presa del potere dei bolscevichi guidati da Lenin) nacque il nucleo di un’entità statale ucraina riunitasi attorno alla Rada (l'equivalente ucraino di Soviet) di Kyiv, all’interno della quale la maggioranza degli esponenti erano tanto socialisti quando nazionalisti ucraini. Di fronte alla presa del potere dei bolscevichi con la Rivoluzione d’Ottobre e alla loro politica estremamente centralista, la Rada di Kyiv dichiarò l’indipendenza nel '18 con la successiva invasione dell’Ucraina da parte delle truppe bolsceviche”. Una situazione resa ancora più complicata dal successivo intervento degli Imperi centrali. Dopo la fine della Grande guerra, l’Ucraina diventerà terreno di scontro tra molteplici fazioni – i più importanti furono i Bolscevichi, i nazionalisti ucraini, l’Armata bianca – finendo poi nel 1922 per essere annessa all’Unione Sovietica.
Ma è proprio a questo punto che la questione del nazionalismo ucraino tornò centrale: “Nella narrazione diffusa oggi dal Cremlino – continua Bellezza – si sottolinea come concedere agli ucraini una nazione all’interno dell’Urss fu un grave errore da parte di Lenin, ma la realtà è ben diversa. Grazie al suo intuito politico Lenin aveva capito che per mantenere unita l’Unione Sovietica era necessario arrivare a un compromesso, vista appunto la presenza di una coscienza nazionale sul territorio ucraino e in tante altre repubbliche sovietiche. Da buon politico piegò l’ideologia alla realtà e, nel caso ucraino, rinunciò all’imposizione di un forte centralismo per non perdere pezzi dell’Impero: Lenin aveva capito l’importanza della componente nazionale in Ucraina e permise quindi, da una parte, il riconoscimento della repubblica nazionale e dall’altra che la terra rimanesse ai contadini”. E se è chiaro che nel discorso russo, oggi, Lenin è in questo contesto l’elemento ‘negativo’, altrettanto chiaro è che Stalin rappresenta quello ‘positivo’.
“Stalin crea l’impero e reprime gli ucraini – dice Bellezza – Putin ovviamente non lo cita direttamente, ma il riferimento è chiaro. E sappiamo quanto sia tragica la storia ucraina a cavallo degli anni ’20 e ‘30”. Un altro elemento chiave della propaganda russa è infatti la minimizzazione – e la contestuale de-responsabilizzazione – circa uno dei fatti più drammatici della storia ucraina: l’Holomodor. “Stalin – precisa il professore – tra gli anni ’20 e ’30 premette sull’industrializzazione del Paese e sulla collettivizzazione forzata delle terre, un mix che portò alla fame molte popolazioni dell’Urss. Tra queste ci sono gli ucraini. Stalin confiscò gran parte della produzione agricola e ne destinò una parte all’esportazione, mentre impedì l’accesso alle riserve alimentari, determinando a una carestia devastante; una politica che portò milioni di ucraini a patire la fame. Nel caso ucraino i morti nell’inverno 1932-1933 furono circa 4 milioni, il 10% della popolazione. Da parte di Stalin e del Cremlino il dramma fu tutt’altro che mal visto: per il potere bolscevico infatti la popolazione contadina ucraina era considerata come una rivoltosa Vandea conservatrice e, come emerse nel discorso segreto di Chruščëv del ’56, lo stesso Stalin avrebbe eliminato l’intera popolazione ucraina se solo non fosse stata troppo numerosa. Il piano genocidario viene però portato avanti su più livelli: nello stesso periodo infatti Stalin si adoperò attivamente per distruggere l’elite culturale e politica ucraina, mandando ai gulag politici, intellettuali, scrittori, artisti”.
La “Grande guerra patriottica”
La Seconda guerra mondiale – la “Grande guerra patriottica” nella storiografia russa – rappresenta un altro momento storico al centro della retorica del Cremlino: “Lo strumento narrativo – dice Bellezza – torna a essere la negazione dell’esistenza stessa dell’Ucraina, che si racconta come un’invenzione delle potenze straniere per smembrare la Russia. Un discorso che, in toni e modalità differenti, lo stesso Putin riprende ancora oggi”. Ed è proprio nel corso del secondo conflitto mondiale che la radicalizzazione di un filone del nazionalismo ucraino pose le basi per uno dei punti centrali della propaganda prima sovietica e poi russa: “Per quanto brevemente – ricorda il professore – all’inizio della guerra i nazionalisti ucraini guidati da Stepan Bandera collaborarono con il regime nazista in chiave anti-sovietica, con l’obiettivo di riuscire a dar vita ad uno stato indipendente in Ucraina. I nazionalisti ucraini, in altre parole, credevano di essere in grado di utilizzare per i loro fini l’invasione lanciata da Hitler ma finirono, dopo aver dichiarato l’indipendenza dello Stato, per essere arrestati dai nazisti: lo stesso Bandera ha passato quasi tutto il conflitto in un campo di concentramento in quanto ispiratore di uno stato nazionalista indipendente in Ucraina”.
Nonostante molti tra gli stessi ucraini combatterono in seguito i nazisti, continua Bellezza: “Chiaramente su questo momento di collaborazione si è costruita buona parte della retorica anti-ucraina di Mosca, che ha equiparato i nazionalisti ucraini ai nazisti. Una retorica che si utilizza ampiamente anche oggi e che permette al Cremlino di riesumare la narrativa sovietica di 'liberatori' dell'Europa”. La stessa figura di Bandera è oggi altamente controversa: “Dopo il ’45 – spiega infatti Bellezza – chiunque lottasse contro il regime sovietico in Ucraina, in particolare nella porzione occidentale del Paese, venne appellato come ‘seguace di Bandera’, o ‘banderovetz’, portando a una netta risemantizzazione di un simbolo storico: Bandera, senza dubbio, fu un estremista di destra, antidemocratico, ma paradossalmente è diventato anche simbolo di democrazia in un Paese dove chiunque chiedesse libertà, diritti o anche solo di poter studiare la propria lingua veniva etichettato come ‘banderovetz’. Bisogna poi ricordare che noi, oggi, vediamo giustamente in Bandera un collaborazionista nazista, ma gli ucraini vissuti sotto il regime sovietico, dove l’Olocausto era un argomento tabù, non conoscevano l’orrore del genocidio nazista. Paradossalmente, gli unici personaggi che nell’Ucraina sovietica aiutarono gli ebrei a mantenere viva la memoria della Shoah furono proprio i dissidenti politici: quelli, in altre parole, appellati come ‘alleati’ dei nazisti”.
Dopo il ‘91
Avvicinandoci al presente, un ulteriore punto ricorrente nella narrativa russa è quello dell’identità legata, in particolare, al ceppo linguistico parlato dalla popolazione. “Dal 1991 ad oggi – spiega ancora Bellezza – l’identità del popolo ucraino ha superato la distinzione ‘lingua=popolo’, un’idea che invece rimane ben salda nella narrativa russa”. Nelle scorse settimane Angela Kotyk, presidente dell'associazione ucraina-trentina Aiutiamoli a vivere, aveva spiegato chiaramente questo concetto in un’intervista a il Dolomiti, nella quale ha riportato la sua esperienza diretta: “Molti dei compagni di mio figlio – aveva raccontato – nell'esercito ucraino parlano russo, lui stesso è cresciuto a Mykolaïv (in una delle parti dell'Ucraina in cui domina la lingua russa ndr) e parla russo: questo non vuol dire che non voglia lottare per il suo Paese e per la libertà dell'Ucraina” (Qui Articolo).
“L’identità ucraina oggi – ribadisce Bellezza – è civica e trova le sue radici nella scelta democratica che la popolazione ha fatto in più occasioni, dalla fallita rivoluzione del 2001 alla rivoluzione arancione fino a Euromaidan: sono tutte testimonianze di una memoria storica e di una retorica nella quale gli ucraini si leggono come altro dalla Russia”.












