Medici costretti a pagarsi ambulatori e strumenti, bandi deserti e oltre 170 zone senza professionisti: è questa la sanità territoriale del Trentino firmata Pat e Apss?
Sono diverse le zone in tutto il Trentino dove mancano medici di base e come sta accadendo in altre zone d'Italia i candidati che decidono di partecipare ai bandi sono sempre meno. Un problema che rischia di esplodere il prossimo anno, quando entreranno in funzione le Case di comunità, pilastro fondamentale della riforma sanitaria, ma che rischiano di rimanere delle scatole vuote

TRENTO. Un medico di famiglia che entra nel proprio ambulatorio dovrebbe essere messo nelle condizioni di rispondere ai bisogni che vengono presentati dai suoi pazienti. Purtroppo, però, oggi non è così. Nonostante ci troviamo nel “ricco” Trentino, i medici di medicina generale, pur rappresentando uno dei veri pilastri del servizio sanitario nazionale, si trovano spesso a doversi pagare l'affitto dell'ambulatorio ma anche a doversi organizzare in proprio per avere tutta la strumentazione necessaria per le visite di primo livello, dagli ecografi agli elettrocardiografi.
Una situazione che sta portando sempre meno professionisti a presentarsi ai bandi fatti dall'Azienda sanitaria e al conseguente aumento delle zone dove la popolazione si trova senza un medico di famiglia. Nonostante siano già stati tanti i campanelli d'allarme lanciati negli scorsi anni, la situazione purtroppo è sempre la stessa e i numeri che ci troviamo davanti fanno presagire un futuro drammatico per la medicina di prossimità e anche per la tanto decantata prevenzione.
In un'intervista rilasciata ad Adnkronos, Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale, ha spiegato che in pochi anni in Italia siamo passati da 43mila dottori di famiglia a 37mila. Un problema, quello della carenza dei medici, che per il 2025 e il 2026 non sembra destinato a risolversi. Per quest'anno e per il prossimo, ha continuato Scotti, le previsioni sono di 4mila colleghi all'anno che andranno in pensione, sostituiti da meno di 2mila nuovi ingressi. Con questo ritmo rischiamo di arrivare a 8 milioni di italiani senza medico a fine 2026.
Una tendenza che purtroppo viene seguita anche dal Trentino, dove le zone che mancano di medici di medicina generale sono sempre più numerose e i posti banditi quasi mai vengono completamente coperti. “Le difficoltà sono stante. Lo scorso anno il bando per i medici di base prevedeva la copertura di 54 zone carenti e si sono presentati appena 12 candidati” spiega Nicola Paoli, segretario del Sindacato dei Medici Italiani del Trentino.
Una situazione per nulla facile che ha portato l'Apss ad avviare la procedura per pubblicare un bando straordinario. L'ultima delibera approva un bando che definisce, con un calcolo teorico richiesto dall’Accordo collettivo nazionale, un numero di 171 zone carenti in Trentino. Questa cifra teorica è comprensiva non solo dell’assistenza primaria (medico di famiglia) ma anche della copertura, con incarichi a tempo indeterminato, di tutte le 20 sedi attive di continuità assistenziale (ex guardia medica) e delle 12 Case della comunità previste sul territorio trentino.
Qui le zone carenti
Ci sono zone periferiche dove difficilmente si riuscirà a trovare dei sostituti, lasciando una larga fetta della popolazione senza medico, con conseguenze non solo sui pronto soccorso già oggi fin troppo sotto pressione, ma anche sul funzionamento delle Case di comunità.
"Mancano medici in tutto il Trentino, a partire da Trento, Rotaliana, Val di Non, Alta Valsugana, Bassa Valsugana, Primiero, Val di Fiemme e Val di Fassa, Vallagarina, Alto Garda, Ledro e nella zona delle Giudicarie e Rendena" ha spiegato il segretario dello Smi. Ci sono poi pensionamenti e trasferimenti che avverranno nei prossimi mesi.
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“Nei prossimi anni – spiega Nicola Paoli – ci troveremo davanti a un ulteriore calo. Difficile prevedere cosa accadrà in questo momento, ma di certo dipenderà molto dalla capacità di attrarre i giovani e, fino ad oggi, si è fatto troppo poco”. In effetti, le soluzioni messe in campo dalla Provincia e dall'Azienda Sanitaria non sembrano aver ottenuto i risultati che si speravano. Gli incentivi non hanno funzionato o, quanto meno, non hanno fatto ottenere un cambio di tendenza.
“I bandi continuano ad andare a vuoto anche in Trentino come in altre zone d'Italia” spiega il segretario dello Smi. “In questo momento sono molti di più i professionisti che se ne vanno rispetto a quelli che arrivano. Le indennità per le zone disagiate non stanno funzionando. Non perché non vadano bene, ma perché le zone considerate in questo modo sono troppo poche. Abbiamo zone disagiate anche nella periferia di Trento e non solo nelle valli”.
Un problema che rischia di esplodere il prossimo anno, quando entreranno in funzione le Case di comunità, pilastro fondamentale della riforma sanitaria, ma che rischiano di rimanere delle scatole vuote. Nicola Paoli punta poi il dito sulle spese che continuano a ricadere sui singoli professionisti e che ne penalizzano l'attrattività della professione.
“È gravissimo – spiega – che ancora oggi ci siano dei medici che girano quattro ambulatori per offrire assistenza a cittadini di quattro zone diverse e che devono pagarsi gli affitti. Sta accadendo anche a Trento. Parliamo di 400 euro per ambulatorio, 1.600 euro al mese che il medico si deve pagare. Senza contare che poi capita anche di rimanere per diverse ore a 8 gradi in ambulatorio. Ci sono poi i mobili e la strumentazione. Se non riusciamo a cambiare queste cose, difficilmente la medicina di famiglia riuscirà a risollevarsi e, con lei, il sistema sanitario provinciale e nazionale” .













