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| 12 set 2025 | 18:12

“Morte di Charlie Kirk e ruolo della violenza: per la sinistra un tabù, per i fascisti di mezzo mondo componente identitaria. Sembra se ne esca solo con l'Aventino (o con la resa)"

L'analisi dello storico Francesco Filippi dopo l'uccisione del noto attivista conservatore americano: “La sua morte mette a nudo un problema apparentemente insormontabile per il confronto pubblico oggi così polarizzato. Quello del ruolo retorico, prima ancora che politico, della violenza”

TRENTO. L'uccisione dell'attivista conservatore Charlie Kirk – vicino al presidente Usa Donald Trump – ha sollevato un forte dibattito sull'evoluzione delle dinamiche politiche nel contesto americano, dove alla progressiva polarizzazione dei due partiti maggioritari e alla radicalizzazione dello scontro retorico si sta accompagnando una preoccupante crescita degli atti di violenza e di terrorismo politico interno.

 

Ma se nel contesto occidentale è forse possibile pensare agli Stati Uniti come a un'inquietante avanguardia sul fronte dello scontro politico radicale, le stesse dinamiche sono presenti – pur con sfumature e intensità differenti – a livello generale, Europa e Italia naturalmente comprese. Ed è proprio allargando il panorama analitico che lo storico trentino Francesco Filippi interviene nella discussione, fornendo una lettura ben poco rassicurante del quadro politico attuale e delle sue possibili evoluzioni.

 

“La morte di Charlie Kirk – scrive infatti lo storico – mette a nudo un problema apparentemente insormontabile per il confronto pubblico oggi così polarizzato: quello del ruolo retorico, prima ancora che politico, della violenza. Da un lato i progressisti di tutto il mondo si stanno contorcendo per cercare di commentare l'assassinio di Kirk rimanendo in equilibrio tra la condanna delle abominevoli idee dell'estremista ucciso e la necessaria e giusta sanzione del suo omicidio, in alcun modo giustificabile”.

 

Ragionando sui valori e le radici storiche delle grandi correnti politiche, continua Filippi: “La sinistra mondiale è figlia di un sistema valoriale che si è sforzato per un ottantennio di espellere la violenza da ogni aspetto della vita pubblica e privata, rendendola un tabù. E come tale la si vive ancora adesso, costringendo molti a una sorta di sospensione cautelativa del giudizio sulla vicenda di uno che è morto anche a causa della libera circolazione delle armi di cui era fervente sostenitore”.

 

“I fascisti di mezzo mondo invece – continua – non hanno mai espulso dal loro vocabolario e dalla loro azione politica l'idea che la violenza che sia componente essenziale, identitaria,del loro agire: 'nel dubbio mena' non è mai passato di moda. Perciò possono rivendicare discorsi di odio e perfino azioni violente (shitstorm, esibizioni muscolari, pestaggi veri e propri e via dicendo) presentandole come parti del loro 'far politica'. Al contempo però possono farsi scudo con gli ideali democratici (i fascisti ci sanno stare in democrazia) condannando solo le violenze (vere, presunte, larvate) dei propri oppositori”.

 

“Mentre nelle società occidentali il confronto sociale sta aumentando di temperatura e vediamo le destre al governo che comprimono gli spazi di confronto non violento (leggi securitarie, chiusure di spazi autonomi eccetera) i fascisti si trovano in una triplice situazione di vantaggio”. In particolare, precisa lo storico, usando violenza “possono rivendicare la propria origine culturale”, in più “possono raccontare il loro sforzo come supporto a quello delle forze dell'ordine”. Infine “se nel confronto violento hanno la peggio, possono sempre attivare la clausola democratica della 'condanna dei violenti'”.

 

“Siamo di fronte, a un secolo di distanza – conclude Filippi – alla riproposizione dei metodi dello squadrismo fascista, solo oggi esplosi su scala planetaria. E purtroppo al momento i progressisti sembrano incastrati nello stesso vicolo cieco da cui sembra si possa uscire solo con l'Aventino. O con la resa”.

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