“Abbiamo visto il sole sorgere alle spalle del Kilimangiaro. La cosa che mi ha stupito è che qui nessuno protesta se in cima non c'è la sua bevanda preferita. Siamo tutti uguali”
Il Monte Meru è uno stratovulcano attivo nel nord della Tanzania, non distante dal confine col Kenya. Lo scorso 13 luglio i due escursionisti friulani Enrico Radivo e Gianluca Tamigi da Tolmezzo, dell'associazione Reset, sono arrivati in cima con una spedizione “lenta” seguendo l'andamento scandito dal tempo

TOLMEZZO (UDINE). “Se possiamo fare trekking senza troppe infrastrutture qui sul Monte Meru, perché non dovremmo riuscirci in Carnia?”. E' questo il proposito che ha portato due escursionisti di Tolmezzo, Enrico Radivo e Gianluca Tamigi, a raggiungere all'alba dello scorso 13 luglio la vetta al Monte Meru, in Tanzania, vale a dire il quarto vulcano più alto dell'Africa con i suoi 4.566 metri sul livello del mare. La Tanzania rientra nella macro area che il paleoantropologo britannico Louis Leakey considerava la “culla dell'umanità”, e l'istinto atavico dell'uomo spesso lo spinge a tornare in quei luoghi, perché mosso da una sorta di attrazione primordiale legata a quei paesaggi, come quelli mostrati nel film “La mia Africa” con Robert Redford, nonché descritti nell'opera letteraria di riferimento di quasi novant'anni fa.
Ma c'è un'altra grande spinta che muove l'uomo nella storia, quella verso l'alto. La conquista di una posizione sommitale dalla quale si può vedere tutto, dove ogni cosa assume significato e si può ritrovare la pace, “perché siamo più vicini al cielo”, come scriveva il grande alpinista Leonardo Emilio Comici. Il problema sorge quando questi impulsi vengono tradotti nel turismo di massa, e nell'atteggiamento irresponsabile verso la natura e la montagna. Un messaggio chiaro che i due escursionisti friulani hanno voluto veicolare attraverso una spedizione “lenta” e autofinanziata, che li ha visti affrontare quattro giorni di salita a piedi lungo il versante del vulcano, come racconta dalla Tanzania per Il Dolomiti Enrico Radivo.
“Tutto è iniziato dieci anni fa, quando da Tolmezzo abbiamo fondato 'Reset', la nostra associazione di promozione sociale – spiega Radivo -. Un modo per dare una risposta alle difficoltà che viviamo qui in Carnia., un territorio che va impoverendosi soprattutto di giovani. L'obbiettivo è quindi di creare un punto di riferimento per i ragazzi, dare loro uno stimolo o un'attività per vivere il territorio valorizzandolo per com'è, in maniere sostenibile. Fin da ragazzo sono sempre andato in montagna, anche nelle vicine Alpi Giulie e in Trentino, quindi l'idea è stata di continuare spostando sempre più in là i miei orizzonti. Tutto questo fino a tre anni fa, quando da solo sono stato sul Kilimangiaro, un'avventura straordinaria che mi ha portato a quasi seimila metri. Da lì mi sono convinto che era possibile praticare turismo e escursioni seguendo tale filosofia anche in luoghi lontani. Nonostante un'altra esperienza in Marocco dello scorso febbraio però, avevo in mente di tornare in Tanzania perché mi era rimasta nel cuore, e avevo mantenuto i contatti con una guida locale e con uno dei portatori che avevo conosciuto per il Kilimangiaro, con i quali abbiamo organizzato la spedizione sul Monte Meru”.
Il secondo viaggio in Tanzania da parte dell'escursionista nato a Tolmezzo nel 1989 Enrico Radivo e di Gianluca Tamigi classe 1992, è stato un percorso che li ha visti affrontare oltre 3.500 metri di dislivello accompagnati dal clima umido incontrato già nella foresta pluviale che si estende alla base della montagna, ma parallelamente anche un'occasione per confrontare la loro etica applicata alle escursioni con l'esperienza delle persone del posto. “In tutte le escursioni ci sono guide locali e portatori estremamente professionali – precisa il presidente di 'Reset' -. Lo fanno per motivi economici e molto pratici, spesso sono persone giovani che hanno già moglie e figli a carico, ma a differenza di quanto talvolta accade da noi, nei loro volti puoi ancora scorgere il senso di meraviglia dato semplicemente dal trovarsi in certi posti. Molti di loro non arrivano mai in vetta e non danno nulla per scontato, basti pensare che la nostra guida mangiava con i portatori e non con noi perché si ricordava di quand'era stato portatore anche lui e non voleva creare nessun tipo di distacco con loro. Come un generale che dorme in tenda con i suoi soldati. Nel complesso abbiamo visto come sul Monte Meru arrivino persone da tutto il mondo, ma nessuno protesta se in cima non trova la sua bevanda preferita, al contrario vige il rispetto per gli altri perché tutti sono uguali e nessuno si lamenta. Per questo mi sono chiesto: perché qui funziona e da noi no?”.
Un tema ampio, che si salda con quello dello sfruttamento della montagna, per il quale i due ragazzi di Tolmezzo hanno salito il Monte Meru per dimostrare, da lassù che può esistere una versione differente dell' “andare in montagna” anche in Italia. “E' importante portare questo messaggio – secondo Radivo -. Una volta partiti alla volta del Monte Meru abbiamo incontrato un ambiente incontaminato, tanto che i primi giorni eravamo un gruppo numeroso, una quindicina di persone raccolte tutte assieme prima di dividerci nei vari gruppi, tutti scortati da un ranger armato di fucile nel caso ci attaccassero i bufali o qualche altro animale. L'ultima parte invece l'abbiamo fatta solo noi del nostro gruppo sotto la supervisione della guida Steven, e abbiamo iniziato ad accorgerci della diversa quantità di ossigeno, per la quale i movimenti si fanno più lenti e si fa maggiore fatica. Poi finalmente, all'alba del 13 luglio siamo arrivati in vetta. Fino a quel momento il tempo era stato brutto ma incredibilmente nel momento preciso in cui siamo arrivati sulla cima del Meru il cielo si è fatto sereno e abbiamo visto il sole sorgere dalle spalle del Kilimangiaro, un'emozione incredibile, nonché una bella botta di 'fortuna' – sorride l'escursionista”. Ma la mente di Radivo e Tamigi è già proiettata alle prossime avventure. Ad agosto infatti è prevista una collaborazione con Alfredo Savino, figura di riferimento nell'organizzazione dei viaggi sostenibili in Mongolia, con l'obbiettivo di indagare sempre di più e scoprire le varie forme di turismo capaci di valorizzare i territori senza comprometterne gli equilibri.












