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| 11 set 2025 | 20:41

Charlie Kirk e la violenza in Usa, Del Pero: “E' un'escalation, la matrice politica ha sostituito quella religiosa dei primi anni 2000”

L'analisi dello storico dopo l'assassinio del noto attivista conservatore americano, strettamente legato al presidente Donald Trump: “La matrice politica della violenza o dell'atto terroristico ha sostituito in gran parte quella religiosa dei primi anni '2000, prendendo sempre più di mira direttamente l'avversario politico”

TRENTO. Sulle pagine dei giornali americani si parla di una “nuova epoca di violenza politica”, di una “guerra civile culturale” che si consuma in un Paese sempre più diviso, sempre più polarizzato, sempre più estremo. Un Paese nel quale il dibattito politico sembra da anni esasperato, ricolmo d'un clima d'odio che ha visto ieri la sua ultima vittima in Charlie Kirk, l'attivista conservatore – molto vicino al presidente Trump – ucciso da un colpo d'arma da fuoco durante un talk alla Utah Valley University.

 

Quello nei confronti di Kirk è però l'ultimo violento attacco politico che ha recentemente insanguinato gli States, dove negli ultimi anni il fenomeno è in preoccupante crescita. Lo stesso Donald Trump era stato bersaglio di un attentato nel corso della campagna per le presidenziali 2024. Pochi mesi fa Melissa Hortman, deputata statale del Minnesota, era stata uccisa – e con lei anche il marito: il responsabile era stato fermato dalle autorità con una lista di 70 nomi di personalità democratiche da colpire. Tra gli altri, prima ancora si può citare l'attacco a Nancy Pelosi e al marito Paul – per non parlare dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

 

E le prospettive, tra proteste, deportazioni e un linguaggio politico sempre più estremo, non sono certo rosee.

 

Per analizzare l'accaduto e lo stato attuale dell'arena politica americana, il Dolomiti ha contattato Mario Del Pero, storico, docente a Sciences Po a Parigi e attento osservatore delle dinamiche politiche statunitensi.

 

Professore, l'uccisione del noto attivista Charlie Kirk – strettamente legato al presidente Donald Trump – è l'ultimo di una serie di atti violenti nel mondo politico americano. Siamo di fronte a una escalation?

 

E' chiaro che si sta verificando una escalation di violenza politica negli Stati Uniti. Ci sono alcuni casi eclatanti: pensiamo al 6 gennaio, all'attentato a Trump, al progetto per il rapimento della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, prima ancora i gravi ferimenti di Steve Scalise e Gabby Gifford - importanti membri del Congresso di entrambe le parti. Poi però ci sono anche i numeri dei rapporti dell'Fbi e del Dipartimento dell'Homeland security, che mostrano una significativa crescita degli atti di violenza politica o di terrorismo politico interno. Parliamo di un fenomeno che ha inizio forse dopo la crisi del 2008-2009, negli ultimi 10-15 anni indicativamente. Di certo è misurabile, quantificabile: la matrice politica della violenza o dell'atto terroristico ha sostituito in gran parte quella religiosa dei primi anni '2000, prendendo sempre più di mira direttamente l'avversario politico – anche con assassini o tentati assassini, come abbiamo visto per esempio nel caso di Hortman e ora di Kirk. Come spiegare la dinamica? Con la polarizzazione in atto: una percentuale crescente di elettori dei due partiti, Repubblicano e Democratico, considera l'avversario una minaccia esistenziale per la democrazia degli Stati Uniti. Così l'avversario di trasforma in nemico assoluto e tutti i mezzi per fermarlo diventano leciti, necessari, doverosi, patriottici. Ed è quanto stiamo vedendo.

 

Trump ha dichiarato che la retorica della “sinistra radicale” avrebbe secondo lui contribuito all'attacco a Kirk – a sua volta noto per le sue opposizioni ai temi liberal –, mentre lo stesso presidente ha più volte ripetuto nelle scorse settimane di voler inviare la Guardia nazionale per 'combattere il crimine' in altre città a guida democratica. Gli Stati Uniti stanno affrontando una 'guerra civile' sul fronte culturale e politico? Quali le prospettive?

 

Le parole di Trump sono poco responsabili. Ancor prima di sapere chi fosse l'attentatore, quali fossero le sue motivazioni ha puntato immediatamente il dito contro gli avversari politici. E così fanno con toni ancora più aspri molti repubblicani, molte figure vicine al presidente. Musk dice che la sinistra è “il partito dell'omicidio”. Laura Loomer, l'influente influencer vicina a Trump, chiede di dichiarare il Partito Democratico un pericolo per la sicurezza nazionale. Parliamo di dichiarazioni irresponsabili e istituzionalmente 'analfabete'. I presidenti in momenti come questo dovrebbero offrire un messaggio unitario inclusivo. Trump è però forse il primo presidente che nemmeno simula questa volontà di inclusione e cavalca ed esaspera le divisioni del Paese. Non è lui la causa della polarizzazione e della delegittimazione reciproca, della violenza e della legittimazione della violenza che ne consegue: ne è il prodotto. E una volta arrivato alla Casa Bianca è diventato agente di queste fratture e divisioni del Paese. Il rischio molto elevato ora è che Trump e i repubblicani, invece di sforzarsi per domare questa violenza, la cavalchino per promuovere un progetto di estremo rafforzamento delle prerogative presidenziali, dell'esecutivo, che personalmente ritengo definiscano una torsione autoritaria in atto dal primo giorno di questa seconda presidenza. Una dinamica che potrebbe conoscere ora un'ulteriore accelerazione.

 

L'utilizzo spesso spregiudicato dei social è uno degli strumenti chiave nella comunicazione del presidente Trump: in questo contesto i conservatori stanno 'vincendo' rispetto ai democratici nell'individuare strategie comunicative più efficaci? Quanto è realistica in questo contesto la percezione di un progressivo imbarbarimento della retorica politica utilizzata?

 

La comunicazione di Trump è stata vincente, è stato più abile nell'utilizzare i media. In fondo Kirk ce lo mostra: con un messaggio molto brutale, molto radicale, molto di destra è stato capace di utilizzare gli strumenti nuovi della comunicazione per catturare l'immaginario e infine i voti di molti giovani conservatori, di molti giovani maschi. Se andiamo infatti a vedere le oscillazioni del voto giovanile, così come del voto delle minoranze, sono trainate dallo spostamento a destra, dal voto a Trump dei giovani. Quindi sì, le strategie comunicative repubblicane sono più efficaci: i democratici scontano una certa fatica e il fatto che un messaggio più sobrio, più istituzionalmente responsabile – alla Obama – si presta forse meno a quest'epoca

 

Parlando proprio di comunicazione, uno dei leader più conosciuti e influenti nel panorama democratico, il governatore della California Gavin Newsom, è stato accusato nelle scorse settimane di utilizzare una retorica social dai toni simili – per quanto opposta nei contenuti – a quella di Trump. Rincorrere il tycoon in questo ambito rischia di radicalizzare ulteriormente lo scontro in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

 

Newsom ha evidentemente dei giovani nel suo staff che gli hanno suggerito di provare a 'trollare' Trump, a irriderlo usando il suo stesso linguaggio. Poi è chiaro che ci siano delle ambizioni politiche dello stesso Newsom in vista delle presidenziali – che ritengo peraltro molto irrealistiche per una serie di ragioni, a partire dal fatto che la California è molto invisa al resto del Paese. E mentre Newsom cerca di muoversi in questa direzione, l'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg sta partecipando a parecchi podcast. Come anticipato però i democratici scontano un ritardo su quel terreno comunicativo. Un messaggio molto radicale, crudele, brutale, cinico come quello di Trump e dei Repubblicani circola evidentemente meglio sui social, sui media, su questi strumenti di comunicazione. È più facilmente veicolato. E nonostante sia un efficace comunicatore, lo stesso Buttigieg si è trovato chiaramente in difficoltà nei tempi stretti di quel contesto.

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