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Trento
30 settembre | 20:00

“Le parole feriscono più delle botte”, cresce la violenza online. Dall'ansia alla depressione, sempre più richieste di aiuto. L'esperta: “L'anonimato ci rende spietati”

Basta un post, un commento, un video condiviso: e l’odio diventa virale, visibile e indelebile. Un fenomeno in crescita continua. Dai social media alle conversazioni quotidiane, la rabbia e la cattiveria sembrano aver preso il sopravvento, alimentate da immagini di guerra, proclami polarizzati e una cultura della vendetta a colpi di click. “Stiamo vivendo un’epoca aggressiva e violenta, sia online che offline”, avverte Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta, esperta di dipendenze comportamentali e comunicazione digitale

“Le parole feriscono più delle botte”, cresce la violenza online

TRENTO. Odiare è diventato facile come un click. Da post su facebook ai video su instagram, ogni cosa resta online visibile e indelebile. Parole o immagini che sono pronte a ferire e sempre più in aumento. 

 

Un vero e proprio allarme che non conosce età. “Stiamo vivendo un’epoca aggressiva e violenta, sia online che offline”  spiega Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta, formatrice esperta in dipendenze comportamentali e impatto delle moderne tecnologie, divulgatrice scientifica, coautrice di “In(e)volizione digit@le - la nostra mente trasformata dagli schermi” (Reverdito 2024). 

 

“Le immagini di guerra che scorrono continuamente sulle nostre retine, i proclami ad alta voce e polarizzati cui siamo esposti, gli atti di violenza banalizzati e la furia vendicativa a spot fungono da modello per le nostre comunicazioni, senza nessun antivirus” continua l'esperta. Dall’hate speech al cyberbullismo, le vittime sono in continuo aumento.

 

Dottoressa Valorzi, la rabbia e la cattiveria corrono sui social più che mai. Le persone sembrano credere di avere il 'diritto' di scaricarsi su persone che spesso nemmeno conoscono e che magari sono prive di colpa. Sembra sparito il confronto, cosa sta accadendo e perché è aumentato così tanto negli ultimi anni?
Potremmo dire che oggi, essere riflessivi, saldamente rispettosi e fermamente gentili è la vera rivoluzione, un vero atto coraggioso di disobbedienza.
La nostra mente si nutre degli stimoli che riceve e si adatta alle modalità che osserva.
Così, un ambiente prosociale e compassionevole genera reazioni, prosociali e compassionevoli mentre un ambiente aggressivo tende a generare paura e ulteriore aggressività reattiva e, diciamocelo, stiamo vivendo un’epoca aggressiva e violenta sia online che offline.
Le immagini di guerra che scorrono continuamente sulle nostre retine, i proclami ad alta voce e polarizzati cui siamo esposti, gli atti di violenza banalizzati e la furia vendicativa a spot fungono da modello per le nostre comunicazioni, senza nessun antivirus.
Ho l’impressione che la comunicazione e gli atti di prepotenza e mortificazione dell’avversario che avvengono nella realtà siano amplificati senza riflessione dai mass media e altrettanto che la comunicazione online aumenti le potenzialità aggressive dal vivo, in un circuito senza fine.
Ne vediamo gli effetti macro nella narrazione politica come nelle comunicazioni individuali online e offline.
Nello specifico, la comunicazione online tende ad essere più aggressiva e polarizzata per una serie di ragioni insite nello strumento.
I dati di ricerca (si vedano l’Abcd study che monitora per 10 anni 11.000 ragazzini di 9/10 anni in 21 stati Usa e già avvisa di modifiche nelle funzioni cognitive o gli studi di neuroimaging sui cervelli di ragazzi dipendenti da videogiochi) indicano che l’utilizzo senza limite degli schermi aumenta l’impulsività e l’aggressività oltre a ridurre l’empatia e aumentare depressione e ideazione suicidarie (in particolare tra le giovani che abusano di social network) e, se gli effetti sono più vistosi tra i più giovani che non hanno ancora raggiunto il pieno sviluppo della corteccia prefrontale, noi adulti non ne siamo indenni.
Inoltre, scrivere online implica che si perda tutta la comunicazione non verbale che ci permetterebbe di empatizzare con l’Altro: se sentissimo che l’altro soffre in ragione delle nostre parole, ci fermeremmo, magari anche per ragioni etiche ma di certo perché i nostri neuroni specchio ci farebbero sentire il dolore.
Invece, non vedendo nulla, e spesso nascondendoci dietro un certo anonimato, ci regoliamo in funzione dei consensi e della visibilità che premiano (sparano dopamina) ciò che si fa più vistoso e aggressivo, qualsiasi sia il contenuto, perché così funziona la rete internet.

 

Che cosa spinge un individuo a diventare un odiatore? È vero che gli algoritmi premiano l’engagement emotivo sulla qualità dei contenuti?
Quando le persone stanno bene e si sentono sufficientemente amate, a loro agio nella vita di relazione, sanno di essere speciali quanto riconoscono speciali le altre persone, ognuno portatore della sua storia, delle sue emozioni e delle sue motivazioni, di un corpo e di una mente frutto dell’evoluzione e ricevuto in dono dai suoi antenati, non hanno bisogno di diventare haters. Ma quando si sentono inadeguate, incomprese, maltrattate, non riconosciute, allora la via dell’ostilità, dell’invidia malevola e della franca violenza è aperta.
Internet ripropone più facilmente contenuti ad alto potenziale emotigeno perché vuole tenerci lì, davanti allo schermo, indipendentemente dal contenuto, e cosa c’è di più saliente della rabbia e dell’aggressività? Il sesso è ancora più eccitante (non a caso sembra che il 30% del traffico giornaliero mondiale sia generato da siti a luci rosse) e se mettiamo insieme le due cose abbiamo la combo perfetta per ottenere consensi, esattamente ciò che cercano le persone che non riescono ad essere serene nella relazioni dal vivo e cercano protagonismo online, a qualsiasi costo.
A volte si tratterà di persone che tendono ad essere prepotenti e aggressive anche nella vita sentimentale, con i figli o con i colleghi al lavoro, altre volte sarà un leone da tastiera, coniglietto offline, che ha subito bullismo e/o cyberbullismo e non sa essere assertivo con il compagno di banco ma che ha imparato, subendo, il linguaggio della violenza. E intanto, online, nessuno cercherà di calmare i bollori, tutti si accoderanno a replicare o difendere con altrettanta aggressività, perché quello aggressivo è il codice visibile. La ferma gentilezza e la moderazione non fanno parte del mondo della rete, almeno finché non decideremo un cambio radicale nelle nostre abitudini, verso una sana evoluzione digitale.

 

Esistono differenze tra l’odio online e quello che si manifesta nella vita reale?
L’odio online lascia ferite aperte, rimane per sempre ed è visibile da chiunque.
Una parola irrispettosa dal vivo mi permette di mostrare all’aggressore il danno ricevuto e se non dovesse fermarsi, qualcuno potrà almeno mostrarmi solidarietà e attenzione, confortarmi e fermare la modalità aggressiva, meglio se rispettosamente verso l’aggressore, per non contribuire alla deriva aggressiva.
Online tutti vedranno, parteciperanno per essere visibili oppure godranno nel silenzio del fatto di non essere loro gli obiettivi feriti o gioiranno del fatto che io, invidiato per qualche motivo, soffra. Oppure si schiereranno utilizzando lo stesso codice violento, convinti di difendere, ottenendo visibilità.
E nessuno potrà più dimenticare perché a distanza di anni, quelle immagini irrispettose, quelle parole, saranno sempre lì. Carolina Picchio, la prima persona riconosciuta vittima di cyberbullismo che si è tolta la vita nel 2013 ha lasciato scritto “le parole fanno più male delle botte”.
 

Durante il suo lavoro ha assistito a un aumento di persone che chiedono aiuto per problemi legati alla cattiveria sui social? Quali sono i disturbi sulla vita reale che si producono?
Assolutamente sì.
I social network possono produrre gravi difficoltà anche quando non si tratta di violenza. Scorrere di continuo immagini di altri felici, magri, giovani, di successo e pieni di amici, scatena la fear of missing out (sensazione che ci si perda qualcosa e di non valere niente se non si postano cose altrettanto “fiche”), la sensazione di avere una vita grigia e triste e difficoltà nell’accettare il proprio corpo. Non parliamo dei tradimenti online e del fatto di essere esposti ai dettagli della vita sentimentale dell’ex fidanzato in compagnia della sua nuova fiamma.
Ma quando si aggiungono insulti, denigrazioni, esclusioni deliberate, offese, il danno è terribilmente aumentato sia perché c’è un’esposizione potenzialmente globale e perenne, sia in ragione della coorte di persone che partecipano all’offesa mentre tu ti senti infinitamente solo (di solito ci si vergogna tanto da non dire nulla neppure ai propri cari).
Ansia, depressione, disturbi nella percezione del corpo e nell’alimentazione, disturbi del sonno, calo del rendimento, difficoltà ad uscire di casa per andare a scuola o al lavoro o vedere gli amici, essere presi di mira online equivale a vedere il proprio mondo devastato, a meno che non si abbia già una personalità salda e ben strutturata.
Una parte del mio lavoro, in questi casi, consta nel sostenere la percezione di aver diritto a segnalare e a chiedere sostegno agli altri oltre ad aiutare la persona a non permettere che siano quelle parole violente a definirla.
 

Quali sono le persone maggiormente prese di mira? E per quali motivi?
Direi qualsiasi persona abbia un elemento di diversità dall’aggressore o dal gruppo aggressivo. Vale essere più bassi, un po’ più in carne, un po’ più  scuri, una lingua madre diversa, una pagella più bella, un diverso orientamento sessuale. Oltre al genere femminile, più esposto agli haters, sicuramente le persone LGBTQIA+ sono le più danneggiate. Ma poiché “diversi” potremmo esserlo tutti, vale la pena che cerchiamo tutti di non sostenere alcuna forma di aggressività online come offline.

 

Umberto Eco ha detto: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Oggi affrontare tutto questo online è complicato e difficile. Quali consigli si possono dare alle persone che sono vittime di attacchi?
Non tacete.
Siete vittima di qualcosa di profondamente ingiusto, che tocca la vostra sfera più intima. Non lasciate che quelle parole vi definiscano, vi tolgano linfa vitale e visione del vostro futuro. Chi vi conosce e vi ama potrà stare al vostro fianco, coraggiosamente. Parlate loro del vostro dolore. Segnalate quanto accade alle forza dell’ordine, al dirigente scolastico, a quell’insegnante che stimate. Al vostro datore di lavoro, tanto è probabile che sappia già.
Andare oltre la vergogna che vi paralizza, chiedete aiuto, anche a chi lo fa per lavoro, in psicoterapia. E se potete, vorrei non rispondeste con la stessa aggressività, non foste protagonisti delle stesse modalità aggressive verso qualcun altro. Interrompete per favore la catena di odio che ci sta cingendo il collo. Siate protagonisti di una rivoluzione gentile quanto decisa, perché i gesti lesivi vanno condannati, ma le persone vanno educate con rispetto e fermezza. E ricordate che se qualcuno vi offende, manifesta qualcosa di significativo di sé stesso/a, non significativo di voi.

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