"Non siamo così diversi da chi commenta quelle foto rubate”, l'esperta Valorzi sullo scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie”. Sui cellulari in classe: “Serve un’educazione”
“Quanto siamo davvero diversi, noi, ogni volta che alimentiamo l’aggressività e la semplificazione sui social?” L'intervento di Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta, formatrice esperta in dipendenze comportamentali e impatto delle moderne tecnologie, divulgatrice scientifica. Il caso è quello scoppiato nei giorni scorsi con il gruppo Facebook “Mia moglie” quando il digitale alimenta violenza, semplificazione e mancanza di empatia. C'è la necessità di ripensare il rapporto tra ragazzi, adulti e il mondo dei social passando anche da un'educazione nell'uso dello smartphone

TRENTO. Migliaia di uomini riuniti in un gruppo online a condividere, senza consenso, immagini intime delle proprie compagne. Il caso è quello del gruppo Facebook “Mia moglie”, chiuso nei giorni scorsi e che sembra aver portato a galla un fenomeno davvero preoccupante di cui fino ad oggi sembra esserne stata scoperta solo una parte.
Non siamo solo davanti all’ennesimo atto di violenza digitale, ma lo specchio di una cultura che riduce l’altro a oggetto, esponendolo al giudizio della rete. Voci indignate e incredule si sono alzate da ogni dove, colorandosi di sfumature vendicative contro l’ennesima dimostrazione di patriarcato.
Eppure, se la rabbia verso quei “mostri” ci sembra giusta, dovremmo avere il coraggio di domandarci: “Quanto siamo davvero diversi, noi, ogni volta che alimentiamo l’aggressività e la semplificazione sui social?”. A chiederselo in questa intervista è Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta, formatrice esperta in dipendenze comportamentali e impatto delle moderne tecnologie, divulgatrice scientifica, coautrice di “In(e)volizione digit@le - la nostra mente trasformata dagli schermi” (Reverdito 2024).
Dottoressa Valorzi, nei giorni scorsi è stato portato a galla qualcosa di tremendo. Un gruppo online di migliaia di persone che pubblicavano foto e video intimi delle loro compagne di vita senza il loro consenso, esponendole a commenti violenti e sessisti. Lei cosa ne pensa?
Penso che la narrazione che ha accompagnato questo fenomeno sia frutto del pensiero ipersemplificato e polarizzato che caratterizza purtroppo la nostra epoca: uomini narcisisti che trattano le “loro” donne come oggetti da esporre al pubblico ludibrio per proprio godimento, donne vittime che vanno salvate o che eroicamente denunciano e si liberano dell’altro indegno, forze dell’ordine che salvano le “poverette” da questi “mostri”, mentre la politica prevede di agire in senso più o meno punitivo, forse perché la prevenzione non sembra fare abbastanza notizia. Credo che fermarsi a questa visione sia un peccato perché così ci sfuggono elementi importanti che ci farebbero intravedere più possibilità di intervento efficace.
Ma almeno, finalmente, noi adulti abbiamo la possibilità di capire e sentire davvero come si possano sentire tanti ragazzi che ogni giorno vedono rubare, deturpare, ridicolizzare la loro immagine, il loro corpo e la loro anima, esposti a migliaia di commenti aggressivi e violentemente sessualizzati da persone conosciute e sconosciute che, di giorno come di notte, li colpiscono a morte (purtroppo a volte non solo figurativamente). Non sono solo ragazze, sono anche ragazzi e ancora più persone con identità non binaria e spesso la divulgazione parte con l’ex partner o la migliore amica. Solo che loro, a differenza delle donne scambiate come figurine nel gruppo, si sentono infinitamente soli e disperati, non sono in gruppo e non trovano solidarietà, nemmeno tra i compagni. Questo è il cyberbullismo.
Stiamo parlando di un gruppo Facebook frequentatissimo e con numerose interazioni. Oggi i social come trasformano il nostro pensiero?
In quest’epoca gli algoritmi ci propongono sempre ciò che pensiamo anziché altre prospettive con le quali integrare i nostri pensieri per renderli più saggi e complessi, le dinamiche di internet spingono all’impulsività che atrofizza il pensiero complesso e la capacità empatica e intanto, assetati di consenso, ci esponiamo senza veli sui social network e alziamo il tiro commentando con sempre più aggressività gli altri per poter essere visti. Alla fine, siamo davvero tanto diversi da chi ha commentato le foto rubate?
Lo siamo?
Nei fatti, siamo sempre più esposti al rischio di un pensiero ipersemplificato e di rimanere incastrati nel triangolo drammatico (Karpman, 1968) in cui esistono solo vittime, carnefici e salvatori che cambiano ruolo rapidamente, e mentre vogliamo salvare, diventiamo a nostra volta persecutori del persecutore che diventa poi vittima. Così perdiamo di vista che il comportamento va sanzionato, certo, ma che ognuno di noi ha una storia, motivazioni, emozioni e pensieri che debbono essere indagati, compresi e rispettati, se vogliamo trovare buone soluzioni.
In effetti, potremmo fare di meglio e provare a riattivare il nostro pensiero critico, confrontarci seriamente con chi è accanto a noi e magari la pensa diversamente e provare a metterci nei panni di ogni attore, allenando così le nostre capacità empatiche al fine di trovare soluzioni più intelligenti e funzionali.
Il caso è scoppiato con il gruppo Facebook “Mia moglie” che aveva oltre 32 mila utenti che lo componevano. E' possibile fare un identikit di queste persone? Quali sono i motivi che spingono ad aderire ad un gruppo simile?
Chi ha divulgato le foto senza consenso e commentato non sembra aver accesso a quell’Amore che desidera proteggere e onorare la persona che si è scelta e forse non l’ha mai visto o sentito nelle coppie intorno a lui quando era più piccolo. Non ha pensato empaticamente a come sarebbe essere esposto senza consenso. Ha pensato che se lo fanno gli altri, allora lo posso fare anche io, nella logica della ricerca di protagonismo e consenso che in internet non tiene conto del bene e del male. E questo è grave davvero, sia su un piano individuale che sociale, così come lo è il fatto che le loro compagne non si siano accorte di aver scelto qualcuno che non le sa amare con il rispetto e la tenerezza a cui avrebbero diritto.
Non sarebbe più efficace lavorare su questa prospettiva?
Vorrei tanto che stessimo più attenti ad addestrare i nostri algoritmi al pensiero complesso, rispettoso, profondamente compassionevole ed empatico dell’Altro, ma finché lasceremo che proceda questa deriva della nostra mente in internet e che internet funzioni con questi bug, non possiamo pensare che lo smartphone possa essere un buon amico, sempre presente per i nostri figli.
In che senso?
Loro, che fino ai 25 anni non hanno ancora una corteccia prefrontale sviluppata, dovrebbero poter contare su di noi e sulle nostra mente adulta e consapevole. Ma per poter esserci per loro, dobbiamo guardarli e smettere di avere sempre gli occhi sullo schermo, così come non possiamo consentire che lo abbiano sempre in mano loro.
E sul tema del cellulare a scuola si è aperta una forte discussione anche in questi ultimi tempi.
Si, sarebbe bello che almeno a scuola per le poche ore in cui stanno con i compagni, potessero riflettere senza distrazioni digitali su questioni di etica, che ci si potesse tutti raccontare cosa facciamo in internet e che impatto può avere sulle nostre menti e sulla nostra emotività, dalla Fomo al Phubbing, agli effetti ansiogeni e depressogeni dei social network, alla percezione del proprio corpo, alla distraibilità, impulsività e atrofia dell’empatia.
Allora, i nostri ragazzi potrebbero allenare la loro mente e cercare in internet un sacco di cose interessanti senza annebbiarsi alla ricerca di una vicinanza artificiale che non riempie il loro cuore. E potrebbero essere più capaci di scegliere, di essere protagonisti delle loro vite, anche nella gestione della rabbia e della frustrazione.
Oppure, disinformati, accecati e, forse, noi stessi dipendenti dagli schermi, sceglieremo di avere classi ove ognuno sta sul suo device come al bar, togliendo l’ultimo baluardo della Techno Detox?













