"Lupi, gli abbattimenti generalizzati non sono una ricetta per ridurre i danni", il Wwf: "Con allevatori e malghesi confronto aperto"
Lunga lettera firmata dal presidente del Wwf Trentino-Alto Adige Aaron Iemma: "Chi sostiene che la convivenza è insostenibile sorvola su un’altra evidenza: quando le misure di prevenzione sono progettate e mantenute con standard corretti, i danni calano in modo significativo. Questo non lo dice un volantino: lo dicono manuali tecnici, programmi Life europei e linee guida operative nate proprio per aiutare gli allevatori nelle aree di nuova ricolonizzazione del lupo"

TELVE. Una lunga lettera per rispondere alle critiche e per tracciare un bilancio delle giornate di incontri andate in scena nei giorni scorsi: a parlare è il Wwf Trentino-Alto Adige, e in particolare il suo presidente Aaron Iemma.
Come accennato, il 23 e 24 agosto all’Oasi Wwf di Valtrigona si è svolta la due giorni “Dialoghi sulla coesistenza”, pensata con approccio multidisciplinare: una prima giornata di analisi con esperti (l’antropologo Nicola Martellozzo dell’Università Ca’ Foscari, la psicologa-psicoterapeuta Federica Mattarei, Francesco Romito Vice Presidente di “Io non ho paura del lupo Aps”) e una seconda giornata, tutta la giornata, sul campo, nelle malghe della Val Calamento, per confrontarsi direttamente con pastori, residenti e visitatori.
Da questa iniziativa parte il resoconto di Iemma che pubblichiamo integralmente.
Abbiamo preso contatto con quattro malghe della zona (Casera Bolenga, Cagnon di Sotto, Cagnon di Sopra, Valtrighetta: per questioni di tempo non siamo riusciti a passare anche dalla Magiolera, quinta malga prevista) proprio per cercare e stimolare il confronto con chi ogni giorno fa i conti con i pascoli e con gli animali: è difficile da parte nostra immaginare un momento più integrale che potesse contemporaneamente andare incontro a chi evidentemente lavora e non aveva due intere giornate da dedicare. Ma pur di criticare un evento che vuole abbattere muri (di cosa ha paura, chi li vuole mantenere?), ci si accapiglia sul fatto che “gli allevatori non sono stati invitati”, o ancor di più che l’evento sia stato fatto “senza contradditorio”. Lettura curiosa, come minimo, o volutamente disinformata come massimo.
Proprio per parlare dei problemi concreti, e non delle invenzioni che non ci portano da nessuna parte, è opportuno da parte nostra offrire qualche chiarimento a quanto recentemente comunicato in particolare dalla “Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai”.
Cominciamo dalla base: il lupo non è stato “reintrodotto”. È tornato da solo, naturalmente, risalendo dalle popolazioni appenniniche e dalle Alpi slovene ricolonizzando il resto dell’arco alpino dagli anni Novanta in poi. Questo è un fatto, documentato da monitoraggi genetici e da anni di lavoro sul campo. Negarlo significa inseguire una narrazione comoda, ma falsa, nonché controproducente: non si cita la realtà e i dati per “fare gli scienziati”, ma per partire da fatti e non dalle fantasie. Perché l’alternativa è cercare di risolvere i problemi partendo dalle premesse sbagliate, con il rischio… Di non riuscire a risolverli solo perché non li si è colti nella loro interezza, perdendo tempo.
Veniamo al paradosso che tanti evitano di guardare in faccia: poniamo di “togliere i lupi”. Rimuoverli. Sparargli, trappolarli, deportarli: come si vuole. Non si avvertirebbe più la loro presenza solo a una condizione: cioè rimuoverli tutti. E non in un singolo comune o valle, ma su un’area vasta e contigua. Perché i lupi si disperdono per centinaia di chilometri (motivo per cui non hanno alcun bisogno di essere “reintrodotti”: arrivano sulle loro zampe, senza fantomatici ed inesistenti aiuti), occupano i vuoti lasciati liberi e rientrano dove c’è spazio, grazie alla loro grande mobilità: le rimozioni di interi branchi vengono colmate da branchi nuovamente fondati. L’unico modo per impedire questa dinamica, in teoria, sarebbe radere al suolo il bosco: un’immagine volutamente assurda per dire che l’estirpazione totale è l’unica strada coerente con l’idea di “assenza di lupi”, ma è impraticabile, eticamente inaccettabile e contraria alle leggi europee e italiane. La scienza ci dice anche che gli abbattimenti generalizzati non sono una ricetta affidabile per ridurre i danni: gli effetti sulla conflittualità sono deboli o inconsistenti.
In definitiva, chi vuole la fine del lupo dovrebbe riflettere bene sulle conseguenze: economiche (un tale piano costa, e deve essere mantenuto: i lupi sono dappertutto, anche se molto raramente ne percepiamo la presenza), sociali, ambientali.
Chi sostiene che “la convivenza è insostenibile” sorvola su un’altra evidenza: quando le misure di prevenzione sono progettate e mantenute con standard corretti, i danni calano in modo significativo. Parliamo di recinzioni elettrificate ben tese e ben messe a terra, cani da guardiania addestrati e integrati al gregge, ricoveri e gestione del pascolo. Non sono panacee, ma sono gli strumenti che oggi esistono e che funzionano se applicati bene. Questo non lo dice un volantino: lo dicono manuali tecnici, programmi LIFE europei (che immaginiamo questi ultimi essere particolarmente indigesti a molti: e certamente questi non sono un manuale di utilizzo razionale di fondi pubblici, ma hanno prodotto buone pratiche operative documentate, solide e lontane dalla caciara del momento, che faremmo bene a sfruttare) e linee guida operative nate proprio per aiutare gli allevatori nelle aree di nuova ricolonizzazione del lupo.
È corretto parlare anche di sicurezza. Ispra, con il Ministero, ha messo nero su bianco che tra il 2017 e il 2024 sette lupi sono stati responsabili di 19 aggressioni (in larga parte legate a individui urbanizzati o confidenti), e ha definito protocolli per intervenire fino alla rimozione dei singoli animali problematici. Dunque: i casi esistono, vanno presi sul serio e gestiti; ma sono rari, dipendono spesso da una malsana interazione con i nostri spazi urbani (in gran parte legata alla presenza di fonti alimentari non custodite) e non giustificano scorciatoie ideologiche: altrimenti saremmo giustificati anche ad abbattere tutte le mucche delle Alpi, responsabili di (sporadiche, fortunatamente) morti. Ma proprio per questo l’ordinamento italiano già oggi consente nei confronti dei lupi deroghe mirate, dopo aver verificato che la prevenzione sia stata adottata e che non vi siano alternative efficaci. Ribadiamolo: le deroghe e gli interventi su singoli animali sono previsti dalla Direttiva Habitat (art. 16) e sono declinati in protocolli tecnici ISPRA. Il punto è applicarli seriamente, dopo aver messo in campo la prevenzione. Non servono slogan, serve conoscere gli strumenti che già ci sono: così facendo si potrebbe anche calibrare meglio il tiro di legittime - ma appunto, forse mal studiate, visto che chiedono cose già possibili - manifestazioni come quella dello scorso sabato 30 agosto in Valsugana
C’è poi un equivoco da sciogliere sulla “differenza domestico-selvatico”. Gli animali domestici sono sotto la nostra responsabilità: lo Stato e le Regioni devono sostenerne la protezione e, quando avvengono predazioni, indennizzare e aiutare a prevenire nuove perdite.
Il selvatico, invece, non “appartiene” a nessuno: fa parte di un patrimonio comune tutelato e gestito con protocolli che prevedono anche la rimozione dei singoli soggetti pericolosi. Non è una gerarchia di “diritti”, sono piani diversi di responsabilità pubblica.
Contrapporre le due cose, sostenendo che “anche gli animali domestici hanno dei diritti” confonde le acque: certo che li hanno. Ma il punto non è “domestico o selvatico”: il problema siamo noi, e il nostro rapporto con gli uni e gli altri.
Quanto all’accusa che il Wwf “ci guadagna con il lupo”, la rovesciamo (in particolare noi, compreso chi scrive, che siamo tutti volontari con famiglie, lavori e vite necessariamente distanti dal mondo Wwf…): a differenza di chi promette soluzioni impossibili, noi siamo dalla parte degli allevatori proprio perché non vendiamo illusioni. Proponiamo quello che c’è davvero a disposizione oggi e che è comprovabilmente efficace e chiediamo alle istituzioni di fare la loro parte su prevenzione, assistenza tecnica e rapidità negli indennizzi.
È un lavoro più faticoso dell’urlare “via i lupi”, ma è l’unico che regge alla sfida del tempo. Senza contare che in alcuni casi il nostro aiuto è pratico, diretto, concreto, come con il progetto Pasturs.
Una tipologia di impegno molto distante dalle azioni di chi prova a “fare da sé” finendo con il danneggiare tutta la comunità trentina: i quattro lupi recentemente avvelenati nel territorio del comune di Levico rappresentano uno degli episodi più gravi avvenuti di recente in Italia. L’avvelenamento è un crimine subdolo e pericoloso, che colpisce non solo i lupi ma tutta la fauna, cani e persino le persone, inquinando suolo e acque. È il segnale di un disagio reale portato all’estremo anche da un clima tribalistico (“allevatori vs ambientalisti”: non la nostra politica, come abbiamo dimostrato), ma resta inscusabile e dannoso per tutti, a partire dagli allevatori onesti che lavorano nel rispetto delle regole.
Infine, una nota sul metodo riguardo l’evento da noi organizzato. Se qualcuno si è sentito escluso, ce ne dispiace. È anche per questo che domenica 24 siamo andati noi nelle malghe, tutta la giornata, a casa di chi lavora, anche consci che una presenza assidua degli allevatori durante tutta la due giorni sarebbe stata, lavorativamente appunto, complicata. E continueremo a farlo, e a cercare un punto di incontro oltre i proclami: i problemi che derivano dal ritorno dei predatori sui nostri territori non si risolvono con titoli indignati, ma con la serietà di chi mette sul tavolo dati, soluzioni pratiche e ascolto reciproco. È ciò che abbiamo sempre fatto: ed è particolarmente curioso che ci sia tanta sollevazione proprio quando cerchiamo più intensamente di abbattere dei muri, e di portare proprio il punto di vista degli allevatori nelle nostre riflessioni, al fine di poterne meglio rappresentare e comprendere le difficoltà.
Ma evidentemente, secondo alcuni, allevatori ed allevatrici farebbero meglio a rimanere inascoltati. Inutile dirlo, non secondo noi. Anche per questo invitiamo fin d’ora tutte e tutti ad un momento di ulteriore confronto con i malghesi che organizzeremo durante l’autunno in val Calamento.


















