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Trento
10 agosto | 06:00

Punti nascita, a Cles e Cavalese si cercano medici pediatri ma chi è in graduatoria rifiuta. Filippi: "Devono rimanere ancora aperti? Servirebbero investimenti migliori"

Passano i mesi ma la situazione nei punti nascita periferici non è migliorata. Per Cles e Cavalese continua la carenza di personale medico strutturato per la disciplina di pediatria. Dall'ultimo concorso pubblico era stata creata una graduatoria con uno specialista e undici specializzandi, ma  nessuno disponibile per le due sedi periferiche. Si è quindi deciso di scegliere un gettonista 

Punti nascita, a Cles e Cavalese si cercano medici pediatri ma chi è in graduatoria rifiuta

TRENTO. Nulla da fare. Nonostante un bando pubblico gli ospedali di Cles e Cavalese si trovano ancora una volta a fare i conti con una drammatica realtà: mancano medici pediatri e nessuno vuole andare nelle due strutture periferiche a lavorare.

“Con riferimento alla disciplina di pediatria, permane presso i Punti nascita di Cles e Cavalese una situazione di carenza di personale medico strutturato rispetto al fabbisogno teorico. L’ultimo concorso pubblico per il reclutamento di medici specialisti pediatri, conclusosi in data 28 luglio, vede in graduatoria uno specialista e undici specializzandi, nessuno disponibile per le sedi di Cles e Cavalese” viene spiegato nella delibera che è stata pubblicata dall'Azienda Sanitaria.

Non certamente una problematica nuova visto che le criticità presenti nei punti nascita di Cles e Cavalese si fanno sentire da anni, sono state denunciate dagli ordini professionali, preoccupazioni sono state espresse anche da alcune amministrazioni comunali ma fino ad oggi la Provincia non ha voluto cambiare strada.

 

Il calo delle nascite è ormai sotto gli occhi di tutti e questo si sta vedendo soprattutto negli ospedali periferici. Lo confermano i dati che sono stati diffusi a inizio anno dall'Azienda sanitaria riguardanti la natalità nei punti nascita della Provincia di Trento che mostrano, per esempio, un marcato calo negli ultimi anni all'ospedale Valli del Noce di Cles.

 

Dati che confermano l'esistenza di un problema che la politica deve affrontare tornando ad ascoltare chi da tempo sta chiedendo un intervento.

 

Per garantire gli standard di sicurezza a madre e bambino i punti nascita devono avere almeno 500 parti all'anno. Per i due punti periferici trentini si è riusciti a ottenere una deroga statale usata poi per fini elettorali che sta però causando un esborso di soldi pubblici non di poco conto.

 

Visti i risultati dell'ultimo concorso pubblico per il reclutamento di medici specialisti pediatri, dove chi era in graduatoria ha deciso di non accettare di lavorare nei due ospedali periferici, si è passati anche in questo caso a un gettonista.

 

Una scelta che si è resa necessaria anche perché il Direttore del Dipartimento transmurale pediatrico ha richiesto per le vie brevi, in funzione della regolare continuità del servizio, di procedere alla valutazione delle eventuali ulteriori candidature libero professionali, dove fortunatamente era presente una sola candidatura.

 

Il gettonista, viene spiegato sempre nella delibera, in questo caso, gli verranno dati 85 euro lordi all'ora qualora durante il turno di servizio venga svolta, in via prevalente, attività specialistica pediatrica in urgenza ed emergenza e 75 euro all'ora per tutte le altre attività.

“Questi punti nascita devono continuare a rimanere aperti in queste situazioni?” si chiede la pediatra Lorena Filippi, vicepresidente dell'Ordine dei Medici del Trentino.

 

L'utilità o meno dei punti nascita è stata già molto dibattuta e gli stessi ordini professionali, come già detto,  hanno espresso chiaramente la loro contrarietà.

 

La denatalità si fa sentire e c'è anche una questione di sicurezza” continua Filippi. “Le sedi periferiche sono poco attrattive. Un medico che vuole lavorare e vuole farsi esperienza e migliorare la propria pratica non va a lavorare in queste sedi”.

 

In assenza di un cambio di rotta, la soluzione resta quindi quella dei gettonisti: professionisti a chiamata, pagati a peso d’oro, per garantire la sopravvivenza di reparti sempre più vuoti.

 

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