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| 16 ott 2025 | 09:32

"La salute mentale collettiva è a pezzi, basta aprire i social: la follia è monetizzata, la frustrazione si traveste da libertà di parola. Ci stiamo disintegrando"

Le parole sono della nota criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, che traccia un quadro impietoso della società attuale e della sua preoccupante dimensione "social"

di Redazione

TRENTO. "Prima o poi - e temo sarà già troppo tardi - dovremo trovare il coraggio di guardare in faccia una verità scomoda: la salute mentale collettiva è a pezzi". 

 

Le parole sono della nota criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, che sui suoi canali social ha voluto condividere una profonda e tagliente riflessione che traccia un quadro impietoso della società attuale

 

"Non è un’esagerazione né un paradosso retorico - riprende Bruzzone -, è un dato clinico che si manifesta ogni giorno sotto i nostri occhi, travestito da 'opinione', 'contenuto', 'sfogo' o 'satira'. Basta accendere i social per accorgersene: è lì, nella bacheca di ognuno, il più accurato termometro del disagio psichico contemporaneo. I social sono diventati un enorme laboratorio psichiatrico a cielo aperto, dove la follia non è più confinata nei reparti, ma celebrata, monetizzata e alimentata da un pubblico complice".

 

"È un Far West della mente, dove non esistono filtri, dove l’aggressività, la paranoia, la proiezione patologica e la frustrazione si travestono da libertà di parola. E il risultato è devastante. Gli haters, in questo scenario, rappresentano la forma più pura e disperata dell’autodisprezzo umano: persone che non riescono a tollerare la propria esistenza e allora cercano di demolire quella degli altri. Odiano sé stessi con tale intensità da non potersi permettere neanche il lusso dell’identità: si nascondono dietro pseudonimi, profili falsi, maschere digitali. E nel farlo, si illudono di essere liberi mentre sono prigionieri della loro stessa patologia".

 

"La verità - prosegue la psicologa - è che stiamo assistendo a una deriva psichiatrica di massa, e nessuno sembra volerla nominare. Il disagio mentale è ormai la norma, non l’eccezione. L’empatia è evaporata, la frustrazione ha preso il posto della riflessione, e la rabbia è diventata la lingua madre della rete. Siamo una società che ha smesso di pensare e ha cominciato a reagire, un click alla volta, un insulto alla volta. E mentre ci illudiamo di comunicare, in realtà ci stiamo solo disintegrando, lentamente ma inesorabilmente".

 

E la conclusione non lascia spazio a grandi ottimismi: "Prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di dirlo ad alta voce: non siamo più solo una società fragile. Siamo una società malata. E non abbiamo ancora deciso se curarci o affondare insieme".

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